Gazzetta dello Sport, 22 febbraio 2017
Emiliano resta
Michele Emiliano ha partecipato alla Direzione del Pd di ieri, e ha fatto sapere che resta nel partito e si candida alla segreteria contro Renzi: «Mi candido alla segreteria del Pd perchè questa è casa mia, è casa nostra. E nessuno può cacciarmi». Ha aggiunto: «Enrico Rossi e Roberto Speranza sono persone per bene di grande spessore umano e politico che sono state offese senza ragione da toni arroganti, dal cocciuto rifiuto ad ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione. Enrico, Roberto ed io abbiamo impedito al segretario di far precipitare il Paese verso elezioni anticipate». Dobbiamo credergli fino in fondo? Sabato scorso l’uomo aveva detto di provar vergogna per aver appoggiato Renzi nel 2013 e il giorno dopo era andato all’Assemblea del partito e aveva detto che in questo segretario aveva fiducia, che era pronto a un passo indietro per ricucire, «ditemi quale», ecc. In ogni caso, restando nel Pd, Emiliano, che è governatore della Puglia, fa un dispetto sia a Renzi che ai secessionisti. Renzi se lo troverà alla guida dei contestatori della sua segreteria, senza speranza di vincere alle primarie, ma pieno di ambizioni e pronto a sfruttare la minima occasione per farsi largo. I secessionisti hanno sperato fino all’ultimo che fuoriuscisse con loro, perché il governatore s’è costruito in Puglia una forte base di sostenitori e il nuovo movimento alla sinistra del Pd avrebbe avuto bisogno di questi sostenitori. Una volta espletate le prime formalità - formazione dei nuovi gruppi alla Camera e al Senato venerdì prossimo, un qualche congresso fondativo nella prima metà di marzo - si tratterà di prepararsi al voto e di tornare, con le nuove elezioni, in Parlamento. Non banalissimo.
• Alla Camera c’è lo sbarramento del 3%. Mi pare alla portata di mano. Casomai al Senato...
Il Senato sembra precluso, se gli sbarramenti restano così. Cioè 8% per le liste singole, 20% per le coalizioni e almeno il 3% per ciascuna lista che fa parte di una coalizione. La Meli però ieri ha scritto sul Corriere della Sera che Renzi starebbe pensando di alzare la soglia dello sbarramento per entrare sia alla Camera che al Senato al 5%, e questo servirebbe a rendere la vita difficile agli scissionisti, che nei pronostici stanno, adesso, tra il 4 e il 6%. Se quello che frulla pel capo di Renzi è questo, ci sarebbe allora una via ancora più drastica per tener fuori i transfughi: armonizzare la legge elettorale della Camera e la legge elettorale del Senato trasferendo alla Camera gli sbarramenti del Senato. Può darsi che Berlusconi sia d’accordo (senza i voti di Forza Italia, a questo punto, non passa nessuna legge). Ma l’ex segretario può fare altri dispetti ai compagni nemici.
• Far cadere le giunte, specie quella Toscana.
No, pare che su questa strada, in nome della lealtà agli impegni presi all’inizio della legislatura, non voglia procedere. Piuttosto: gli scissionisti vogliono far arrivare alla scadenza naturale il governo Gentiloni, anzi D’Alema - impegnato a raccogliere consensi al Sud e forse intenzionato a farsi rieleggere in Parlamento - ha spiegato che più dura il governo Gentiloni più si logora la leadership di Renzi. Senonché Renzi potrebbe aspettare al varco i fratelli coltelli e mettere la fiducia, ad esempio, sui voucher, che quelli di sinistra considerano un’aberrazione. Che faranno allora i dalemian-bersaniani? Se votano la fiducia passano i nuovi voucher. Se non la votano, cade il governo e si va a votare.
• Magari in soccorso di Gentiloni verrà Berlusconi.
Già, è probabile. Già adesso un’invisibile rete azzurra è stata stesa intorno al presidente del Consiglio. Berlusconi vuole votare l’anno prossimo, alla scadenza naturale. E se indovinerà il candidato premier rischia di vincere, secondo l’opinione di molti.
• Ieri in direzione Renzi s’è visto?
No, è partito per la California (Emiliano: «Renzi, disertando la direzione, ci ha irriso»). Prima di imbarcarsi ha dettato alle agenzie: «Mentre gli organismi statutari decidono le regole del Congresso, io sono in partenza per qualche giorno per gli Stati Uniti. Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California dove incontreremo alcune realtà molto interessanti. Priorità: imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell’innovazione». Poi ha aggiunto: «Facciamola semplice, senza troppi giri di parole. Dal primo giorno della vittoria alle primarie del 2013 alcuni amici e compagni di strada hanno espresso dubbi, riserve, critiche sulla gestione del partito e soprattutto alla gestione del Governo. Penso che sia legittimo e doveroso in un partito democratico, di nome e di fatto, che chi ha idee diverse possa presentarle in un confronto interno, civile e pacato. Tuttavia è bene essere chiari: non possiamo bloccare ancora la discussione del partito e soprattutto del paese. È tempo di rimettersi in cammino. Tutti insieme, spero, ma in cammino. Non immobili. Il destino del pd e del paese è più importante del destino dei singoli leader».
• La direzione di ieri era importante?
Doveva nominare la commissione di garanzia che guiderà la fase congressuale. Diciotto membri, in rappresentanza di tutti, a cui si dovrà aggiungere quello di Emiliano. Alla fine il presidente Matteo Orfini ha detto: «Quello emerso nella nostra assemblea e nelle ore successive, non rende inevitabili gli addii, ci sono ancora margini per ricostruire le condizioni dell’unità, ho chiesto a Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza di partecipare al congresso».