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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

Jobs Act, le cinque verità sul flop: il precariato ora è peggio che nel 2014

In un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera (“Gli effetti (veri) del Jobs Act”,13 febbraio 2017) il professor Maurizio Ferrera sostiene gli effetti positivi del Jobs Act; tuttavia, lo fa usando dei dati Eurostat e Inps del 2014 (quindi prima del Jobs Act!) e dei dati del ministero del Lavoro del 2015 (quindi molto parziali). Invece le cose stanno diversamente, e bastano un grafico ed una tabella elaborati su dati Inps, aggiornati al 10 gennaio 2017, per smentire quelli riportati dal professor Ferrera e per rendere la verità. Analizziamo in particolare il fulcro centrale del Jobs Act, ovvero il Contratto a Tutele Crescenti (Ctc), e il suo impatto sull’occupazione. Cominciamo dal grafico in alto: se da una parte si registra un aumento del 41% di Ctc nel 2015, dall’altra c’è un calo di -32% nel 2016, con il numero assoluto di Ctc (1,14 milioni) che è inferiore a quello di lavori a tempo indeterminato del 2014 (1,19 milioni).
PRIMA VERITÀ. Meno nuovi lavori a tempo indeterminato nel 2016 (Ctc) rispetto al 2014 (ultimo anno del vecchio regime), nonostante si tratti di contratti a minore protezione.
LA SECONDA VERITÀ.Le assunzioni a termine, cioè tutti quei contratti che sarebbero dovuti scomparire con l’introduzione del Jobs Act sono invece in crescita: l’Inps ne registra 3,14 milioni nel 2014; 3,23 milioni nel 2015 e 3,45 milioni nel 2016.
LA TERZA VERITÀ. Riguarda la variazione netta di lavori a tempo indeterminato (Ctc) al netto delle cessazioni e considerando anche le trasformazioni in Ctc di contratti già esistenti, come le assunzioni da tempo determinato e da apprendistato: dopo un incremento nel 2015 di più di 660 mila unità, nel 2016 si scende drasticamente a sole 65.989 unità. Se non consideriamo le trasformazioni, il dato nel 2016 è addirittura negativo (-294.834 unità, simile al dato del 2014 pre-Jobs Act). La terza verità quindi è che nel 2016 il lavoro a tempo indeterminato (Ctc) non è aumentato, ma è calato rispetto al 2015, ed è sostanzialmente allo stesso livello (poco inferiore) rispetto al 2014 quando il Jobs Act non esisteva (quindi sotto il livello del “vecchio” contratto a tempo indeterminato).
Per fare un bilancio completo bisogna valutare ora l’impatto del Jobs Act alla luce della decontribuzione, cioè del cosiddetto esonero contributivo di 8.060 euro per ogni assunto a Ctc. L’Inps registra 491.782 unità di lavoro che beneficiano dello sgravio nel 2016, per un costo totale di oltre 3,9 miliardi di euro solo nel 2016. A fronte di una variazione netta di occupati stabili di soli 65.989 unità, il costo di 3,9 miliardi di euro sembra eccessivo (corrisponde a una spesa media per occupato stabile di circa 60 mila euro!). Da qui ne discende una conclusione importante.
QUARTA VERITÀ. Forse la più importante: l’occupazione non viene creata da norme ma da investimenti.
La domanda di lavoro è una domanda “derivata” (dalla domanda aggregata); se non cresce la domanda aggregata (investimenti, spesa pubblica e consumi) non può crescere l’occupazione. Tuttavia sappiamo che oggi gli investimenti privati sono fortemente rallentati da aspettative negative da parte delle imprese, e i consumi sono rallentati da alti livelli di disoccupazione, e dai bassi livelli di reddito di coloro che lavorano. Inoltre gli investimenti pubblici sono ostacolati o impediti dalle regole europee e dai vincoli stringenti della recente austerità. Ne consegue che l’occupazione non cresce, con o senza il Jobs Act. L’Italia ha circa 3 milioni di disoccupati, quasi il 12%, con un tasso di occupazione pari al 57% (con circa 22,8 milioni di persone che lavorano), e queste cifre sono rimaste stabili dalla recessione del 2012 (dati Istat). Nell’Ue il tasso di disoccupazione medio è dell’8,5% e il tasso di occupazione al 70% (dati Eurostat).
Infine, secondo alcuni esperti (da ultimo proprio Ferrera sul Corriere) il Jobs Act finalmente darebbe all’Italia il modello di Flexicurity che ha reso famosi di recente i paesi scandinavi. Ma questo è veramente lontano dalla verità. Al contrario.
QUINTA VERITÀ. L’Italia proprio con il Jobs Act ha rafforzato il suo modello di Flex-insecurity. Infatti, dopo le massicce dosi di flessibilità in entrata dei due decenni scorsi tramite le numerose forme di contratto introdotte e non eliminate, il Jobs Act adesso introduce anche flessibilità in uscita, rendendo possibile il licenziamento illegittimo attraverso una semplice sanzione monetaria tabellare prestabilita. La Flexicurity avrebbe richiesto, invece, l’introduzione di una maggiore protezione di welfare e di reddito. Nello specifico, e negli anni della crisi, lo sforzo si sarebbe dovuto concentrare nella creazione di uno strumento universale di sostegno al reddito oltre (la Naspi è ancora troppo limitata, e la Dis-Coll e la Asdi si sono rivelate quello che erano: annunci non ri-finanziati). Questo avrebbe da una parte evitato l’esplosione di quelle sacche di povertà che l’Istat ha spesso richiamato, e dall’altra avrebbe contenuto la spirale recessiva da domanda che il nostro Paese ha attraversato in questi ultimi anni, con uno sforzo finanziario non superiore a quello, dimostratosi oggi inefficace, della decontribuzione fiscale del Ctc.
* Professore di Economia del Lavoro e Politica economica, cattedra Jean Monnet di Integrazione economica europea all’Università
Roma Tre