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 2017  febbraio 23 Giovedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - LA MORTE DI PAOLA CLEMENTE E IL CAPORALATOREPUBBLICA.ITTRANI - Fu un infarto a ucciderla, ma la morte di Paola Clemente, la bracciante agricola 49enne di San Giorgio Jonico scomparsa mentre lavorava all’acinellatura dell’uva sotto un tendone nelle campagne di Andria il 13 luglio del 2015, non è stata vana

APPUNTI PER GAZZETTA - LA MORTE DI PAOLA CLEMENTE E IL CAPORALATO

REPUBBLICA.IT
TRANI - Fu un infarto a ucciderla, ma la morte di Paola Clemente, la bracciante agricola 49enne di San Giorgio Jonico scomparsa mentre lavorava all’acinellatura dell’uva sotto un tendone nelle campagne di Andria il 13 luglio del 2015, non è stata vana. L’inchiesta, aperta all’indomani della denuncia da parte del marito e della Cgil, è arrivata a una svolta. Sei persone sono state arrestate nel corso di un operazione della guardia di finanza e della polizia coordinate dal magistrato tranese Alessandro Pesce. Truffa ai danni dello Stato, illecita intermediazione, sfruttamento del lavoro: la nuova legge contro il caporalato non ha fatto sconti. Se fosse entrata in vigore prima, probabilmente il numero delle persone in manette sarebbe stato più alto. Caporalato, 6 arresti ad Andria per la morte di una bracciante nei campi Condividi   In carcere sono finiti Ciro Grassi, il titolare dell’azienda di trasporti tarantina che trasportava in pullman le braccianti fino ad Andria; il direttore dell’agenzia Inforgroup di Noicattaro, Pietro Bello, per la quale la signora lavorava; il ragioniere Giampietro Marinaro e il collega Oronzo Catacchio. Stessa sorte anche per Maria Lucia Marinaro e la sorella Giovanna (quest’ultima ai domiciliari). La prima è la moglie di Ciro Grassi, indagata per aver fatto risultare giornate fasulle di lavoro nei campi con lo scopo di intascare poi le indennità previdenziali, e la seconda avrebbe lavorato nei campi come capo-squadra.

Nel corso delle indagini furono acquisiti nelle abitazioni delle lavoratrici in provincia di Taranto carte e documenti in cui sarebbero emerse differenze tra le indicazioni delle buste paga dell’agenzia interinale che forniva manodopera e le giornate di lavoro effettivamente effettuate dalle braccianti. Dai documenti era emersa una differenza del 30 per cento tra la cifra dichiarata in busta paga e quella realmente percepita da alcune lavoratrici. Le braccianti sfruttate nei campi - secondo la Procura di Trani - percepivano ogni giorno 30 euro per essere al servizio dei caporali per 12 ore: dalle 3,30 del mattino, quando si ritrovavano per essere portate nei campi a bordo dei pullman, alle 15.30, quando ritornavano a casa dopo essere state al lavoro tra Taranto, Brindisi e Andria.

L’inchiesta non riguarda la morte della donna, sulla quale è in corso una consulenza di un docente di medicina del lavoro che dovrà accertare se vi sia stato nesso di causalità tra decesso e superlavoro, ma lo sfruttamento di Paola e di oltre 600 braccianti. Le vittime dello sfruttamento - secondo l’accusa - sono donne poverissime con figli da sfamare e mariti spesso senza lavoro, in molti casi ex lavoratori dell’Ilva di Taranto. Quello che più colpisce delle 302 pagine del provvedimento restrittivo è la straziante confessione di alcune braccianti, sfruttate e sottopagate dall’agenzia interinale.

Una donna racconta agli inquirenti che un giorno, sul pullman, nel momento in cui venivano distribuite le buste paga, "alcune donne si sono lamentate dei giorni mancanti e G. ha detto che noi lo sapevamo, quindi non dovevamo lamentarci. Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro. Anch’io adesso ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho un mutuo da pagare, mio marito lavora da poco, mentre prima stava in cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e che perderlo è una tragedia. Quindi, se molte di noi hanno paura di parlare è comprensibile".

