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 2017  febbraio 22 Mercoledì calendario

«Io, un malato dell’antico. Ma è un vizio accessibile». Intervista a Philippe Daverio

«Provi a spostare quella statua di cane nero. Impossibile, vero? Ci credo: è dell’Ottocento e quel legno è il più pesante che esista nel Borneo».
Milano, centro, casa-studio di Philippe Daverio. Il quale, prima di diventare il divulgatore più brillante d’Italia, è stato anche mercante d’arte e continua ad essere un... be’, sì, un «malato» per usare le sue parole. Affetto dalla sindrome del collezionista, infaticabile cacciatore di antiquariato e modernariato, nonché presenza fissa a Mercanteinfiera.
In questa casa i cani del Borneo vivono accanto ai Buddha e ai comò del Settecento. Febbre dell’accumulo?
«Sì e ce l’ho da quando avevo trent’anni, faccia lei. La mia malattia mi spinge verso mercatini di provincia, grandi fiere come quella di Parma, amici antiquari. E non si pensi che spenda un patrimonio. Quella carta geografica a parete, per dire, è un documento unico: è del 1835 e rappresenta la cartina dove è nato il progetto dell’Italia unita. L’ho pagata meno di duemila euro, pensi».
Ma lei è un «connoisseur». La gente comune ha paura dei bidoni, così rinuncia.
«Ma anche io corro il rischio, non creda. Il segreto sta nell’entrare in questo mondo, lasciarsi contagiare, guardare, guardare molto. Oggi non osserviamo più il passato e questo è un errore di valutazione».
Perché?
«Perché capita che un tavolo relativamente antico come quello dove sto appoggiando i gomiti, che è dei primi decenni del XX secolo, arrivi a costare poco più di un mobile dell’Ikea. Ma ha il vantaggio che non si rompe e che, volendo, un giorno si può rivendere».
Non è, dunque, un mondo esclusivo come si potrebbe pensare.
«No, anzi. È più accessibile di quanto si immagini. Secondo me si può cominciare con un piccolo oggetto, con una statuina orientale come quelle che vede qui. E poi, poco alla volta, passare a qualcosa di più impegnativo come quel mobile del Cinquecento».
Sul quale però lei ha messo delle statuine orientali e un portagioie in tartaruga del Seicento. Ancora sindrome dell’accumulo?
«Ma no, è piuttosto allegria, personalità. Secondo me se una casa sembra vera, se è arredata con autentica passione non c’è il rischio del cattivo gusto. Questo incombe solo laddove c’è ostentazione. Ma l’ha vista la casa di Donald Trump? Faccia un paragone con quella dove abitava Roosevelt. La volgarità è perfettamente riconoscibile».
Un rischio, quello del cattivo gusto, che non si corre di certo con le cose di buona fattura, come quelle tende in tulle antico, croccante, vero?
«Le guardi da vicino: sono dell’Ottocento e, per secoli, sono state in una villa poco fuori Milano. Adesso a casa mia soffrono, perché prendono polvere e smog, ma conservano la loro bellezza e, soprattutto, danno omogeneità alla casa».
Una casa che sembra quella di un intellettuale del Risorgimento.
«Esatto, c’è molto Ottocento, con innesti di vario tipo. Ma – ed ecco un altro consiglio per chi volesse avvicinarsi al mondo del collezionismo – una delle cose più importanti è scegliere dei pezzi che si sposino tra di loro, dando un senso di armonia. Bisogna che ogni cosa, anche se eccentrica come quelle statue africane, racconti la personalità di chi ci abita».
E infatti ecco un pianoforte. Una delle passioni – la musica – meno conosciute eppure tra le più importanti di Philippe Daverio, giusto?
«Verissimo e di pianoforti ne ho ben tre. Uno è addirittura coevo alla casa, mentre un altro è stato fabbricato nel periodo tra le due guerre quando i legni erano nel periodo migliore della stagionatura. Ecco, il collezionista intelligente non cerca il pezzo più pregiato o costoso, ma quello che ha la storia più interessante».