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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

Trump è il presidente che, fra i candidati repubblicani, è stato più votato da neri, musulmani, gay e donne bianche (53%)

Infuria la guerra fra i media e il Presidente Donald Trump, incalzato passo passo su ogni parola pronunciata da lui, dalla sua portavoce, dai suoi famigliari e dai pochi ministri che hanno ottenuto la ratifica del Congresso, dove i repubblicani hanno la maggioranza ma i democrats hanno la possibilità di snervare e rallentare le procedure. (A quasi un mese dall’inaugurazione rimangono infatti ancora 6 ministri su 15 da approvare, una lentezza mai vista dai tempi di George Washington, 1789.) Le provocazioni e le accuse contro il neopresidente sono accerchianti e la rete di resistenza è ramificata in ogni dove, dalle aule universitarie alle librerie, in una prova generale di insurrezione che, come insegnava Saul Alinsky, il guru dei rivoluzionari anni Settanta, ha «congelato» il bersaglio e si concentra su quello, sperando, a quanto pare, di riuscire in qualche modo a defenestrare il governo.
Gli attacchi arrivano da tutte le direzioni: in particolare dalle categorie «politicamente corrette», quali le donne (anche se Trump ha vinto il voto delle donne bianche, con il 53%) e i neri (anche se una percentuale maggiore di neri – l’8% – ha votato per Trump di quanti ne avessero votato per i candidati repubblicani delle due precedenti elezioni, Mitt Romney e John McCain).
In campo politicamente corretto però si registrano anche alcune defezioni. Ad esempio fra quelli che meno ti aspetteresti, i musulmani americani: un gruppetto consistente nel segreto dell’urna ha votato per Trump: secondo i dati del potente Cairo, Council on American Islamic Relations, hanno votato per il tycoon di New York quasi tre volte il numero di musulmani che aveva votato per il moderato Mitt Romney quattro anni prima. Esiste anche un’associazione che si chiama «Muslims for Trump» fondata da Sajid Tarar, cinquantaduenne che dirige un centro per la salute e i servizi sociali a Baltimora. Originario del Pakistan, padre di quattro bambini, Tarar cominciò ad allarmarsi dopo l’attacco terroristico di San Bernardino, in California, ed è favoreole a filtrare in modo molto rigoroso i nuovi arrivati negli Usa. «Dobbiamo fare», dice, «delle cose drammatiche per proteggere il popolo americano».
Le stesse preoccupazioni per la sicurezza sono alla base dell’appoggio al Presidente Trump di molte componenti della comunità Lgbt, una delle categorie di cui la sinistra si auto-proclama difensora d’ufficio. A festeggiare il neopresidente degli Stati Uniti il 20 gennaio non c’era infatti solo quelli che si possono definire la «maggioranza silenziosa» ma anche i Gays for Trump. Mentre altri si scatenavano contro le vetrine, le macchine parcheggiate e le signore in arrivo al gran galà in abito lungo, circa 200 gay festeggiavano la vittoria dell’impronunciabile Trump a una cena seduta, con musica e danze, cui hanno partecipato sostenitori arrivati da New York, Orlando, e perfino le Hawaii. Perché appoggiano Trump? Per quasi tutti la risposta è stata soprattutto il desiderio di combattere l’estremismo islamico. «Stiamo cominciando a suscitare la necessaria consapevolezza», ha spiegato Scott Presler, che ha fatto outing dopo la strage del night a Orlando, Florida, nel giugno 2016, in cui 49 persone furono uccise da un auto-proclamato seguace dell’Isis.
Il più noto esponente gay che si è pronunciato a favore del Presidente Trump è Milo Yiannopoulos, l’intellettuale greco la cui sola presenza sul campus di Berkeley, in qualità di relatore a una conferenza sull’appropriazione della cultura da parte dei progressisti, ha scatenato le note violenze, vandalismi e incendi che hanno fatto notizia in tutto il mondo. Secondo Yiannopoulos «Donald Trump può beneficiare la comunità gay più di qualsiasi altro presidente della storia. Noi amiamo lo spirito libertario di Trump, che respinge i limiti di quello che è permesso pensare e dire. Come con i neri, ogni città gestita dai Democrats con una grossa comunità di neri è un disastro. I gay non vogliono condiscendenza. Quello che vogliamo è di saperci protetti e al sicuro».