21 febbraio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - DIREZIONE SENZA RENZI MA CON EMILIANOREPUBBLICA.ITROMA - Potrebbe essere l’ultima occasione per evitare la scissione
APPUNTI PER GAZZETTA - DIREZIONE SENZA RENZI MA CON EMILIANO
REPUBBLICA.IT
ROMA - Potrebbe essere l’ultima occasione per evitare la scissione. Oppure il luogo dove la frattura diverrà definitiva e verrà ufficializzata. Un Pd nel caos torna a confrontarsi questo pomeriggio in direzione, a soli due giorni dall’assemblea di domenica che ha allargato il solco tra l’ala Bersani-Rossi-Emiliano e la maggioranza renziana. Una cosa è certa, anzi due: Matteo Renzi non ci sarà perché è in partenza per gli Usa. Il governatore pugliese Michele Emiliano invece andrà al Nazareno.
La riunione odierna avrà soprattutto una funzione tecnico-procedurale. Servirà cioè a nominare la commissione congressuale, che darà il via al percorso del congresso del partito fino alle primarie aperte, previste a maggio, per la scelta del nuovo segretario. Ma in realtà ci sono alcuni punti da tenere d’occhio, che potrebbero fare la differenza.
VIDEOSCHEDA Le tappe del Congresso
1. Renzi parte per gli Usa
L’ex premier ha fatto sapere che non parteciperà: "Non sono più il segretario, ma un candidato", avrebbe detto ai suoi. Come accennato nella sua e-news annuncia di essere in partenza per gli Usa: "Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California dove incontreremo alcune realtà molto interessanti. Priorità: imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell’innovazione".
2. Il dilemma di Emiliano
Il presidente della Regione Puglia ha dunque sciolto la riserva: parteciperà alla riunione del partito. Prima di maturare la sua decisione, Emiliano ha sentito in mattinata il governatore toscano Enrico Rossi e il bersaniano Roberto Speranza, in prima linea sul fronte della scissione. Domenica scorsa all’assemblea il governatore pugliese ha stupito tutti con un intervento dai toni concilianti teso a scongiurare la divisione, in antitesi con i proclami scissionisti del giorno precedente alla controassemblea della minoranza. La sua presenza alla direzione sta a significare che resterà nel partito per sfidare Renzi nella corsa alla segreteria assieme al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
3. L’ultimo spiraglio di Rossi
Convinto a proseguire sulla via della scissione, prima di chiudersi alle spalle la porta del Pd Rossi questa mattina ha tenuto aperto uno spiraglio. In un’intervista a Omnibus su La7 ha detto rivolto all’ex segretario: "Renzi dovrebbe fare un passo non indietro, ma di lato, dovrebbe dire che le ragioni della minoranza possono stare nel partito". E ha aggiunto: "Bisogna capire se ci sono possibilità di confronto. Chi ha il ruolo di direzione di un partito non può pensare di asfaltare, seppellire chi la pensa diversamente. Tra dirigere un partito e comandarlo ci sono molte vie di mezzo". Mentre sull’enigma di Emiliano ha commentato: "Vediamo quali saranno le sue decisioni, Emiliano mi pareva particolarmente convinto. Lui è più esuberante, io più mite, ma mi auguro che anche lui trarrà le conseguenze".
4. Quelli che non si rassegnano.
Ieri l’ex premier Enrico Letta nell’assistere da Parigi al "cupio dissolvi del Pd" scriveva attonito su Facebook: "Non può finire così, non deve finire così". Oggi Romano Prodi ribadisce: "La scissione è un suicidio". E Gianni Cuperlo: "Renzi sembra non capire la gravità delle conseguenze di una simile frattura". Al coro di coloro che non si capacitano si aggiunge anche l’ex sindaco di Torino Piero Fassino, che ad Agorà su Raitre afferma: "Io non mi rassegno. In queste ore i contatti sono intensissimi tra di noi. Le ragioni per cui andiamo verso una scissione non sono plausibili, non sono comprensibili".
