la Repubblica, 24 febbraio 2017
Obiettori, è scontro fra medici e Zingaretti. Il Pd: «Bisogna garantire i diritti di tutte le donne»
ROMA Un atto ben noto già da tempo, anche ai ministeri della Salute e dell’Economia, che sta facendo scoppiare polemiche senza fine. Ieri sono stati ufficialmente assunti, in base a una delibera che stanzia 120mila euro l’anno per i loro stipendi, i due ginecologi non obiettori che lavoreranno al servizio di interruzione di gravidanza del San Camillo di Roma. Intanto, dopo le uscite polemiche di mercoledì del ministro Beatrice Lorenzin e della Cei, ci sono state nuove reazioni, come quelle dell’Ordine dei medici del Lazio, critico con la Regione, e di alcuni parlamentari Pd, che propongono una legge sul tema assunzioni dei non obiettori. Il presidente vicario del Comitato nazionale di bioetica, il giurista Lorenzo D’Avack, fa invece notare: «La legge 194 prevede che la struttura pubblica garantisca l’aborto, che è un diritto delle pazienti, ma ci sono tantissimi obiettori e l’ospedale potrebbe essere chiamato in causa, anche penalmente, se non assicura il servizio. Il punto è che, anche ammesso che si possa fare un concorso specifico con criteri di selezione così ristretti, non è possibile impedire poi che il professionista assunto faccia obiezione».
Il caso San Camillo ha anche spinto alcuni senatori del Pd (Cirinnà, Lo Giudice e Lumia) a preparare un disegno di legge per regolamentare la riserva concorsuale per i non obiettori. «Lo presenteremo al più presto. Zingaretti e il direttore del San Camillo hanno percorso la strada giusta per riconoscere diritti sanciti da una legge dello Stato: quelli delle donne alla tutela della salute e ad avere accesso all’interruzione volontaria di gravidanza». Per Emilia De Biasi, presidente Pd della commissione sanità del Senato invece «non c’è bisogno di fare una legge, c’è già la 194, va ottemperata da tutti. Soprattutto per quanto riguarda la parte della prevenzione». Stanno con la Regione anche i sindacati medici di Cgil e Uil mentre è molto critico l’Ordine del Lazio, che parla di concorso discriminatorio. Secondo il presidente Giuseppe Lavra l’atto andrebbe ritirato. «Non risulta che i servizi di interruzione di gravidanza non siano mai stati assicurati nell’azienda sanitaria pubblica. Il fatto che si ricorra invece a una tale forzatura, conculcando un diritto inalienabile, allarma chi ha il dovere di tutelare la professione medica nei suoi aspetti fondamentali della bioetica e della deontologia». La presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Roberta Chervesani, annuncia che l’11 marzo il Comitato centrale analizzerà il testo.
La Regione Lazio ripete che le procedure per il concorso sono state avviate oltre un anno fa e che «non contengono iniquità. Nel testo del decreto non ci sono accenni, tra i requisiti previsti, all’obiezione, ma una specifica indicazione delle funzioni da svolgere. Meraviglia che l’Ordine dei medici di Roma non conosca i contenuti di atti pubblici del giugno 2015». In più si fa notare come «il provvedimento non ha avuto rilievi da parte dei ministeri affiancanti, ovvero Salute e Mef». Essendo in piano di rientro, infatti, il Lazio non avrebbe potuto fare assunzioni senza un via libera, anche tacito, dei due ministeri. Per questo a suo tempo inserì il decreto nel sistema Siveas, dove poteva essere valutato dai tecnici dei dicasteri. I 60 giorni previsti dalla legge per porre dubbi o veti agli atti regionali sono trascorsi senza che fossero avanzate obiezioni. E il concorso che ora scatena tante polemiche è andato avanti regolarmente. Fino all’assunzione decisa ieri.