Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2017
Un segnale forte per il Paese
Cosa sarebbe successo allo spread, ai rendimenti dei titoli sovrani italiani e più in generale alla percezione del rischio Italia tra gli investitori globali se il maxi-aumento di capitale da 13 miliardi di euro di UniCredit non fosse andato in porto? Meglio non pensarci, anche perché il plafond da 20 miliardi stanziato dallo Stato per salvare le banche in crisi sarebbe stato con ogni evidenza insufficiente. Va dato atto al chief executive officer francese di UniCredit Jean Pierre Mustier che la sua scommessa, che fino a tre mesi fa pareva un azzardo, si è dimostrata vincente. Chi sui mercati (e non solo) aveva criticato la sua scelta di un maxi aumento di capitale, con annessa e collegata cessione in blocco di Npl per 17,7 miliardi, si dovrà ricredere davanti al successo di una ricapitalizzazione dall’esito che a novembre – prima dello «spauracchio» referendum costituzionale in Italia – non era affatto scontato. L’azzardo era in effetti calcolato e condiviso nei minimi dettagli quantitativi e temporali, probabilmente anche con i «bravi ragazzi» del mondo hedge della city di Londra e di New York. Anche se può sembrare paradossale al senso comune del risparmiatore, dai sondaggi preliminari effettuati in autunno da UniCredit e dai suoi advisor tra i grandi global investors un aumento da 6-7 miliardi avrebbe avuto difficoltà a essere sottoscritto dal mercato. Molto meglio, si diceva, una maxi-ricapitalizzazione shock da 13 miliardi se abbinata alla contemporanea pulizia degli Npl (di cui 17,7 miliardi lordi già in via di cessione col progetto Fino, circa 37 miliardi complessivi programmati nell’arco del piano triennale).
Lo storytelling finanziario globale da anni descrive le banche italiane come «zombie» appesantiti dalla malattia degli Npl. A pochi investitori interessa che il recupero interno e graduale dei crediti in sofferenza, come dimostrato dalle serie storiche di Bankitalia, possano generare valore nel medio termine per la banca e i suoi azionisti. Conta solo il tutto e subito. A meno che non si disponga di un extra buffer di capitale come Intesa Sanpaolo, che può permettersi un percorso virtuoso e graduale di recupero crediti a beneficio del valore per i propri azionisti.
Otto mesi fa Mustier è stato chiamato dal board di UniCredit al vertice della banca con una missione immediata e fondamentale: risolvere le preoccupazioni del mercato a proposito della dotazione patrimoniale. Da almeno due anni la banca – unica global Sifi italiana – soffriva in Borsa per i timori di ricapitalizzazione, alimentati da media vicini alla city e al mondo delle grandi banche d’affari internazionali. La scelta di Mustier è stata drastica e finalizzata a eliminare in modo definitivo i dubbi sulle future esigenze patrimoniali del gruppo: cessione immediata di asset di pregio come Bank Pekao, Pioneer e una quota rilevante di Fineco. E un maxi-aumento di capitale garantito da un consorzio di venti grande banche d’affari che, in cambio di commissioni che oscillano intorno ai 350 milioni, hanno garantito il collocamento delle azioni e un clima favorevole di mercato nel periodo dell’offerta. Tutti a bordo, nessun contrario. Come si usa dire: è il mercato, bellezza.
Se per UniCredit si tratta della svolta definitiva, anche se sarebbe bene interrogarsi su come sia stato possibile cumulare negli anni così tanti crediti in sofferenza, è importante segnalare le conseguenze positive per l’intero sistema bancario italiano. Senza bisogno dell’intervento dello Stato, una grande banca italiana ha trovato sul mercato 13 miliardi di capitale sulla base di un piano giudicato credibile e mantenendo, seppure con un perimetro ridotto, la presenza paneuropea in 14 Paesi europei ed extra Ue (Turchia e Russia). Un elemento di forza per le imprese italiane, che beneficeranno della ritrovata forza creditizia del gruppo. Ma anche per l’intero sistema bancario, che lascia alle cure dello Stato solo Mps, Popolare Vicenza e Veneto Banca. Chissà se il mercato inizierà a convincersi che i 20 miliardi stanziati dal Governo italiani per gli aiuti pubblici alle banche, ora possono bastare.
Certo, il successo dell’aumento di capitale da 13 miliardi di UniCredit riapre i dubbi sull’operato della Vigilanza bancaria europea della Bce. In dicembre gli occhiuti vigilanti europei, con grande esperienza di matematica e statistica, hanno rifiutato al Monte la proroga di un mese dell’aumento di capitale da 5 miliardi, di cui quasi 3 già incassati dalla conversione di bond subordinati in azioni. È vero che Mps non è UniCredit, ma forse il tentativo di trovare 2 miliardi a inizio anno (visto che ne sono appena arrivati 13 miliardi) poteva essere concesso. Sul caso Mps l’Italia ha le proprie responsabilità, e in più occasioni abbiamo evidenziato il ritardo con cui si è deciso l’intervento dello Stato. Lasciando spazio a chi, sia tra i tecnocrati di Francoforte che di Bruxelles, aveva il desiderio di sperimentare in Italia le nuove regole del burden sharing sui salvataggi bancari.