Corriere della Sera, 22 febbraio 2017
Il mio calcio libero. Intervista a Andrea Abodi
Andrea Abodi, 56 anni, presidente della Lega di serie B. Due anni e mezzo fa si è schierato a fianco di Tavecchio. Perché adesso si è smarcato e si candida contro di lui?
«Avevo appoggiato Carlo sbagliando i tempi e i modi. Non ero stato corretto con gli sfidanti, però ho fatto tesoro di quell’errore. Credevo che Tavecchio fosse il punto di equilibrio e invece avevo torto. Le motivazioni che allora mi hanno spinto a stare dalla sua parte, adesso sono quelle che mi hanno convinto a scendere in campo».
Si spieghi meglio.
«Al presidente avevo promesso lealtà e chiesto due cose: non doveva tradire me e la mia Lega e non doveva farmi sentire solo. Non è successo, nonostante i suoi sforzi».
Tavecchio dice che lei ha sempre votato le sue delibere.
«A livello strutturale ha avuto il mio consenso. Ho partecipato a tanti ragionamenti e proposto molte cose con generosità. Però ho sentito la Lega di B abbandonata al suo destino. C’erano degli accordi e non sono stati rispettati. Il taglio dei contributi alla Federazione lo abbiamo pagato soprattutto noi. E la modifica della Legge Melandri è stato un ulteriore passaggio negativo».
Si è sentito tradito?
«Tradito e abbandonato. Un presidente di Lega si aspetta che non gli vengano sottratte risorse. E invece noi abbiamo dovuto cavarcela da soli. Sarebbe servita maggiore coerenza».
Faccia un esempio?
«La situazione del Pisa è emblematica. Per salvare non solo una società in difficoltà, ma tutto il campionato, sono andato ben oltre lo statuto, arrivando persino a fare da anello di congiunzione tra domanda e offerta. E mi è stato detto: chi te lo ha fatto fare? Invece penso che bisogna entrare dentro i problemi e provare a risolverli. Il Pisa è il mio miglior manifesto elettorale».
Ha parlato di una Federazione più trasparente. A cosa si riferisce?
«La gente ha bisogno di capire cosa stiamo facendo. Solo così può ritrovare fiducia nelle istituzioni».
La situazione non è allegra.
«Ci sono troppi fattori di decrescita: dalle presenze negli stadi, agli ascolti televisivi. Stanno diminuendo anche le affiliazioni delle società e i tesseramenti. Tutto questo va combattuto».
Pensa che gli indicatori negativi siano da imputare a Tavecchio?
«Non dico questo, ma chi governa si deve prendere le sue responsabilità».
Il suo programma si fonda...
«Le parole chiave sono: reputazione, competitività, sostenibilità. E senza sostenibilità non c’è reputazione».
Non si fermerà certo qui.
«No, ci mancherebbe altro. Vorrei dare alla Figc un’impronta più aziendale, moderna e dinamica. E bisogna evitare fratture troppo ampie tra le Leghe. Se non c’è unità è tutto più difficile. Inoltre, va studiato meglio il rapporto tra il professionismo e il mondo dei dilettanti. Invece, sino adesso, le componenti ragionano in maniera separata».
Dubitiamo però che riesca a far andare d’accordo i litigiosi presidenti di serie A.
«Le dimensioni economiche esasperano i contenuti del confronto».
Ma è convinto, come Tavecchio, che la Lega di A risulterà decisiva il 6 marzo alle elezioni federali?
«Non lo dico io, lo dicono i numeri. Però non penso che abbia già scelto il mio rivale. Adesso mi sembra concentrata sulle questioni interne. Più che al presidente federale, sta ragionando sullo statuto e sulla governance».
Andrea Agnelli si è schierato con Tavecchio.
«Voi siete davvero convinti che quella dichiarazione sia il convincimento politico che si tradurrà in voto? Innanzitutto quando ha parlato, ancora non c’erano candidati. In ogni caso non alimento il giochino “quello sta con me e quello contro”. Non farò stalking telefonico sui grandi elettori».
Però...
«Però penso di poter vincere. In questo momento Tavecchio ha il 44 per cento, io il 42 e non considero gli arbitri. Semplicemente perché non voglio tirarli per la giacchetta. Quindi ragioniamo sul 98 per cento dei voti. Eroderne alla controparte sarà importante».
La preoccupa più Tavecchio o l’eventuale influenza di Lotito?
«Mi preoccupa la mancanza di libertà di pensiero. Non credo a chi vota per ordini di scuderia».
Si riferisce agli allenatori di Ulivieri?
«Rispetto Renzo, ma penso che abbia scelto prima di sapere i miei programmi. Vorrei parlare ai suoi delegati e vorrei un confronto aperto e pubblico con Tavecchio».
Che l’ha definita un sognatore.
«Sono un sognatore, ma non prigioniero di un sogno. Il sogno ce l’ho e spero di realizzarlo: l’unità del sistema. Se sarò eletto cercherò di portare tutti dalla mia parte: sono un uomo che unisce e non divide. Se perderò mi dimetterò dalla Lega di B e sarò un semplice cittadino».
Ma chi glielo ha fatto fare?
«Avevo in serie B un percorso comodo e invece ho accettato una sfida difficilissima. Ma ho grande energia e voglia. Con la B ce l’ho fatta: perché non dovrebbe andare nella stessa maniera?».
Tre cose che si sente di promettere.
«Mettere la gente al centro dell’attenzione. E poi vorrei comportamenti e linguaggio adeguati, a partire dai dirigenti e non mi riferisco a Tavecchio che a volte è stato male interpretato. Il terzo punto sono le infrastrutture».
Gli stadi sono una nota dolente
«Ne abbiamo bisogno di nuovi. Quello della Roma sarebbe un segnale di rinascita. Non si può dire no a prescindere e non si deve avere paura dello sviluppo».
Al centro del suo programma anche la riforma della giustizia sportiva.
«Con l’esenzione della responsabilità per le società che abbiano adottato modelli organizzativi idonei a prevenire illeciti».
Come si pone di fronte alla riforma dei campionati?
«Non è solo una questione di numeri. E mi fa piacere che, alla fine, lo abbia capito anche Tavecchio e che l’abbia definita utopia».
Cosa pensa delle seconde squadre?
«Bisogna ragionarci prima, analizzandone bene l’impatto sul sistema calcio».
Il presidente Malagò le ha dato dei consigli?
«No, e apprezzo la sua terzietà. Però è fonte di ispirazione: anche lui, alle elezioni del Coni, è partito in svantaggio...».