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 2017  febbraio 24 Venerdì calendario

Sveglia alle 2 di notte, poi sul bus e dodici ore a raccogliere l’uva

Eccolo l’inferno di Paola Clemente: sveglia ogni notte alle due, poi, alle tre, eccola a bordo di pullman che da San Giorgio Jonico nel Tarantino la portava nel vigneto di Andria, Nord Barese, dove arrivava all’alba. E lì dalle cinque e mezzo fino al pomeriggio a raccogliere uva. Paga giornaliera 27 euro. Un massacro al quale Paola non ha retto e in quel campo il 13 luglio del 2015 si è accasciata, massacrata dal lavoro. «Il suo telefonino è sempre acceso sul comodino con la sveglia regolata alle due meno dieci. Suona ogni notte, è come se Paola ci fosse ancora». Stefano Arcuri, il marito di Paola, raccontò di questo suo rito intimo nei giorni seguenti la morte di sua moglie. Ma lo squillo della sveglia per lui è anche una sirena che ricorda Paola e le tante vittime innocenti di un lavoro organizzato in maniera disumana. Stefano ha sempre chiesto giustizia per la fine di sua moglie. In ogni occasione di incontro con i sindacati ne ha ricordato l’esempio, il sacrificio con la speranza che altre donne non subissero gli stessi ricatti per il lavoro.
Nelle parole di Vincenzo, 42 anni, collega di lavoro di Paola, la ricostruzione della tragedia pochi giorni dopo la morte della bracciante: «Avevo visto che Paola non stava bene. Ce ne eravamo accorti un po’ tutti. Ma lei veniva lo stesso a lavorare. Stavamo ripulendo i grappoli di uva dagli acini marci. Io ero a una decina di metri da lei. Non ho visto il momento in cui si è sentita male, ma verso le sette e mezzo del mattino ho sentito gli altri urlare». Poi solo fasi concitate, Paola che si accascia tra i filari di uva, l’arrivo dell’ambulanza e la rassegnata costatazione che per lei non c’era più niente da fare. Subito dopo la morte di Paola si aprì uno squarcio sul mondo del caporalato moderno, con testimonianze anche pubbliche di lavoratori che trovarono il coraggio di iniziare a dire qualcosa sulle condizioni disumane del loro lavoro. Paghe da fame, mai superiori a cinquanta euro al giorno, talvolta aumentate di un po’ se si accettava il lavoro. Ma quale lavoro? È sempre Vincenzo che parla: «Non sappiamo cosa faremo quella giornata. Ci ritroviamo nel piazzale in attesa del pullman che ci prende». E dove porta quel bus? «Chi lo guida ha spesso organizzato il lavoro, trovato l’accordo con il padrone dei campi o dell’azienda. Ma noi non sappiamo niente, saliamo a bordo e basta. Poi si parte, ma quasi mai sappiamo per dove». Eccolo il caporalato 2.0 così come lo hanno ricostruito gli inquirenti della Procura di Trani. Partiti da semplici appunti scritti sui quaderni delle lavoratrici, sono arrivati ai «file» dei computer nei quali erano registrate le giornate di lavoro, i dati veri e quelli truccati, le paghe da fame e le cifre buone solo per essere dichiarate all’Inps, per «tenere le carte a posto», per provare a sfuggire ai controlli. Ma dopo la morte di Paola qualcosa è cambiato, il coraggio di dire come stavano effettivamente le cose è diventato un passaparola più forte del ricatto, una voce sempre più alta fatta circolare con la speranza che potesse sostituirsi all’obbligo del silenzio, alla paura di denunciare che voleva dire la perdita sicura della giornata e del lavoro. Che spesso è l’unica fonte di reddito. Un’omertà imposta e controllata: «Guai – ha raccontato un’altra bracciante sentita dagli inquirenti a Trani – se qualcuno avesse sospettato di una nostra soffiata agli inquirenti, di una spiata a qualcuno che potesse accendere un faro sulle condizioni del nostro lavoro. La certezza che su quello o altri pullman non saremmo salite mai più. È dura, ma non possiamo permetterci di rinunciare a quei 27 euro al giorno».