La Stampa, 24 febbraio 2017
Dai pontefici ai grillini l’eterno ritorno del rito dei palazzinari
A Roma hanno sempre comandato loro, i «palazzinari». Con i Papi e con i Re, con i sindaci democristiani e con quelli missini, sono sempre stati loro il motore dell’economia cittadina e ora, consapevoli o meno Grillo e Raggi, assaporano la rivincita. Con il ritorno del «rito romano», come lo definisce il professor Giovanni Caudo, che ha guidato la politica urbanistica negli anni dell’amministrazione Marino. Il no allo stadio della Roma a Tor di Valle è un no al massiccio investimento di capitali esterni a Roma, il più imponente investimento in opere private e pubbliche nella storia della Capitale, che avrebbe potuto (potrebbe?) rompere quel «protettorato» che ha sempre imperato a Roma. L’avversatissimo progetto dello stadio coinvolgeva soltanto uno degli imprenditori romani: Luca Parnasi. Quel «rito» che nel passato ha consentito ai Caltagirone, ai Toti, agli Scarpellini e anche ai Parnasi, di dividersi la torta, certo legalmente, tra di loro, grazie ad un’urbanistica «contrattata» con la politica amica e che ha consentito profitti più alti che altrove. Un’ autarchia che nel corso degli ultimi anni ha scavato un fosso tra Roma e Milano: secondo gli ultimi dati nella Capitale sono arrivati da fuori 200 milioni di investimenti, a Milano tre miliardi e mezzo. Per non parlare dei 2 miliardi di Dublino e dei 18 di Londra.
Certo, dentro il match politico-affaristico che si gioca sullo stadio della Roma, si combattono tante partite. Anzitutto, quella politica del Movimento Cinque Stelle, che oggi potrebbe scandire il secondo, clamoroso «No», dopo quello alle Olimpiadi. Ma il rigetto dello stadio, a prescindere dalla buona fede dei Cinque Stelle, consentirebbe anche un ritorno di fiamma del «sistema-Roma», del potere legato all’edilizia e alla proprietà dei suoli, un potere che è sempre riuscito ad alimentarsi più sulla rendita fondiaria che sul profitto e che è sempre riuscito ad orientare, in un regime di deroghe i Grandi Eventi come i Mondiali di nuoto, i Giubilei, le Olimpiadi.
Il progetto che oggi Virginia Raggi dovrebbe definitivamente bocciare ha dietro di sè una lunga storia di stop and go, una dura trattativa tra Comune (a guida Marino) e i privati e che si era concluso con un accordo più oneroso del solito per questi ultimi. Un progetto da 1,7 miliardi di euro, a carico dei privati, con il Comune di Roma che non investiva un euro e incassava opere di compensazione per 400 milioni: il potenziamento del trasporto pubblico su ferro, un nuovo ponte pedonale, l’adeguamento di via Ostiense/via del Mare, di cui si parla da decenni, il collegamento con l’autostrada Roma-Fiumicino attraverso un nuovo ponte sul Tevere, un intervento di mitigazione del rischio idraulico e di messa in sicurezza dell’area. Spese a carico dei privati, forti di un non-detto che era il vero asso del progetto: lo stadio (200 milioni) si sarebbe finanziato con i proventi derivati dal business Park dalle tre torri. Proventi che gli «americani» davano per certi: diversi grandi gruppi americani e multinazionali erano (sono?) pronti a trasferire in quell’area i loro quartier generali in Europa, nel Mediterraneo o in Italia non solo e non tanto per la vicinanza con l’aeroporto di Fiumicino, ma perché la «garanzia» sulla qualità del progetto veniva anche da chi lo ha messo a punto: studi affidabili, un gruppo come Goldman Sachs, architetti di fama internazionale come Daniel Libeskind, Andreas Kipar, Dan Meis.
E ora? Le voci di dentro della Roma che conta, sussurrano che a questo punto lo stadio si indirizzerà verso l’area di Tor Vergata: non soltanto perché Caltagirone ha una concessione datata 1987 su terreni di proprietà dell’ateneo, ma perché si potrebbe resuscitare una delle più grottesche cattedrali nel deserto della Capitale. Lo stadio del nuoto, una struttura tubolare a forma di onda realizzata dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, che avrebbe dovuto costituire la prima opera di una città dello sport, mai realizzata non solo per la improvvisa lievitazione dei costi, ma perché la gestione dei mondiali di nuoto passò alla Protezione civile di Guido Bertolaso. Procedendo di deroga in deroga. In puro «rito romano».