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 2017  febbraio 24 Venerdì calendario

Storia d’Italia in 150 bijoux

Ripercorrere la storia d’Italia attraverso centocinquanta bijoux. Anzi perfino qualcuno in più. Viaggiare nella prima metà del Novecento, tra cultura, politica, moda e abitudini, ammirando lunghi sautoir in stile Grande Gatsby, spille ispirate ai personaggi dei fumetti, bracciali che richiamano l’età coloniale e collane con i temi dei grandi stilisti. È quello che accade visitando “L’Oro Matto e il gioiello-fantasia nella prima metà del Novecento”, una delle mostre collaterali organizzate in occasione di Mercanteinfiera, la rassegna internazionale di modernariato, antichità e collezionismo vintage in programma a Parma da domani al 5 marzo.
Realizzata in collaborazione con il Museo del Bijou di Casalmaggiore (Cremona), l’unico in Italia dedicato a questo settore, la mostra è curata da Letizia Frigerio, direttrice del museo, e Bianca Cappello, storica e critica del gioiello, e accompagna il visitatore in un viaggio lungo sessant’anni, dai primi del Novecento fino alla Dolce Vita. «I protagonisti della scena», racconta Bianca Cappello, «sono oltre 150 bijoux provenienti dal museo di Casalmaggiore, da collezionisti e da archivi aziendali e realizzati con i materiali più diversi, dal vetro di Murano al placcato oro, inventato da Giulio Galluzzi nel 1882 proprio a Casalmaggiore, in quello che poi è diventato uno dei quattro poli più importanti della bigiotteria mondiale; e poi le leghe metalliche e la paglia di Firenze, il sughero sardo e il pannolenci di Torino, fino alla galalite, una plastica ottenuta dalle proteine del latte».
Tutto esposto in ordine cronologico, con foto e pannelli che aiutano a definire il contesto storico: il risultato è un percorso che evidenzia quanto la bigiotteria, nata come imitazione democratica della gioielleria, in Italia abbia raggiunto alti livelli di creatività, innovazione e artigianato e sia stata specchio dell’evoluzione della società. «Basta guardare gli esempi in mostra», continua Bianca Cappello. «Ci sono i gemelli da polso che tra colori contrastanti, fulmini e saette richiamano il Futurismo, ma anche i bijoux di ispirazione africana che raccontano l’Italia coloniale e quelli del periodo fascista con l’iconografia del regime. Le lunghe collane degli anni Trenta che si indossavano con gli abiti da charleston e la bigiotteria degli anni Quaranta influenzata dall’alta moda. I bijoux del decennio successivo che, in risposta alle tragedie della guerra, invitavano alla fratellanza mettendo insieme i volti dei vari popoli e le bandiere del mondo, e infine quelli degli anni della Dolce Vita, tra cui la copia della celebre collana che nel 1964 Richard Burton comprò per Liz Taylor da Bulgari. Ecco perché camminare tra questi bijoux è un po’ come ripercorrere la nostra storia». Non solo. La mostra è anche l’occasione per apprezzare l’estro dei bigiottieri italiani, riscoprire il valore di questo settore, per anni sottovalutato, e conoscere tutte le iniziative che, complici la riscoperta del made in Italy e una maggiore circolazione di informazioni, oggi cercano di rivalutarlo. E un esempio è proprio il museo del Bijou di Casalmaggiore: una realtà nata nel 1986, quando l’attenzione nei confronti della bigiotteria era scarsa e la letteratura quasi inesistente, e che oggi ha un tesoretto davvero significativo, con pezzi tradizionali come i ciondoli, le spille, i bracciali e i gemelli, ma anche oggetti più particolari, tra cui portacipria, occhiali da sole e distintivi. «Il museo, che dalla fine degli anni Novanta ha sede nei suggestivi sotterranei di un palazzo settecentesco, fra volte in pietra e pavimenti in cotto, oggi vanta una collezione di 25mila pezzi, ma non tutti esposti nelle teche», spiega la direttrice Letizia Frigerio, co-curatrice della mostra. «I cittadini e gli amministratori di Casalmaggiore, che alla fine degli anni Settanta hanno voluto un museo che custodisse la bigiotteria prodotta nelle fabbriche della città, sono stati davvero lungimiranti. In quel periodo, infatti, non era facile capire che quei piccoli monili di scarsissimo valore economico sarebbero diventati storia e soprattutto avrebbero raccontato storie».