Un’altra fa mettere a verbale al pm Alessandro Pesce che "se fai la guerra perdi, perché il giorno dopo non vai più a lavorare". E una sua collega aggiunge: "Per noi 32 euro al giorno sono necessari per sopravvivere". Testimonianze coraggiose che commuovono il procuratore tranese Francesco Giannella: "Nell’indagine è emerso - spiega - che il caporalato moderno si è concretizzato esclusivamente attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale. E’ una forma più moderna e più tecnologica rispetto a quella del passato". Ma il motore che lo alimenta è sempre lo stesso: "L’assoluta povertà delle braccianti che vedono nei caporali i loro benefattori", anche se questi le sorvegliano pure quando vanno in bagno e bacchettano se non lavorano bene".

Paola Clemente, è emerso, era stata assunta da un’agenzia interinale ma non era stata sottoposta, o quanto meno non risulta, a una visita medica. Poi, la svolta. Dopo un’inchiesta di Repubblica e l’intervista al marito di Paola, la Procura di Trani decise di riesumare il cadavere. L’autopsia accertò che si era trattato di una "sindrome coronarica acuta".  La donna, stabilirono gli esami eseguiti dal medico legale Alessandro Dell’Erba con il tossicologo Roberto Gagliano Candela, era affetta da ipertensione (che stava curando) e da cardiopatia.

Durante l’ultima assemblea della Cgil a Taranto alla leader della Cgil, Susanna Camusso, fu consegnata una copia rilegata della legge in materia di contrasto al fenomeno di caporalato che il segretario generale della Cgil Bat, Giuseppe Deleonardis, volle dedicare proprio a Paola Clemente. La sua fu, ha ricordato, fu una battaglia a favore dei diritti dei lavoratori costretti a vivere nei ghetti e quelli vittime del caporalato, che ha portato a un’accelerata verso la stesura e l’approvazione della legge contro i caporali perché, disse, "se c’è un lavoro sfruttato e schiavizzato, c’è un impresa che sfrutta e schiavizza".

Immancabili le reazioni politiche. A cominciare da quella della presidente della Camera, Laura Boldrini, che spera che la nuova legge sul caporalato "si dimostri una risposta efficace per debellare una forma di schiavismo intollerabile". "La tragedia di Paola Clemente - dice il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina - è ancora viva in tutti noi e la nuova legge contro il caporalato ha segnato un punto di svolta".

ANTONELLO CASSANO SU REPUBBLICA DEL 3 AGOSTO 2015
Il duro lavoro sotto il sole nelle campagne pugliesi fa un’altra vittima. Otto giorni prima della morte di Mohamed, il 47enne sudanese stroncato da un malore sotto il caldo torrido nelle distese di pomodori a Nardò, è toccato a Paola, bracciante 49enne di San Giorgio Jonico, nel Tarantino, cadere in una campagna pugliese stroncata dalla fatica. Solo che questa volta la notizia non era trapelata. A denunciarlo è la Flai Cgil Puglia, che ora chiede di far luce sulla vicenda: "Morire a lavoro in un campo di uva -  commenta in una nota il segretario regionale Giuseppe Deleonardis - e diventare subito un fantasma, senza che trapeli notizia per settimane".

Il cuore di Paola si è fermato la mattina del 13 luglio, sotto un tendone per l’acinellatura dell’uva, nelle campagne di Andria, in contrada Zagaria. "Era un lunedì - racconta Deleonardis - e Paola è uscita di casa sulle sue gambe, come tutte le notti, per andare a lavoro. È tornata in una cassa da morto. È stata sepolta il giorno dopo". Ma la Cgil dice di più: "L’hanno sepolta senza autopsia e con il nulla osta del magistrato di turno. Il pm - sostiene Deleonardis - non si è recato sul posto perché, riferisce la polizia di Andria, il parere del medico legale è che si sia trattato di una morte naturale, forse un malore per il caldo eccessivo. Una morte che precede quella di Mohamed, ma intorno a questa storia non ci sono fiaccolate, proteste o cortei".

Paola, denuncia il sindacato, è morta nell’assordante silenzio delle campagne pugliesi. "Lo stesso silenzio, spesso vicino all’omertà, che circonda le oltre 40mila donne italiane vittime del caporalato pugliese, spesso camuffato da agenzie di viaggi o da lavoro interinale. Donne trasportate con gli autobus su e giù per tutta la Regione, dalla provincia di Taranto alle campagne del nord della Puglia". Le dinamiche della morte di Paola ricordano in maniera impressionante le condizioni in cui è deceduto Mohamed. È infatti una delle centinaia di donne che ogni anno, nel periodo di raccolta, si spostano dal Tarantino verso le campagne baresi per racimolare qualche euro sotto i tendoni.

