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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

«Grexit scongiurata, l’era dei sacrifici è finita». Intervista al ministro Tzanakopoulos

MILANO L’intesa raggiunta tra le Grecia e la Ue all’Eurogruppo di lunedì è «un passaggio chiave per chiudere la revisione del secondo programma di aiuti». E il messaggio uscito da Bruxelles è «che per Atene è finita l’era dell’austerità». Dimitris Tzanakopoulos, ministro di Stato e portavoce del governo ellenico, getta acqua sul fuoco delle tensioni nella Ue. «La Grexit – assicura – non è mai stata un’opzione sul tavolo». E l’intesa finale per sbloccare i nuovi aiuti ad Atene è a portata di mano «e a mio parere potrebbe arrivare prima delle elezioni francesi».

Alexis Tsipras aveva garantito ai greci che non avrebbe imposto un euro in più d’austerità al paese. Promessa mantenuta?
«Sì. L’accordo di Bruxelles è chiaro: l’era dei sacrifici è finita. È un compromesso figlio dei passi indietro fatti da tutti. Il nostro governo si è impegnato a fare le riforme strutturali che servono per rilanciare l’economia del paese. Ma lo faremo – d’accordo con le istituzioni – con un piano di interventi fiscalmente neutro. Per ogni eventuale taglio, ci sarà un alleggerimento della pressione sulle tasse o nuove risorse per interventi sociali. È un sistema di misure e contro- misure che sarà applicato dal primo gennaio 2019. E a mio parere questo è stato il passaggio decisivo per chiudere rapidamente l’intesa finale».
Ora i rappresentanti di Ue, Bce e Fmi torneranno ad Atene. Di cosa si discuterà e quando si arriverà all’intesa definitiva visto che la Grecia deve rimborsare 7 miliardi di prestiti a luglio?
«Non c’è una data fissa per la chiusura delle trattative, ma tutti siamo d’accordo ad arrivare a un’intesa definitiva prima possibile. La mia idea è che lo si debba fare prima delle elezioni francesi. E sono convinto che si possa fare. Oltre alle riforme da mettere a punto con i tecnici, sul tavolo c’è una nostra richiesta precisa: l’intesa finale dovrà prevedere anche un piano serio a medio termine per rendere meno oneroso il debito e per fissare target di bilancio più realistici. L’idea che la Grecia possa centrare per dieci anni consecutivi il target di un rapporto tra deficit e Pil del 3,5% – come chiesto dai creditori – è inaccettabile. È un traguardo impossibile. Serve fissare degli obiettivi di buon senso».
L’Fmi parteciperà al programma?
«Devono decidere loro, la palla è in mano a Washington».
La Grexit è scongiurata?
«La Grexit per noi non è mai stata un’opzione sul tavolo».Il governo italiano vi ha dato una mano all’Eurogruppo?«Sì, è stato molto vicino alla Grecia nelle trattative di queste settimane».

Ettore Livini

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I fantasmi dell’Europa
BERLINO Oggi la numero uno del Fmi, Christine Lagarde, sarà a Berlino per incontrare Angela Merkel. Intanto il suo vice, David Lipton, l’ha preceduta nella capitale e ha espresso fiducia nella possibilità di un accordo con Atene: «Vorremmo essere nella posizione di aiutare la Grecia». Un ottimismo che sa di déjà vu. E se c’è un déjà vu che i conservatori tedeschi non possono permettersi, è quello di un braccio di ferro sulla Grecia in piena campagna elettorale. Secondo una fonte autorevole, nell’ultimo incontro con Mario Draghi, la cancelliera gliene ha parlato. Berlino continua a mantenere due paletti totalmente irrazionali che rendono il negoziato uno strazio niente taglio del debito e inclusione del Fmi nei salvataggi – perché abbatterli significherebbe dover passare per il Bundestag. Ma se c’è un tema su cui l’elettorato ha esaurito la pazienza è quello dei salvataggi greci. Una fonte fa notare che Tsipras sbaglierebbe, stavolta, a contare sulla disponibilità di Merkel a chiudere di nuovo un occhio rispetto alla nota tentazione del suo ministro più potente, Schaeuble, di giocare la carta della Grexit. Stavolta la cancelliera, molto più debole rispetto all’ultima crisi greca, ha le mani legate. Tsipras rischia grosso. E se la crisi si addenserà di nuovo alla vigilia dei rimborsi più grandi, in estate, Draghi ripiomberà nella tragica riedizione dei momenti più difficili per l’euro. Stavolta sarà difficile che basti, come nel luglio del 2012, il suo “whatever it takes” per addomesticare i mercati. Anche perché le minacce per la moneta unica non si esauriscono con la Grecia.
L’elefante nella stanza, come stanno segnalando in questi giorni i mercati che hanno un discreto fiuto per i guai, è la Francia. Spesso gli analisti vanno dritto al sodo. Quelli di Mitzuho Financial Group hanno consigliato ai loro clienti di smetterla di considerare i bond governativi francesi come quelli tedeschi o olandesi. È una piccola rivoluzione. Per decenni, pur avendo guai economici crescenti, la Francia è sempre stata considerata parte integrante dei nordici Paesi con i conti in ordine e le economie robuste. Negli anni 1992-3 fu la Bundesbank a proteggere il franco dagli scossoni più violenti della crisi valutaria. Il motore franco- tedesco, per i mercati, è stato la consapevolezza che la Germania avrebbe sempre steso un ombrello sull’alleata più stretta. Ma l’ipotesi di una presa del potere di Marine Le Pen distruggerebbe tutto: prima ancora dell’Ue e l’euro, si spezzerebbe quel cuore politico dell’Europa costituito dall’asse Berlino-Parigi. E non si può neanche cominciare a immaginare a quali strumenti dovrebbe ricorrere Draghi per scongiurarne le conseguenze devastanti sui mercati.
Se anche tutto dovesse filare liscio, per il presidente della Bce restano da affrontare altre incognite grosse. La prima è l’Italia, dove la scissione del Pd ha reso più debole il governo e più probabile le elezioni entro i prossimi mesi e persino possibile una vittoria di Grillo. Il secondo guaio si chiama Germania: l’inflazione ha rialzato la testa, e anche se si tratta di un aumento dei prezzi dovuto ai rincari energetici, le voci per un’uscita della Bce dall’emergenza stanno diventando delle urla. Ieri la solitamente autorevole Faz ha fatto un titolo che se non fosse comico farebbe rabbrividire: “I tassi bassi sono peggio di Lehman”, cioè peggio del collasso della banca americana che provocò quasi l’infarto del sistema finanziario mondiale. Nei prossimi mesi di campagna elettorale, Draghi subirà pressioni crescenti per smettere di comprare titoli di Stato, proprio quando ce ne sarà forse più bisogno per le paurose crisi politiche che rischiano di disgregare l’euro.
Infine, c’è l’incognita Trump. Che minaccia di spezzare la concordia tra le maggiori banche centrali che ha scongiurato guerre valutarie durante la crisi. Il presidente americano tuona contro il dollaro forte – salvo annunciare misure di stimolo che non faranno che irrobustirlo – e sta aumentando le pressioni sulla Fed. L’inflazione americana ha raggiunto il 2%, l’economia funziona a pieni giri e Janet Yellen intende aumentare i tassi. Una mossa che probabilmente non dispiace a Draghi, cui l’euro debole serve per continuare a stimolare la ripresa. Ma sulla loro traiettoria si staglia sempre più minacciosa l’ombra di The Donald.
Tonia Mastrobuoni