ItaliaOggi, 24 febbraio 2017
L’Italia si farà largo a Parigi. Intervista a Fabio Gambaro
La domanda è: a Parigi abbiamo perso momentaneamente un bravo giornalista culturale (per oltre vent’anni ha scritto e intervistato «intellos» e scrittori per la Repubblica, L’Espresso, Le Monde) e un ottimo editor (ha fatto scoprire alla Mondadori un maestro del «polar», il genere poliziesco alla francese, come Pierre Lemaitre) per avere un direttore dell’Istituto Italiano di cultura la cui capacità manageriale è ancora tutta da provare?
Fabio Gambaro, milanese, 58 anni, 25 vissuti a Parigi a fare «lavoro culturale» come si diceva una volta, si è appena insediato alla guida dell’Istituto in rue de Varenne, proprio di fronte all’Ambasciata, al posto di Marina Valensise, anche lei giornalista e scrittrice, che in quattro anni (tanto dura il mandato del Ministero degli esteri e non è rinnovabile) ha fatto dell’Hotel de Galliffet, il palazzetto che fu del marchese Talleyrand ai tempi della Rivoluzione, un posto piacevole dove si poteva ascoltare buona musica (italiana), ascoltare bravi conferenzieri (italiani), incontrare scrittori e uomini di cultura (italiani), godersi una mostra di pittura (italiana).
D. Per lei che vive da tanti anni in Francia L’Istituto non è un posto nuovo.
R. No, anzi. Frequento l’Istituto da più di vent’anni, da quando sono arrivato a Parigi nel 1990
D. Spinto da che cosa?
R. Dall’amore.
D. Per la cultura?
R. No, l’amore per mia moglie, Nathalie, producer e chef d’édition a Canal+. È per lei che mi sono trasferito qui da Milano qualche anno dopo la laurea in lettere alla Statale, tesi di laurea su Edoardo Sanguineti con il professor Vittorio Spinazzola, il critico letterario.
D. Riprendiamo il filo del discorso. Stava dicendo che frequenta l’Istituto da almeno vent’anni: quindi era destino che chiudesse qui la sua carriera?
R. Con tutto il rispetto, non credo di essere alla fine della carriera. Ho un libro da scrivere per le Editions Lattes che ho dovuto interrompere per dedicarmi a tempo pieno all’Istituto.
D. Un altro saggio, immagino, dopo quelli sul surrealismo, su Pennac, su Tahar Ben Jelloun e sui maggiori scrittori francesi?
R. No, questo è (anzi, sarà) un saggio sull’Italia. C’è già un titolo provvisorio, scelto dall’editore.
D. Di un editore come Lattes, gruppo Hachette, c’è da fidarsi. Ha una library di un migliaio di titoli e all’attivo best seller come Un sac de billes di Joseph Joffo, la storia di un bambino ebreo che sfugge ai nazisti nella Francia di Vichy, un successo anche al cinema proprio in queste settimane, o il Codice da Vinci di Dan Brown.
R. Sì, ma il suo titolo – Italie, le pays de Janus bifront, Italia il Paese di Giano bifronte – potrebbe essere interpretato in maniera distorta.
D. Il Paese della doppia morale, il Paese delle grandi ipocrisie, delle ambiguità, della mano destra che non sa quel che fa la sinistra
R. Sarà anche così, da italiano non lo nego, ma il mio libro ha un altro taglio: proverà a raccontare un Paese dove può nascere un grande scienziato ma anche un grande criminale.
D. Torniamo all’Istituto, ai suoi programmi.
R. La promozione della cultura italiana a Parigi si fa verso i francesi parlando quindi, possibilmente, in francese.
D. E quindi?
R. E quindi tutti gli incontri, tutti gli eventi, dai film alle conferenze, saranno sempre tradotti in francese. So che questo comporta un impegno maggiore e maggiori costi, ma io voglio riempire la grande sala ricevimenti dell’Hotel de Galliffet soprattutto di francesi che amano la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia.
D. In concreto.
R. Ho appena lanciato un ciclo di film d’autore contemporanei non distribuiti in Francia e inaugurato una mostra sul fotografo Mario Dondero. Vorrei far venire i grandi cantautori come Guccini, De Gregori, la Nannini. Ho già qualche disponibilità. Sono in contatto con Andrea Camilleri, che ha 92 anni, per portare qui, a giugno, l’inventore del commissario Montalbano che i francesi adorano. Sto lavorando a una grande mostra sulla Callas, a settembre, per l’anniversario della morte.
D. Ma i quattrini per fare tutto questo ci sono?
R. L’Istituto ha un bilancio complessivo di circa un milione di euro, sommando il fondo di dotazione del ministero degli Esteri, il fatturato dei corsi d’italiano, che negli ultimi tempi stanno riscuotendo un certo successo con un migliaio di iscritti, e qualche sponsorizzazione.
D. Forse bisognerebbe di più lavorare sulle sponsorizzazioni.
R. Le imprese italiane cui interessa il mercato francese possono investire nel nostro Istituto (eventi, mostre, manifestazioni) sicuri che il ritorno d’immagine, l’awerness per dirla nella lingua del marketing, sarà superiore alle risorse impegnate. Sono qui che aspetto i loro progetti.