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 2017  febbraio 24 Venerdì calendario

«Sono l’uomo giusto». Intervista a Stefano Pioli

Con Stefano Pioli in panchina, l’Inter ha conquistato 31 punti in 13 gare: un ruolino impressionante, ma ha recuperato poco. Per la Champions saranno dunque decisivi gli scontri diretti?
«Peseranno molto. La quota Champions dell’anno scorso era 80 punti, questa volta rischia di essere più alta».
Il famoso cartello delle 13 vittorie su 15 dunque non era una boutade…
«No. I cartelli sono un modo per motivarci. Avendo girato a 33 punti, è lo spunto che abbiamo trovato dopo la sconfitta di Torino».
Che cosa ha raccontato quella partita?
«Che la squadra c’è. Alla fine l’ha condizionata l’ultimo corner a fine primo tempo, da cui è nato il vantaggio della Juve. Senza quell’errore potevamo vincere. È stata una nostra grave disattenzione, i dettagli fanno la differenza».
Ha dovuto cambiare molto venendo all’Inter, con nuove pressioni e esigenze?
«Ogni squadra è diversa. La bravura di un allenatore è sapersi calare bene nell’ambiente mantenendo come base la propria identità».
Lei prende decisioni solitarie o condivise?
«Mi piace il lavoro di staff. Ci confrontiamo molto, poi le decisioni finali sono mie».
C’è anche suo figlio nello staff. Com’è?
«Bello. Lo vedo sereno, bene inserito».
È arrivato in una squadra dove erano già saltati due allenatori: la difficoltà maggiore?
«Quando si subentra il problema è che non conosci bene le persone. I calciatori dell’Inter li conoscevo, ma è fondamentale capire i caratteri, con chi hai a che fare. Prima lo fai, meglio è. Devi essere sveglio e veloce, il tempo è poco».
Sostiene che l’Inter ha un potenziale importante, quanto manca per lottare per il titolo?
«Per costruire una squadra vincente serve tempo, bisogna lavorare sul gruppo e sulla mentalità. L’Inter ha una base di alto livello, con un giusto progetto e investimenti efficaci può raggiungere Juve, Roma e Napoli».
Si aspettava un impatto così di Gagliardini?
«Sì. Lo seguivo dai tempi del Vicenza: è sempre dentro la partita, ha senso di posizione, gioca un calcio semplice, efficace. Al primo giorno di allenamento ho capito che non avrebbe sentito il passaggio dalla provincia a un top club. Mi auguro diventi uno da 7, 8 gol a stagione».
Icardi è il migliore centravanti che ha mai allenato?
«Sì, insieme a Klose. Miro amava di più svariare, abbassarsi fra le linee, Mauro è un fenomeno ad attaccare porta e profondità: gli serve una squadra che verticalizza».
Gabigol va ancora protetto?
«Quando sono arrivato faticava a reggere intensità e continuità in allenamento, ora lo fa. Un ragazzo giovane e reclamizzato aveva e ha ancora bisogno di tempo per calarsi in un ambiente diverso e tatticamente complicato».
Noi italiani complichiamo troppo il calcio?
«Sì è vero, all’estero lasciano più libertà. Bisogna trasferire alla squadra due o tre cose, senza esagerare. Non amo il calcio robotizzato, amo l’inventiva, l’elasticità, l’imprevedibilità».
Però gli allenatori italiani sono considerati i più bravi del mondo…
«Non so se è così. All’estero ce ne sono tanti bravi, me ne sono accorto andando a studiarli quando ero fermo. Noi siamo i più bravi a trovare i punti deboli degli avversari».
Chi l’ha colpita sopra tutti?
«Guardiola. Mi è piaciuto il suo approccio: trasmette passione, entusiasmo. Anche a me piace stare in campo, consigliare, sgridare».
I suoi maestri?
«Da giocatore ho portato via qualcosa a tutti, soprattutto a Trapattoni, Bagnoli e Ranieri»
È arrivato tardi in un grande club. Perché?
«Mah. Una carriera dipende da tante cose. A 40 anni ero a Parma in serie A: era la mia occasione, nella mia città, con la mia squadra, ma ero al posto giusto nel momento sbagliato. Ora sono al posto giusto nel momento giusto».
Quanto ci ha pensato quando l’ha chiamata l’Inter?
«Zero. Mi sentivo pronto. Sentivo che il mio percorso era compiuto e che lo sbocco naturale era una grande squadra».
Lei ha sistemato una difesa piena di problemi, però l’attacco dell’Inter resta inferiore a quello delle principali avversarie.
«La fase difensiva è fondamentale per una fase offensiva efficace. Dovremmo segnare di più, è vero. Un dato spiega tutto: la percentuale di realizzazione. Rispetto alla Roma creiamo quasi le stesse occasioni ma concretizziamo meno. Nella finalizzazione servono qualità e rabbia. Pensate a Suarez del Barcellona: va su ogni palla come fosse l’ultima della vita…».
All’Inter quella rabbia ce l’ha solo Icardi?
«Non si possono creare 12 occasioni per fare un gol. Le grandi squadre devono sapere segnare anche quando hanno poche chance».
Tanti gol negli ultimi 15’ sono una questione fisica, tecnica o mentale?
«Soprattutto mentale, di chi ci crede. La testa comanda le gambe e sa che abbiamo le qualità per sfruttare quello che gli altri concedono».
A Nanchino con Zhang com’è andata?
«Quei due giorni prima di Natale sono stati importanti. Ho visto attenzione, idee, voglia di lavorare, costruire e investire. Zhang ha carisma, ti coinvolge, capisci cosa vuole anche prima di sentire la traduzione: ha chiaro il concetto di senso di appartenenza a un gruppo, di famiglia che vuole crescere insieme».
Cosa non le piace del calcio italiano?
«La cultura sportiva va migliorata, il clima è rissoso. Mi piacerebbe passare con il nostro pullman tra i tifosi avversari e non venire insultato da genitori con i bambini in braccio».
La settimana post Juve-Inter, con l’arbitro Rizzoli che parla alle Iene come l’ha vissuta?
«Rizzoli sinceramente mi ha sorpreso: non era mai successa una cosa così».
Non sarebbe meglio che gli arbitri parlassero dopo la partita spiegando le loro scelte?
«Perché no? Come ammetto io gli errori lo può fare un arbitro, calmerebbe gli animi».
Della Var, la moviola in campo, che pensa?
«Sono molto incerto. I replay, gli zoom e tutto il resto non sono mai reali, quello che conta è ciò che si percepisce sul campo».
Lei ha la fortuna rara di allenare la squadra per cui tifa: che cosa significa essere interisti?
«Passione pura. Da bimbo sapevo di dover seguire le partite fino al 95’, quando sembravano facili diventavano difficili e viceversa. L’Inter è sempre stata un’emozione forte».
Con la Roma è una di quelle partite da vincere a tutti i costi?
«Sì. Con la Juve abbiamo dimostrato di essere all’altezza, con la Roma cerchiamo il salto di qualità».