MONICA GUERZONI SU CORRIERE.IT
Michele Emiliano è pronto a sciogliere la riserva. Dopo ore di tormenti, dubbi e frenetiche trattative tra il Nazareno e la sede romana della Regione Puglia, dall’entourage del magistrato in aspettativa filtra l’intenzione di presentarsi in direzione, convocata per le 15. E, pure in assenza di Matteo Renzi, annunciare che resterà nel Pd per sfidare il leader al congresso. Per i renziani è l’ipotesi più sgradita ed è per questo che a Emiliano la starebbe maturando. «Decideremo assieme» continua a ripetere Roberto Speranza e anche Enrico Rossi nutre forti dubbi sull’opportunità di mantenere il patto a tre, vista l’imprevedibilità dell’alleato: «Emiliano faccia un po’ quello che crede». I tre leader scissionisti dovevano vedersi all’ora di pranzo per decidere (consensualmente) se separarsi o proseguire sulla via della rottura. Ma adesso a tavola si siederanno Pier Luigi Bersani, Enrico Rossi e Vasco Errani. L’ex presidente dell’Emilia uscirà con i compagni di una vita,restando però al suo posto di commissario alla ricostruzione dopo il terremoto. Per il presidente della Puglia l’ipotesi di lasciare il partito per non tradire il patto con Speranza e Rossi e non perdere la faccia con gli elettori è, al momento, la meno probabile. La suggestione uscire dal Pd e farsi un suo movimento resta sullo sfondo,nel caso ogni intesa dovesse naufragare.
TOMMASO LABATE SUI CORRIERE.IT
«Per qualcuno quella tradizione non esiste più, però...». Nascosto in uno dei corridoi di Montecitorio, il senatore Ugo Sposetti fa una pausa da consumato attore di teatro prima di riassumere in una frase il senso di quello che sta capitando al Pd renziano alle prese con la scissione. «Però», scandisce riprendendo il filo del discorso, «i comunisti salveranno il Pd. Anzi, lo stanno già salvando adesso. Guardi me, per esempio. Io sono e rimango qua». Fino a una settimana fa, sullo storico tesoriere del patrimonio dei post Pci-Pds-Ds si abbattevano gli strali a mezzo stampa della tesoreria renziana, che si dichiarava pronta a una class action per tentare di portare nel Pd il patrimonio dei nipotini di Gramsci e Togliatti. Una settimana dopo — con D’Alema, Bersani, Speranza che hanno un piede e mezzo fuori dal partito — Sposetti è diventato decisivo. Perché, insieme ad altri big della storia postcomunista, è impegnato a trattenere su tutto il territorio nazionale pezzi di ceto politico e gruppi di iscritti che altrimenti avrebbero già preso un biglietto di sola andata per il treno dalemian-bersaniano.
Patto di ferro. È quella che, tra i renziani della cerchia ristretta, qualcuno ha ribattezzato «la rivoluzione silenziosa». Al contrario di ex leader del Pd, come Veltroni e Bersani, che nei momenti di difficoltà avevano stretto i bulloni di un patto di non belligeranza con l’area cattolica, Renzi rovescia lo schema. «Messi da parte quelli come Franceschini e Delrio, che volevano spingermi a trattare con Bersani», come ha ripetuto ai suoi dopo l’assemblea, il segretario dimissionario stringe un patto di ferro con gli eredi del Pci. Gli unici che possono tamponare l’emorragia della scissione. Non è un caso che, nella lunga tormentata gimkana tra la direzione della settimana scorsa e l’assemblea di domenica, l’ex premier abbia colto ogni occasione utile per sottolineare il ruolo dei «nuovi mediatori». «Voglio ringraziare Piero Fassino», «le parole più belle le ho sentite da Teresa Bellanova», «vi riporto i complimenti che mi ha fatto Marco Minniti»: nell’indice dei nomi delle citazioni renziane, ormai, c’è spazio solo per gli ex ds.