Un fenomeno migratorio tutto interno alla Puglia. Il cuore di Paola non ha retto, sotto un tendone in cui nelle giornate di caldo a 40 gradi le donne diradano gli acini per fare più belli i grappoli di uva da tavola, scartando i chicchi piccoli che impediscono agli altri di crescere. Un lavoro duro a cui non corrisponde una paga adeguata, visto che l’acinellatura è tra i lavori pagati meno in agricoltura: 27-30 euro a giornata, nonostante i contratti provinciali stabiliscano un salario di 52 euro.

"Paola ha fatto 15 anni di duro lavoro nei campi - dice ancora Deleonardis  -  dall’alba fino a quando fa buio. Si alzava alle 2 di notte a San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, arrivava sui campi di Andria alle 5, rientrando nel primo pomeriggio a casa, dopo circa cinque ore di viaggio fra andata e ritorno". Le accuse lanciate dalla Cgil sono pesantissime: sembra che in ospedale non sia mai arrivata. Il carro funebre l’ha portata direttamente dal campo di lavoro alla cella frigorifera del cimitero di Andria, dove il marito e i figli l’hanno trovata.

"Ma come è morta esattamente Paola? Restano una serie di dubbi. È stato rilasciato il referto del 118? È stata fatta l’autopsia? Ci sono dettagli che non quadrano. Le compagne di lavoro hanno riferito che la bracciante lamentava di stare male da giorni ed era comunque andata a lavoro. Il decesso sarebbe avvenuto alle 8 del mattino. "Bisogna precisare che non risultano al momento aperte indagini sulla vicenda - conclude Deleonardis - Il fascicolo, trasmesso in Procura, sarebbe stato archiviato".

REPUBBLICA DEL 18/8/2015
La Procura di Trani ha aperto un’indagine sulla morte di Paola Clemente, la bracciante di 49 anni, madre di tre figli, morta ad Andria il 13 luglio scorso mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Il pm ha disposto la riesumazione del corpo e ha fissato per il 21 agosto l’autopsia. Omicidio colposo e omissione di soccorso sono le ipotesi di reato del fascicolo che al momento è stato aperto contro ignoti.

La donna, che viveva con la famiglia a San Giorgio Jonico (Taranto), lavorava ogni giorno a circa 150 chilometri da casa per meno di 30 euro. L’esposto-denuncia alla procura di Trani, competente per territorio, è stato depositato il 14 agosto scorso ai carabinieri di San Giorgio Jonico dal marito della donna, Stefano Arcuri, che chiede giustizia per sua moglie: "Siamo persone abituate a lavorare e a stare in silenzio - dice - ma ora basta". E’ assistito da tre avvocati: il prof. Pasquale Chieco, Vito Miccolis e Giovanni Vinci. L’autopsia sarà compiuta dal medico legale dell’Università di Bari Alessandro Dell’Erba.

Nella stessa zona in cui lavorava Paola Clemente, un nuovo caso di malore durante le operazioni di acinellatura nei campi: Arcangelo, 42 anni, anch’egli di San Giogio Jonico, è in coma in seguito a un infarto che lo ha colpito nel vigneto. E’ assunto dalla stessa agenzia interinale per cui lavorava Clemente.

LA NUOVA LEGGE SUL CAPORALATO
18 OTTOBRE 2016
ROMA - La Camera ha approvato in via definitiva la nuova legge contro il caporalato, voluta dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Dopo l’approvazione al Senato dello scorso agosto (con 190 voti favorevoli, nessun contrario e 32 astenuti), Montecitorio ha dato l’ok alle norme che prevedono il carcere fino a sei anni per chi sfrutta i lavoratori dell’agricoltura con 346 voti a favore (Pd, Si, M5s, Fdi, Socialisti, Ap) e nessun contrario. Si sono astenuti i deputati di Forza Italia e della Lega.

La responsabilità del datore di lavoro. Il provvedimento riscrive la norma precedente indicando un inasprimento delle pene, la responsabilità del datore di lavoro, il controllo giudiziario sull’azienda che consentirà di non interrompere l’attività agricola e la semplificazione degli indici di sfruttamento. Vengono inoltre inserite disposizioni sulla Rete del lavoro agricolo di qualità e un piano di interventi a sostegno dei lavoratori che svolgono attività stagionale di raccolta dei prodotti agricoli.

