Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 24 Venerdì calendario

«Quando Gigio scappava dai pali. Vi racconto il mio bimbo d’oro». Intervista al papà di Donnarumma

Diciotto anni di Gigio Donnarumma raccontati da papà Alfonso. Aprire la storia spetta, però, di diritto a mamma Marinella: «Gigio è il terzo figlio. Prima è nato Antonio, poi è venuta Nunzia, infine lui. Non era in programma, ma siamo stati subito felicissimi. Quattro chili e 700 grammi di peso, 57 centimetri di lunghezza, uno in più di Antonio. L’esperienza ci è servita. Quando è nato Antonio il medico mi ha detto: “Signora, ha partorito un’anguilla”. E così abbiamo dovuto buttare via un corredino. Quando è arrivato Gigio eravamo preparati, tutto perfetto e su misura».
Alfonso, com’era Gigio da bambino?
«Non ricordo molto. I miei figli sono cresciuti velocemente, soprattutto in altezza».
Com’è stato il primo giorno di scuola?
«Non voleva mollare la madre e piangeva. È sempre andato bene, ma sentiva la nostalgia di mia moglie. Lo abbiamo messo in una scuola gestita da suore con la sorella. Lui scappava, andava da Nunzia e le diceva: “Chiama mamma”».
Quando ha iniziato a giocare?
«A 4 anni e mezzo sulla sabbia. Vedeva il fratello, non lo mollava».
Poi sono arrivati i primi tornei, giusto?
«All’inizio fu un altro disastro, a ripensarci mi viene ancora da ridere. Eravamo sotto le feste di Natale, vicino al campo sparavano fuochi d’artificio in continuazione e Gianluigi, terrorizzato, scappava dalla porta. Gli correvo dietro e lo convincevo a rientrare: ma come fai a parare se te ne vai?».
Chi è stato il primo a dirle che aveva in casa un fenomeno?
«Lo zio Enrico Alfano che purtroppo non c’è più e non ha avuto la fortuna di veder giocare né Antonio (ex portiere del Genoa e adesso in Grecia all’Asteras Tripolis, ndr) né Gigio. L’allenatore della Scuola Calcio Napoli, Ernesto Ferrara, si arrabbiava con me: “Alfonso guida piano, non sai quanto vale tuo figlio, è un predestinato”».
Lo volevano anche Juve e Inter, ma a 14 anni ha scelto il Milan...
«L’ha fatto per stare insieme al fratello Antonio che giocava nel settore giovanile e perché da piccolo quella era la sua maglia preferita. Anch’io ho sempre tifato Milan, il primo motorino l’ho dipinto di rossonero, mia moglie invece tifa Napoli».
Poi un sabato sera di ottobre è arrivata la telefonata più inaspettata.
«Un anno e quattro mesi fa Gigio ci chiama: papà, mamma, domani gioco, venite a vedermi? Ci sembrava uno scherzo. A 16 anni, in serie A contro il Sassuolo. Non capivamo niente, solo che ci servivano dei biglietti per partire».
Come avete vissuto il debutto?
«Felici e con le lacrime agli occhi. È stato un momento indimenticabile».
Gigio si è montato la testa per il successo?
«Assolutamente no, è rimasto lo stesso».
Domani compie 18 anni. Cosa gli augura?
«Di godersi questa bella età, di ottenere i successi che si è prefissato e tanta salute. Noi cerchiamo di stargli vicino il più possibile. Ci fermiamo spesso a Milano, così non si sente solo. Sarà anche maggiorenne, ma per noi resta un bambino».
E quando tornate a Pompei cosa succede?
«Pensiamo a quando i nostri due figli giocavano a calcio in salotto e in realtà è il momento più brutto. Ci rendiamo conto che sono grandi e non vivono più con noi».