Le mosse sulla Cgil. Ma quali sono i «territori» da proteggere perché non finiscano ad alimentare il bacino degli scissionisti? Innanzitutto la Cgil. L’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (altro ex ds) e il sottosegretario Bellanova sono già a lavoro per evitare che robusti pezzi di sindacato passino armi, bagagli e soprattutto voti alla nuova sinistra di Speranza, Rossi ed Emiliano. Lo stesso lavoro che Fassino e Sposetti — rispettivamente ultimo segretario e ultimo tesoriere dei ds — stanno facendo nel vecchio gruppo dirigente. Importantissimi, da questo punto di vista, sono gli ex segretari regionali e di federazione. Persone come Mario Tullo, icona del postcomunismo genovese e oggi deputato del Pd, o come il calabrese Carlo Guccione, oggi consigliere regionale, oppure come Daniele Marantelli, nume tutelare del Pd del Varesotto. Tutti schierati con Andrea Orlando ma tutti lontani dalle sirene scissioniste. È la stessa cosa che sta succedendo anche a Roma. Dove per evitare che i buoi scappino dalla stalla del Pd è impegnato il più longevo tandem della storia politica recente. E cioè quello composto da Walter Veltroni e Goffredo Bettini, che ha messo in campo anche Zingaretti.
I padri nobili. Lontani dalla contesa, per ora, ci sono Giorgio Napolitano e Romano Prodi. Chi conosce bene il primo sa che, per storia e tradizione, non è un amante delle scissioni. Il loro ruolo e le loro parole possono essere fondamentali, nel futuro prossimo, per preservare da contraccolpi il governo Gentiloni e evitare che la scissione si tramuti in una guerra senza quartiere. Col ritrovato protagonismo degli ex pci, che ritroverebbero comunque D’Alema e compagnia nel prossimo Parlamento, alla nuova guardia renziana restano compiti più laterali. Ma importanti. Boschi sarà al lavoro col sindaco di Bari Antonio Decaro per provare a sottrarre consensi a Emiliano in Puglia. Lotti, invece, ha già chiuso l’accordo col governatore campano De Luca. Il cui figlio Piero è già oggi, virtualmente, il primo deputato pd della prossima legislatura.
MARTIRANO SUL CORRIERE
Martedì 21 Febbraio, 2017CORRIERE DELLA SERA© RIPRODUZIONE RISERVATAAlmeno 35 eletti nella squadra: in «dote» 2 milioni di euroV ale un milione e 300 mila euro all’anno il gruppo parlamentare dei deputati «scissionisti» del Pd (sarebbero in 23) e più di un milione di euro arriverebbe dal Senato, dove i dem fedeli a Bersani sono tra i 12 i 15. Già venerdì, alla fine della settimana, con i parlamentari cambierebbe casa anche un’aliquota di dipendenti dei gruppi Pd ma il nuovo soggetto politico che ha l’ambizione di federare un nuovo centrosinistra (bersaniani, Pisapia, ex Sel e chi «non si riconosca nella svolta neo centrista di Renzi») punta alla sobrietà: la sede provvisoria resterebbe in via Barberini 11, negli uffici della Fondazione Nens (Nuova economia nuova società) dell’ex ministro delle Finanze Visco. Invece, sul nome (provvisorio) dei gruppi, non è ancora conclusa la discussione iniziata a cena tra Bersani e i suoi: il concetto è quello di un (nuovo) centrosinistra incardinato sul valore della solidarietà ma i copywriter (esclusa la formula Ulivo, non utilizzabile per una questione di diritti) sono ancora al lavoro. Due gruppi parlamentari (Doris Lo Moro guiderebbe i senatori mentre il nome del capogruppo alla Camera è incerto anche perché ci sono i 14 ex Sel di Arturo Scotto), con circa tre milioni di finanziamento pubblico, e una struttura-partito snella che, però, conterebbe sulla «logistica» delle fondazioni: oltre a Nens c’è, sulla carta, anche Italianieuropei di Massimo D’Alema. Sui territori, infine, è tutto in movimento: in Toscana, la giunta dello «scissionista» Enrico Rossi è sostenuta da 22 consiglieri dem (di cui 20 renziani) e per questo il segretario regionale Dario Parrini ha attivato il conto alla rovescia comunicando lo «sconcerto» suo e del Pd al governatore. In Puglia,invece, Michele Emiliano può arroccarsi dietro le liste civiche e un Pd meno renziano. A Palermo due deputati regionali, Maggio e Apprendi, hanno rotto gli indugi. Ma c’è l’incognita di migliaia di amministratori locali: cosa faranno in vista delle elezioni di giugno?
