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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

Soldi e carriere
. I giudici in politica fanno i furbetti

La battuta è rubata a un collega: che l’ex Pds finisca in mano a un magistrato, a 25 anni da Mani Pulite, sembra il finale perfetto. Ciò detto, Michele Emiliano non si è mai dimesso dalla magistratura e non è chiaro se a indignare dovrebbe essere questo (che tenga i piedi in due scarpe) o il fatto che i colleghi del Csm si siano svegliati solo ora, a 13 anni da quando il problema cominciò a porsi: Emiliano ha fatto in tempo a essere eletto prima sindaco a Bari (dal 2004 al 2014) e poi presidente della Puglia (dal 2015 a oggi) con una parentesi da assessore a San Severo (2014) che non lo costringesse a rimettersi la toga. Anche la grande stampa, pur ricordando con distrazione questo macroscopico dettaglio, non ne ha mai fatto una gran questione non la fa neanche ora come invece è accaduto per altri: si pensi a tutta la telenovela di De Magistris e Antonio Ingroia, per dire. Morale: Emiliano non si è mai dimesso, anche se la legge 109 del 2006 dice che nessuno può impedire a un magistrato di candidarsi ovvio ma che costui non può fare militanza in un partito, ergo non può ricoprire incarichi di segretario e presidente del Pd pugliese. È ciò che ha fatto Emiliano, prendendo peraltro la tessera. E perché non può? Perché altrimenti va a ramengo qualsiasi obbligo di sembrare indipendenti, ovvio anche questo. 
L’ILLECITO 
Morale, la Procura generale della Cassazione ha ravvisato un illecito disciplinare (ufficialmente il procedimento è del 2014) e proprio in questi giorni dovrebbe chiederne conto a Emiliano: dopo 13 anni, e coi tempi che la nostra giustizia sa darsi. Emiliano avrebbe violato «l’esercizio indipendente e imparziale della funzione giudiziaria» che vale per i magistrati «collocati fuori del ruolo organico». Non basta? C’è anche la sentenza n. 224 della Corte Costituzionale (2009) che a sua volta doveva imporre ai neopolitici di togliere la toga, ma in tutta risposta Emiliano partecipò alle primarie del Pd. 
LA LISTA 
Che facciamo, ci indignamo? Fino a un certo punto, perché Emiliano non è solo. In Parlamento, per esempio, ci sono altre nove toghe che non si sono mai dimesse: da Donatella Ferranti a Felice Casson, Doris Lo Moro, Anna Finocchiaro e Stefano Dambruoso. Al Viminale c’è un amico di Renzi, Domenico Manzione; a Strasburgo c’è la piddina Caterina Chinnici che era già stata in giunta nel centrodestra siciliano di Raffaele Lombardo. Tra i più noti c’è Cosimo Ferri, ex leader di Magistratura indipendente e autentico pendolare tra toga e politica. Altre toghe, sparse nelle amministrazioni locali, sono o sono state Giuseppe Narducci a Napoli, Lorenzo Nicastro con Vendola in Puglia, Giovanni Ilarda e Vania Contrafatto in Regione Sicilia. 
Occorre ricordare se proprio vogliamo indignarci un pizzico che questi magistrati-politici sono stati giudicati, in tutti questi anni, «imparziali e indipendenti», e hanno fatto scatti di carriera proprio in quella magistratura che non frequentano più: ergo, hanno maturato aumenti di stipendio e di pensione. 
IL RECORD 
È noto il record di Anna Finocchiaro, fuori ruolo da 29 anni e però nel frattempo promossa per ben 7 volte (il massimo) come se avesse continuato a lavorare in procure e tribunali, i quali invece ha frequentato solo dal 1981 al 1987. Il Csm ha certificato «l’indipendenza, imparzialità ed equilibrio» ma anche «capacità, laboriosità, diligenza e impegno dimostrati nell’esercizio delle funzioni espletate», anche se non le ha espletate. 
Poi ci sono gli altri. Doris Lo Moro è fuori ruolo da 18 anni, ma ha fatto 4 scatti di carriera. Felice Casson ha tolto la toga da 11 anni, ma aspetta la pensione seduto in Senato. 
LA PROPOSTA 
Che fare? Alla commissione giustizia della Camera, a prendere polvere, c’è un bel disegno di legge che vorrebbe appunto dare una regolata agli ingaggi delle toghe in politica: ma chi la presiede la commissione? Risposta: la piddina Donatella Ferranti, formalmente magistrato da 18 anni che intanto ha maturato tutti gli avanzamenti e gli scatti possibili. Dovrebbe promuovere una legge che impedisca di fare quello che ha fatto lei, che sta facendo lei. Un tempo lo chiamavano conflitto di qualche cosa.