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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

Perde soci il «club» dei Paesi in deflazione

Ricordate la deflazione? Qualche mese fa era lo spettro di banche centrali, governi e anche degli investitori, ora è scomparsa dai radar: «scacciata» appunto dalle politiche delle banche centrali, dal rincaro del barile di petrolio e, perché no, anche da una crescita economica che ha ripreso vigore a livello globale. Ormai sono rimasti appena 14 i Paesi al mondo che a fine 2016 vedevano diminuire l’indice tendenziale dei prezzi al consumo: erano più del doppio a inizio anno e addirittura il triplo 12 mesi prima. Tra di essi nessuna economia avanzata, neppure quella Svizzera strangolata dal super-franco che è stata l’ultima ad abbandonare il club poco ambito della deflazione.
Nella lista non figurano più soprattutto membri dell’Eurozona, quando un anno fa una buona porzione dell’area legata all’euro era «sottozero» dal punto di vista dei prezzi e anche questo fa riflettere, soprattutto in chiave Bce. Il 2016 è stato in effetti un anno denso di sorprese: dalla Brexit (che ha depresso la sterlina facendo impennare l’inflazione britannica) all’elezione di Donald Trump (che per ora contribuisce a suon di promesse a rafforzare le aspettative su un aumento dei prezzi Usa). Il ritorno dell’inflazione è però un fenomeno a più ampio raggio, legato appunto alla ripresa delle quotazioni delle materie prime e all’accelerazione economica che si legge sia nei dati reali relativi a Pil, produzione e occupazione, sia negli indicatori prospettici.
C’è poi un ulteriore elemento da considerare in questa dinamica, ovvero quella Cina che non soltanto non ha tirato il freno come i più si attendevano a inizio 2016, ma ha anche addirittura iniziato a «esportare» inflazione verso il resto del mondo: l’esatto contrario di quanto avvenuto nei decenni precedenti. «A livello di produzione i prezzi cinesi stanno crescendo ormai da qualche mese e questo significa semplicemente che il resto del mondo paga di più le merci esportate da Pechino», spiega Elena Bossola, responsabile della distribuzione per l’Italia di Edmond de Rothschild.
Sono probabilmente proprio questi ultimi due fattori strutturali (l’espansione globale e la variabile Cina) a far pensare che lo spettro della deflazione possa rimanere intrappolato per almeno qualche tempo. «Il numero dei Paesi che mostrano un’inflazione negativa o inferiore all’1% – conferma Bossola – è destinato a calare fortemente nel corso del 2017, ma il lato forse più positivo è che al tempo stesso non vi sono allarmi in senso opposto perché non si vedono al momento forti pressioni rialziste sui prezzi».
Negli ultimi due anni il numero dei Paesi con un tasso superiore al 4% si è infatti sostanzialmente stabilizzato poco sopra le 30 unità e tra questi non sono compresi Paesi del G10 (tra gli altri, vi sono Russia, Turchia e Brasile). Ciò che però forse ci interessa più da vicino è che non sembrano esserci particolari tensioni nell’Eurozona: «L’indice generale dei prezzi – osserva ancora Bossola – potrà anche superare il 2% nei mesi a venire, ma è destinato a rallentare nella seconda parte dell’anno quando l’effetto petrolio si affievolirà, mentre l’indicatore core registrerà un aumento più graduale senza però avvicinarsi all’obiettivo del 2% e questo permetterà alla Bce di mantenere un atteggiamento espansivo per tutto il corso del 2017».
Nessun temuto tapering sarebbe dunque in vista da qui a dicembre, quindi il sostegno delle manovre monetarie non dovrebbe mancare ai bond dell’Eurozona (a differenza dei Treasury americani, che rischiano invece di soffrire una stretta sui tassi più marcata del previsto da parte della Federal Reserve). Sui BTp (e non solo) rimane invece la crescente incognita del rischio politico: su quella non c’è mossa di Mario Draghi o considerazione su deflazione che tenga.