Dino MartiranoMARIA TERESA MELI
ROMA Matteo Renzi è tranquillo in questo lunedì fiorentino del dopo assemblea. Al telefono con i suoi scambia valutazioni sulla rottura di Pier Luigi Bersani e compagni. E sulle mosse di Michele Emiliano. Resterà, non resterà? «Boh» è la risposta del segretario dimissionario. Il quale non sa ancora quello che il governatore pugliese va dicendo in questi giorni: «Il modo migliore per far male a Renzi è restare, non andarsene». Bersani e i suoi invece hanno già deciso: «Questa, però — spiega ai collaboratori il leader — non è una scissione, è la fuga di alcuni ex leader. Ma la stragrande maggioranza della base non li seguirà».
Il segretario dimissionario ne è convinto. Anche se i bersaniani stanno facendo sul serio e al Nazareno è già giunto il nome con cui battezzeranno il movimento che verrà : «Uguaglianza e libertà». Sottotitolo: «Per il centrosinistra».
Nel frattempo a Montecitorio circola la voce di una possibile contromossa. Siccome il presidente Sergio Mattarella si è raccomandato di armonizzare le leggi elettorali della Camera e del Senato, nel Partito democratico si sta pensando di alzare la soglia di sbarramento per accedere all’assemblea di Montecitorio e di portarla dall’attuale 3 per cento al 5. Una quota che al Pd ritengono proibitiva per gli scissionisti, tanto più se Emiliano non sarà dei loro. Renzi comunque non è preoccupato e pensa già alle mosse future. Per quanto lo riguarda la partita è già chiusa: «Adesso — dice ai suoi — si può fare velocemente il congresso». Tant’è vero che al Nazareno si torna a parlare della possibilità di farlo svolgere in aprile, il 9, come vorrebbe Renzi, e non più a maggio. Si vedrà. Il leader non vuole entrare in queste tecnicalità. Oggi non sarà nemmeno in direzione: «Una volta date le dimissioni è ovvio che non vado. Io sono candidato. Loro faranno le regole e me le comunicheranno».
I renziani appaiono meno tranquilli del loro leader perché non riescono a nascondere il malumore nei confronti dei compagni di partito che hanno «tradito». Però la linea è quella di non dare corso a nessuna ritorsione. «Non è nel nostro stile, dobbiamo sempre rispondere con un sorriso», dice ai suoi Renzi. Per questa ragione, anche se Enrico Rossi e Michele Emiliano dovessero ratificare la loro rottura con il Pd, le giunte della Toscana e della Puglia non verranno fatte cadere.
Al Partito democratico comporterà invece qualche problema l’eventuale richiesta (gli scissionisti ne stanno discutendo in queste ore) dei nuovi gruppi formati dai transfughi del Pd e di Sel di entrare organicamente nella maggioranza. Ma è una questione che, semmai si proporrà, verrà affrontata a suo tempo.
Un’altra incognita riguarda lo sfidante (o gli sfidanti) di Renzi. Emiliano resterà e si candiderà alla segreteria? La cosa non desta fibrillazioni. Renzi ha l’ultimo sondaggio di Fabrizio Masia al riguardo che parla chiaro: il segretario dimissionario prenderebbe il 73,5% dei consensi, il governatore pugliese l’11,7%, Enrico Rossi l’8,3% e Roberto Speranza il 6,5%. Anche senza gli ultimi due, che stanno preparando le valigie, il leader non avrebbe problemi. Nel caso in cui Emiliano invece decidesse di non rompere con Rossi e Speranza, bisognerà attendere le mosse di Andrea Orlando. Il ministro della Giustizia, che oggi alla Camera presenterà il suo nuovo blog, aspetta di vedere quali saranno gli altri candidati e soltanto dopo deciderà il da farsi.
