Corriere della Sera, 23 febbraio 2017
A mani nude
La costa di Chittagong, la seconda città del Bangladesh, è una lunga distesa di navi, alcune ancora integre, altre in parte distrutte, altre ancora ridotte a uno scheletro.
Migliaia di uomini, per lo più giovani, molti dei quali minorenni, si muovono come formiche da una parte all’altra della spiaggia. Smontano pezzo per pezzo questi giganti del mare, spiaggiati sul litorale perché oramai inutili: troppo vecchi per poter essere utilizzati dalle compagnie navali occidentali e asiatiche.
Petroliere, cargo, navi da crociera, spedite a morire dai quattro angoli del mondo sulle coste di Bangladesh, India e Pakistan. È infatti nel Sud dell’Asia che il 60 per cento delle navi arrivato a fine vita viene smantellato, senza alcuna precauzione, senza alcun rispetto per l’ambiente e per la salute degli operai.
Navi che contengono materiali tossici, olii, amianto, vengono fatte a pezzi a mani nude, i rifiuti abbandonati sulla battigia, i serbatoi svuotati in mare. È così che lentamente è stato ucciso un intero ecosistema.
I cantieri di Alang, in India (qui dal 2009 al 2016 sono state smantellate 2.600 navi, dato che lo ha reso il più grande sito di smantellamento del mondo) e di Chittagong in Bangladesh (1.300 imbarcazioni demolite), hanno distrutto la fauna ittica, inquinato per sempre il mare e le falde, costretto migliaia di abitanti della zona costiera a spostarsi perché coltivare non è più possibile e i pesci non ci sono più.
Gli incidenti nei cantieri sono all’ordine del giorno, i morti anche. Negli ultimi 35 anni sono morti 500 lavoratori nei cantieri di Alang, in Gujarat, mentre sono stati 74 i morti a Chittagong tra il 2012 e il 2016.
Nonostante le pressioni esercitate da diverse ong, sembra che il business dello smantellamento di navi sulle spiagge asiatiche (in inglese shipbreaking ) sia praticamente impossibile da arrestare. Troppi gli interessi in gioco. A partire da quelli dei governi locali, del Bangladesh, dell’India, del Pakistan, decisi a difendere un’economia che impiega, nella sola Alang, nei momenti di maggior afflusso di navi, circa 50 mila operai, senza contare l’indotto.
Ad avere enormi responsabilità sono anche le compagnie navali, in primis quelle europee, che approfittano del basso costo del lavoro e dell’assenza di regole in materia ambientale per spiaggiare le loro navi. Il trucco per aggirare la legislazione internazionale in materia, è semplice: poco prima di mettere in mare le imbarcazioni per il loro ultimo viaggio è sufficiente cambiare la bandiera della nave, con una di Paesi extra Ue, spesso paradisi fiscali.
In Europa è la Grecia il Paese ad aver mandato più navi a morire nel Sud dell’Asia: 791, dal 2009 al 2016. Ma non mancano le compagnie navali italiane coinvolte in questo business: 92 navi di proprietà italiana sono state spiaggiate in Bangladesh, India e Pakistan tra il 2009 e il 2016.