Si stabiliscono la confisca dei beni come avviene con le organizzazioni criminali mafiose, l’arresto in flagranza, l’estensione della responsabilità degli enti. In Senato è stato introdotto l’allargamento del reato anche attraverso l’eliminazione della violenza come elemento necessario e che rendeva più complessa l’applicazione effettiva della norma.

Le pene. Prevista la pena della reclusione da uno a sei anni per l’intermediario e per il datore di lavoro che sfrutti i lavoratori, approfittando del loro stato di bisogno. Se poi i fatti sono commessi mediante violenza e minaccia, la pena aumenta da cinque a otto anni ed è previsto l’arresto in flagranza. Le nuove norme individuano come indice di sfruttamento "la corresponsione ripetuta di retribuzioni difformi dai contratti collettivi e la violazione delle norme sull’orario di lavoro e sui periodi di riposo", in pratica salari troppo bassi e straordinari non pagati. Altri parametri presi in considerazione per indicare lo sfruttamento sono le violazioni delle regole per la sicurezza nei luoghi di lavoro, la sottoposizione a metodi di sorveglianza e anche le situazioni in cui i lavoratori sfruttati vengono alloggiati.

Indennizzi per le vittime. Per la prima volta si decide di estendere le finalità del Fondo antitratta anche alle vittime del delitto di caporalato, questo perché le situazioni delle vittime del caporalato e delle vittime della tratta sono ritenute simili e spesso le stesse persone sfruttate nei lavori agricoli sono reclutate usando i mezzi illeciti tipici della tratta di esseri umani.

Il ministro: "Sulla dignità non si tratta". Il ministro Martina ha commentato a caldo l’approvazione della legge: "Lo Stato risponde in maniera netta e unita contro il caporalato con questa nuova legge attesa da almeno cinque anni. Ora abbiamo più strumenti utili per continuare una battaglia che deve essere quotidiana, perché sulla dignità delle persone non si tratta. E l’agricoltura si è messa alla testa di questo cambiamento, ha aggiunto, che serve anche a isolare chi sfrutta e salvaguardare le migliaia di aziende in regola che subiscono una  ingiusta concorrenza sleale. È ancora più importante averla approvata oggi che la campagna agrumicola è alle porte. Ringrazio i parlamentari che hanno dato il loro contributo a raggiungere questo risultato. C’è tanto lavoro da fare e una legge da sola non basta, ma le direzione che abbiamo tracciato è inequivocabile. Dobbiamo lavorare uniti per non avere mai più schiavi nei campi"

INTERVISTA AL MARITO DI PAOLA
SAN GIORGIO JONICO -  "Andava via di casa alle 2 di notte. Prendeva l’autobus alle 3. Ai campi, ad Andria, da San Giorgio Jonico, arrivava intorno alle 5.30. Noi a casa la rivedevamo non prima delle 3 del pomeriggio, in alcuni casi anche alle 6. Guadagnava 27 euro al giorno. Poco. Ma per noi quei soldi erano importanti, erano soldi sicuri, assolutamente indispensabili. Fin quando è arrivata quella telefonata: Paola si era sentita male, io non sono riuscito nemmeno a salutarla: ora Paola non c’è più".

Bisogna fermarsi un attimo prima di ascoltare la storia di Paola Clemente, martire, prima che bracciante. Perché è una storia di schiavitù, accaduta a pochi chilometri dalle discoteche, dalle masserie a cinque stelle, dalla Puglia che assomiglia alla California. E questa volta non c’è nemmeno la possibile coperta razzista per nascondere la faccia: questi sono tutti italiani, schiavi e caporali. Paola Clemente, 49 anni, è morta il 13 luglio ad Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Viveva insieme con suo marito e i suoi tre figli a San Giorgio Jonico, trecento chilometri di distanza circa.

"Ci troviamo di fronte a un terribile caso di caporalato" dice soppesando le parole Peppino De Leonardis, segretario della Flai Cgil. "Una storia in cui i braccianti sono costretti a dare parte del loro compenso al caporale". Se non fosse stato per loro, alla tenacia sindacale di qualche dirigente, questa storia sarebbe rimasta sommersa, sparita nel nulla. Paola è stata già sepolta. "Ma ci sono cose che non possono rimanere senza un colpevole. Noi siamo qui e andremo fino in fondo " dice De Leonardis che, d’accordo con la famiglia di Paola, ha messo il dossier sul tavolo di un team di avvocati di primissimo livello: Vito Miccolis, Pasquale Chieco e Giovanni Vinci. Stefano Arcuri, il marito di Paola Clemente, non chiedeva altro. All’inizio era spaventato. Poi ha deciso che bisogna arrivare in fondo a questa storia.