AMEDEO LAMATTINA SULLA STAMPA
Michele Emiliano tratta e riflette. È stato tutto il giorno incollato al telefono con gli emissari di Renzi, è andato al ministero per lo Sviluppo economico dove ha incontrato la viceministro Teresa Bellanova per la questione dell’Ilva. Ha sentito Speranza e Rossi che temono moltissimo che il governatore voglia rompere il fronte degli scissionisti. Vuole capire che spazio avrebbe se, rimanendo nel Pd, si candidasse alla segreteria e sfidasse Renzi. Lui in serata dice: «Non so se andrò alla direzione del Pd. Sto ancora riflettendo con i miei sul territorio, in Puglia e in altre Regioni. Ho parlato con molte persone che ho conosciuto in queste settimane e che guardano a me con interesse. Vediamo se ci sono le condizioni per fare un’altra cosa».
Michele Emiliano è tormentato, è in bilico, non vuole ancora sciogliere la riserva, non vuole imbarcarsi in un’avventura politica che appaia una Cosa rossa ad egemonia ex comunista, ex diessina, con la regia di D’Alema. Sta cercando di capire se sarà una cosa nuova, se tra militanti e amministratori c’è una vera scissione. Non vuole una bolla di sapone. «Comunque deciderò nella giornata di martedì con Rossi e Speranza. Rifletterò ancora questa notte perché qui non si tratta di una scelta semplice: le implicazioni sono tante, nelle Regioni e anche rispetto al governo». Il governatore spiega che sbagliano coloro che pensano che lui abbia deciso di rimanere nel Pd, come candidato anti-Renzi alla segretaria: «Chi lo scrive è fuori strada».
Intanto la macchina organizzativa della scissione da parte di Rossi e Speranza si è già messa in moto: venerdì potrebbero essere annunciati i gruppi parlamentari e all’inizio di marzo l’evento costituente del nuovo movimento dove in prima fila non ci saranno Bersani e D’Alema che ieri a Benevento ha cercato di fare il modesto. «Lo spazio di un militante della mia generazione non è quello di essere front-runner. Io sono disponibile a dare una mano. Ci sono tre candidati, Emiliano, Speranza e Rossi».
Emiliano ha sentito tutti i dirigenti del Pd che stanno con Renzi, sta cercando di convincerli a non fissare oggi, alla direzione, una data del congresso. Di aprire una stagione congressuale lunga in cui metterci dentro una conferenza programmatica. Per poi fare le primarie a fine giugno-luglio, dopo le amministrative. Renzi non è d’accordo ed è convinto che tenendo duro sfilerà Emiliano dal tridente scissionista. Ma il governatore vuole tenersi le carte coperte fino all’ultimo secondo. Oggi si riunirà con Speranza e Rossi e deciderà con loro se continueranno insieme fuori del Pd o se le loro strade si divideranno.
Speranza ha fatto ormai la scelta ed è andato a Venezia ad un incontro con l’ex sindaco di Milano Pisapia. «Per me non ci sono le condizioni per stare nel congresso, e non credo andrò alla direzione del Pd. Renzi ha fatto una scelta molto chiara, che va nella direzione di rompere il Pd».
Rossi addirittura sta pensando di consegnare la tessera del partito e chiede a Emiliano di essere «conseguente»: «Spero che andremo avanti insieme. Abbiamo firmato un documento che dice che Renzi ha provocato la scissione. Io penso che bisogna essere conseguenti».
Rossi e Speranza oggi non andranno alla direzione. Emiliano invece dice che non sa cosa farà, aumentando i sospetti. Intanto si cominciano a fare i calcoli su numeri dei gruppi parlamentari. Gruppi che daranno battaglia suo voucher, l’articolo 18, lo ius soli. «Noi - spiega Gotor che guida la pattuglia più corposa dei senatori - ci impegneremo perché sui provvedimenti che riguardano ad esempio il precariato del lavoro, il reddito di inclusione per la povertà, interventi sulla scuola, il governo possa lavorare per migliorare la situazione».
