Corriere della Sera, 24 febbraio 2017
Chi paga per i danni di un robot? La risposta è nell’antica Roma
Da quando una risoluzione del Parlamen-to Europeo ha votato perché vengano stabilite delle norme per regolare il lavo-ro svolto dai robot, tra l’infinità di commenti e dibattiti sui media di tutto il mondo colpisce (e in qualche modo conforta il nostro, in questo momento così incerto, orgoglio italico) un interessante articolo apparso sul Financial Times, che tra i tanti altri problemi suscitati dalla risoluzione si pone quello, certamente non da poco, della responsabilità per gli eventuali danni causati dai robot. E partendo dal presupposto che a pagare i danni dovreb-bero essere i proprietari, osserva giustamente che per risolvere il problema non c’è ragione di ricorrere a soluzioni fantascientifiche. Ci hanno già pensato i giuristi romani: se i robot – come i droids in Star Wars – diventano intelligenti come essere umani perché non ricorrere, adattandole, alle regole del diritto romano, appunto, secondo il quale i padroni rispondevano dei danni causati dagli schiavi? La prima cosa da dire è che, a pensarci bene, non solo il parallelo tra schiavo e robot è tutt’altro che privo di logica, ma che la prima e miglior definizione di un robot (anche se ancora non sapeva di cosa si trattasse) ce l’ha data Aristotele. Nella Politica infatti (Pol. 1253 b 32), parlando degli strumenti necessari per amministrare il patrimonio familiare, lo stagirita li divide in «strumenti inanimati» (il timone, ad esempio, per il proprietario di una nave) e «strumenti animati», come gli schiavi. Ma detto questo, e reso ad Aristotele quel che sempre si deve ad Aristotele, pensare al diritto romano come a uno strumento per orientarsi nel problema dei danni merita qualche riflessione in più. Come scrive il giurista Gaio nelle sue Istituzioni (Inst. 4, 75) se uno schiavo causava dei danni al suo padrone, a questi si consentiva una scelta: poteva pagare il danno, ma poteva anche, in alternativa, dare lo schiavo «a nossa» al danneggiato, vale a dire ceder-glielo in condizione di fatto di schiavitù. Se il danno causato dallo schiavo era superiore al valore di questo, infatti, sarebbe stato «iniquo» che il padrone dovesse pagare più di quanto lo schiavo valeva. Applicando la regola romana alla lettera, vien fatto di pensare, potrebbero nascere non pochi problemi: cosa direbbero i creditori di somme enormi vedendosi recapitare dei vecchi robot usati, di poco valore, e di cui non avevano alcun bisogno? La regola andrebbe quantomeno seriamente rivista. Naturalmente scherziamo: e questo nulla toglie alla grandezza del diritto romano.