Da quanto tempo lavorava sua moglie?
"Da sempre. Quello nei campi è sempre stato il suo mestiere. E da qualche tempo lavorava appunto ad Andria insieme a una serie di persone".

In cosa consisteva il lavoro di sua moglie?
"Acinellatura. Tolgono gli acini più piccoli per fare bello il grappolo. È necessario quindi che le braccianti salgano su una cassetta e tolgano l’acinino. Significa stare con le braccia tese e con la testa alzata per tutta la giornata. È un lavoro molto faticoso, ma non potevamo fare altrimenti".

In che senso?
"I soldi servivano".

Quanto guadagnava?
"Ventisette euro al giorno".

Se conta anche il viaggio, sono tredici ore di lavoro al giorno. Meno di due euro l’ora. È schiavitù.
"Erano soldi sicuri. Per come stanno le cose in Italia era denaro importantissimo, per Paola e per noi. Erano indispensabili. Ci permettevano di campare".

Si era mai lamentata della fatica?
"Siamo abituati a lavorare. E a stare in silenzio. Paola non stava male, me l’avrebbe detto. A parte la cervicale, di cui soffriva in modo cronico, non aveva altri dolori. Non era cardiopatica. Si lamentava, ripeto, soltanto di questi dolori al collo ogni tanto, ma niente che ci avesse mai fatto preoccupare più di tanto. L’avevano vista dei medici, e bastavano un paio di punture per fare passare tutto".

Come stava sua moglie quel 13 luglio?
"Bene. È uscita di casa con le sue gambe. Niente che ci potesse far pensare a quello che è successo, anche perché altrimenti non sarebbe andata al lavoro".

Poi?
"In mattinata mi hanno chiamato da Andria per dirmi che Paola si era sentita male e stava arrivando il 118. Ho capito subito che non mi stavano dicendo tutta la verità. Chiedevo: "Ma si è ripresa?". Dopo mezz’ora di silenzi, ho capito che era morta. È stato il momento più brutto della mia vita. In un primi momento mi hanno detto fosse all’ospedale di Barletta. Poi hanno cambiato versione: Andria. Sono arrivato dopo un viaggio massacrante da San Giorgio. Ho cercato dappertutto, dai reparti alla camera mortuaria ma non risultava proprio essere entrata. Nessuno sapeva chi fosse Paola. Abbiamo richiamato di nuovo lo stesso numero e, un po’ alla volta, a pezzettini, ci hanno detto la verità: mia moglie si trovava nella camera mortuaria del cimitero. Lì l’abbiamo trovata".

Com’è morta sua moglie?
"Non lo so. Dicono infarto. Ma non abbiamo niente, né un referto, né l’esito del soccorso dell’ambulanza. Mi hanno detto che è intervenuto il 118, ma non sono sicuro".

L’azienda per cui lavorava sua moglie dice che aveva un contratto regolare, mediato da un’agenzia interinale. È così?
"Non conosco i particolari, ma so che era assicurata". Interviene De Leonardis, il sindacalista: "Ci sono problemi, cose che stiamo verificando. Sicuramente c’era il pagamento di un intermediario".

Ora cosa chiedete?
"Io non mi rendo ancora conto di quello che è accaduto. Ho l’impressione che lei debba ancora tornare dal lavoro da un momento all’altro, non riesco ad accettare che non sia accanto a me, a casa. Non è pensabile non vederla la sera a tavola, dal rientro dei campi, con i nostri tre figli. Paola era una cuoca straordinaria. Abbiamo comprato casa con il mutuo e a dicembre finiremo di pagarlo. Era la nostra conquista. E invece... Ci siamo sposati nel 1987, sono 28 anni di matrimonio. Non esisto senza di lei, sono solo, i ragazzi ormai sono grandi. E so che il brutto deve ancora venire. Per questo ora devo combattere per lei".

Che significa?
"Vogliamo verità. Noi siamo gente semplice. E vogliamo semplicemente sapere di cosa è morta mia moglie. Chi e cosa l’ha uccisa. Vogliamo che sia fatta l’autopsia, mi fido della magistratura: ci sono delle cose più grandi di me ma abbiamo una dignità. E ho il diritto di sapere perché la cosa più bella della mia vita non c’è più".