Ecco allora che il fronte che nascerà punterà molto su un programma diverso da quello portato avanti da Renzi: battersi sui temi sociali, sulle tasse. Con uno scenario di possibili scontri in Parlamento non solo sulla legge elettorale.
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Si schermisce, ma ci pensa. Andrea Orlando è a un passo dal candidarsi alla segreteria del Pd in rappresentanza della sinistra che tiene duro. L’Orlando pontiere ancora ieri però ci teneva a far sapere che lui continua con le telefonate. «Ho parlato con Michele Emiliano diverse volte, con Roberto Speranza, con Enrico Rossi. Non so bene con quali risultati, ma continuerò a farlo fino all’ultimo minuto utile per evitare che questa vicenda, che ha un segno doloroso, si compia».
Una speranza sempre più esile, la sua, di evitare l’irreparabile. Ecco perché accarezza l’idea di candidarsi: per mostrare anche plasticamente che nel Pd permane uno spazio alla sinistra. Che questo partito non è tutto renziano. «Se la mia candidatura è in grado di far ripensare chi ha preso la strada della scissione, io sono in campo».
Poi, certo, se proprio nulla servisse a fermare quei tre, Orlando pensa che una sua candidatura potrebbe almeno convincere più di qualche indeciso. Ecco perché si passano al microscopio le dichiarazioni di tanti. Quella di Nicola Zingaretti, ad esempio: «Per quanto mi riguarda, ovviamente rimarrò nel Pd». Un altro big romano che resterà è Goffredo Bettini.
Ci pensa seriamente, insomma, con un’avvertenza che va ripetendo nelle telefonate di queste ore: «Se mi candido, non è per fare la parte del Partito dei Contadini com’era in Polonia». Un riferimento criptico che sa capire soltanto chi conosce a fondo le vicende del movimento comunista. Il Partito dei Comunisti era un fantoccio in mano al partito comunista polacco, e se si gli permettevano di presentarsi alle elezioni era solo per nascondere la dittatura del partito unico.
Prima di decidersi, vuole rendersi conto se può essere una candidatura vera e non di facciata. Per questo Orlando punta a fare le primarie il più tardi possibile, verso metà maggio: per avere il tempo di girare un po’ l’Italia e farsi conoscere.
Una prima mossa per contarsi, intanto, Orlando l’ha fatta già domenica sera quando è stata annunciata la nascita di una nuova corrente interna che vede assieme lui, Gianni Cuperlo e Cesare Damiano. È un segno delle scomposizioni e riaggregazioni in atto dentro il Pd. A questo punto si può tranquillamente affermare che i «Giovani Turchi» non esistono più: da una parte c’è Matteo Orfini, dall’altra Orlando. Ma da domenica non c’è più nemmeno «Sinistra è Cambiamento», la corrente che univa Maurizio Martina a Cesare Damiano.
Secondo le loro stime, la sinistra che resiste conta su un’ottantina di parlamentari. Quarantacinque gli orlandiani, tra cui Misiani, Bordo, Marantelli, Anna Rossomando, Cristina Bargero. Una ventina quelli che si riconoscono in Damiano, il più noto è Marco Miccoli. E quindici quelli di Cuperlo, tra cui Marco Carra e Andrea De Maria. Giovedì proprio De Maria presenterà il suo libro «Insieme», scritto col sindaco di Bologna, Virginio Merola, di cui non è sfuggita la frase: «L’appello del ministro Orlando è importante e ho condiviso molto le parole di Cuperlo».
La seconda mossa del ministro, oggi, sarà la presentazione in società di un blog, L
o Stato presente, che Orlando ha predisposto qualche settimana fa e raccoglie alcune belle teste di sinistra, dallo storico Paolo Borioni all’architetto Stefano Boeri, al sindaco di Pisa Marco Filippeschi, al giurista Luigi Ferrajoli. «Parto dal presupposto di non gettare a mare un percorso che è durato dieci anni, che in questo Paese ha consentito di evitare che la sinistra fosse travolta dai populismi».
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