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 2017  febbraio 24 Venerdì calendario

Vecchi guantoni, foto e medaglie quando la boxe riempiva le piazze

ASSISI Entri e capisci il perché di quei titoli di testa. Perché Martin Scorsese per introdurre il suo Jake LaMotta, il Toro Scatenato di Robert De Niro, abbia scelto una immagine solitaria, bianca e nera, appannata e polverosa. Lo capisci al primo passo nel nuovo Museo nazionale del Pugilato, che viene inaugurato stasera ad Assisi.
C’è una gigantografia che domina. È l’immagine di Piazza di Siena, a Villa Borghese: 70mila persone intorno a un ring mentre il sole sta calando in un ottobre romano del 1933. Aspettano di vedere Primo Carnera e Paulino Uzcudun battersi per il titolo del mondo dei massimi, in quello che resta il più famoso incontro mai disputato in Italia. E poi ancora. Due guantoni di colore nero consumati dai colpi, con adagiata in mezzo una medaglia d’oro: sono quelli usati da Nino Benvenuti nella finale olimpica di Roma 1960 contro il sovietico Yuri Radoniak. «Quella medaglia rappresenta il ricordo più bello della mia carriera – racconta il mito-. È vero, sono stato campione d’Italia, d’Europa, del Mondo, ma quando perdi il titolo diventi un ex. Quando invece sei campione olimpico, lo resti per sempre». Un viaggio nelle suggestioni, perché per dirla con Camus, il pensiero di un uomo è innanzi tutto la sua nostalgia. «Quando ho visto i miei guantoni e la mia medaglia d’oro esposta, ho capito definitivamente di avercela fatta», dice Roberto Cammarelle, campione a Pechino nel 2008. In bella vista c’è anche la canottiera di Antonhy Joshua, il britannico che a fine aprile guadagnerà una valanga di quattrini nel match planetario (90mila spettatori a Wembley) contro Wladimir Klitschko, ma che nella finale olimpica batté l’azzurro in maniera discutibile. «Non lo odio certo per questo, anzi rimasi onorato del fatto che fu lui a venirmi a chiedere di fare lo scambio». A rendere più affascinante il museo, il fatto di assistere all’allestimento in tempo reale. C’è esposta la locandina dell’incontro che consacrò Gianfranco Rosi, terzo italiano a tornare dagli Stati Uniti con il titolo del mondo: fu contro Van Horn, in uno dei tanti alberghi di Donald Trump faraonicamente definito Castle. In quel momento arriva proprio il pugile umbro con l’accappatoio originale di quella notte: «Quando mi presentarono quell’uomo alto e biondo, mai avrei immaginato che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti». Tra le medaglie d’oro c’è anche quella di Maurizio Stecca, conquistata a Los Angeles nel 1984. Vicino c’è un suo guantone, che però proprio in quella circostanza uscì per sempre dalla bacheca di casa: «Dopo l’ultimo gong della finale con Hector Lopez tornai all’angolo deluso, ero convinto di aver perso. Falcinelli era di parere contrario e mi propose di scommettermi il guantone. Come sia poi andata lo sappiamo tutti…». Già Franco Falcinelli, antico maestro, ora padrone di casa ad Assisi. Presidente Eubc (la federazione europea), vicepresidente Aiba (l’ente mondiale dilettantistico), leader onorario della Fpi che sabato prossimo avrà una nuova guida (in lizza il presidente uscente Brasca, Vittorio Lai e Andrea Locatelli). Uomo di boxe a 360°, dà una visione essenziale del momento difficile della nostra boxe: «Ci mancano una grande star e le risorse necessarie per condurla ai grandi traguardi». Su un altro guantone c’è scritto: Damiani contro Stevenson, Monaco di Baviera 1982. Il cubano aveva vinto tre olimpiadi consecutive ed era un mito, ma il romagnolo lo sorprese: «A livello dilettantistico fu come combattere contro Muhammad Ali. La tv tedesca accolse Stevenson come Napoli fece con Maradona. Interviste, ospitate in vari programmi. Sul ring mi guardava con sufficienza, mi sottovalutò e rimase fregato».