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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

La crociata degli inglesi. «Via l’Italia dal Sei Nazioni»

I Maestri inglesi, che il rugby l’hanno inventato, si chiedono da tempo cosa ci faccia questa Italia nel Sei Nazioni, giusto prima del match di domenica. L’altro giorno anche i francesi hanno scosso la testa, dopo l’ultima batosta azzurra all’Olimpico: «Fermate il massacro». 18 partecipazioni, 87 partite e 75 sconfitte, alcune – troppe – imbarazzanti. Basta così ragazzi, l’avventura è già finita? Il 9 marzo a Parigi la federazione ovale europea aprirà un dossier con l’obiettivo di suggerire al Six Nation Board una “inevitabile” svolta: «Perché così non si può continuare», conferma Octavian Morariu, presidente di Rugby Europe. Sì, ma oltre ai cucchiai di legno e alle più o meno onorevoli sconfitte, c’è in ballo un business miliardario: sponsor e diritti tv, una media di 72.000 spettatori in ogni stadio. Per non parlare delle folle di appassionati che tutti gli anni tra febbraio e marzo viaggiano da una capitale all’altra, generando un indotto da 50 milioni di euro per ogni città. E allora. Tornare al Cinque Nazioni di una volta? Introdurre un play off tra l’ultima del torneo e la prima dell’Europe Championship, il Sei Nazioni B? O allargare il campionato a 7 squadre? Giancarlo De Carli, che nel Duemila segnò la prima storica meta, non ha dubbi: «Un torneo ampliato sarebbe ancora più bello: l’evoluzione del nostro sport è questa, l’Italia è entrata 17 anni fa e ora probabilmente è arrivato anche il momento di far entrare la Georgia». Così gli azzurri una partita potrebbero vincerla, vero? «Un Sette Nazioni sarebbe più interessante, mentre togliere una squadra per inserirne un’altra non apporterebbe alcun valore. La Georgia ha avuto una grande crescita», spiega l’ex pilone, oggi responsabile della mischia azzurra. Anche Conor O’Shea, il ct, ripete che «nel rugby moderno bisogna includere, allargare: mai escludere». Ma gli altri – i Maestri, soprattutto – non la fanno mica così facile. Clive Woodward, che fu l’allenatore dell’Inghilterra mondiale del 2003, ci va giù pesante: «Sapendo di avere il posto assicurato, l’Italia ha smarrito la fame e l’ambizione di un tempo: dovrebbe come minimo spareggiare con la migliore delle ‘altre’ d’Europa». La proposta non è nuova. Però attenzione: il Board del Sei Nazioni non è una federazione internazionale, è un’istituzione privata: sceglie chi invitare o no. E ha già sottoscritto contratti con le 6 nazionali fino al 2026. Money, money, money. Tv, pubblicità, tour operator che vendono pacchetti con 4 anni di anticipo. John Feehan, chief executive, sorride sotto i baffi: «Gli azzurri pochi mesi fa hanno battuto il Sudafrica, col tempo potranno lottare per il titolo». Però se giocassero a Tbilisi sarebbero guai grossi, perché i georgiani (12° nel ranking, l’Italia al 14°) in mischia fanno male. «Se ci sarà un qualche cambiamento nel torneo, sarà comunque a medio o lungo termine».
Alla Federazione rispondono coi numeri: negli ultimi 10 anni la Georgia ha giocato 11 match contro le migliori del mondo (Tier 1) e li ha persi tutti. Gli azzurri ne hanno vinti 11 su 85. «L’Italia ha meritato di entrare e di restare nel torneo, sempre con i risultati», spiega John Kirwan, l’ex All Black che è mezzo trevigiano ed ha guidato a lungo la Nazionale. «Prima del Duemila ha battuto 2 volte l’Irlanda e la Francia, ha esordito superando la Scozia. Abbiamo sconfitto il Galles». Sottintende: nessun’altra ha mai fatto altrettanto, a Parigi si lavorerà a un dossier. Un’ipotesi. «Comunque vada, non cambierà nulla prima di 4-5 anni» riconosce Morariu. «Il Sei Nazioni non è solo sport. È anche business, una società commerciale che guarda ai risultati finanziari». E poi, vuoi mettere per 20.000 tifosi irlandesi passare un fine-settimana di febbraio sotto il sole di Roma (con il 3° tempo al Foro Italico) o a Tbilisi?