Libero, 21 febbraio 2017
Gli arabi svendono il petrolio. Fine dell’era dei 100 dollari?
La Cina fa shopping di pozzi di greggio in Medio Oriente. È di ieri la notizia che due compagnie cinesi si sono assicurate il 12% della più importante concessione petrolifera di Abu Dhabi, il quarto produttore Opec.
A vincere l’asta sono state la China National Petroleum company cui è andato, per 1,77 miliardi di dollari l’8% dei giacimenti, mentre la China Energy Company si è aggiudicata il 4% per 888 milioni.
La quota in mano a Pechino ha così superato il 10% controllato dalle compagnie occidentali, cioè Bp e Total. E a completare l’avanzata delle società asiatiche in un’area già dominata dalle Big Oil americane ed europee c’è l’ingresso dei giapponesi di Inpex e della coreana Gspn con un altro 8%.
In sintesi un quinto delle operazioni onshore della National Oil Company dell’emirato, che ha un valore complessivo di 22 miliardi, guardano ormai verso Est. Una novità, ma non la sola di un mercato in grande evoluzione, che riserva quasi ogni giorno sorprese impensabili.
CONCORRENZA
La Cina, riferisce l’agenzia Reuters, sta diventando un grande cliente dei petrolieri americani. Ad aprile almeno due milioni di barili partiranno dal Golfo del Messico alla volta delle raffinerie dello Shandong che rischiano di restare a secco, visti i tagli della produzione Opec.
La notizia serve a spiegare perché i prezzi, nonostante i robusti tagli del cartello dei produttori (poco sotto i 30 milioni di barili promessi a dicembre), si mantengono vicini ai 55 dollari e lontani dai 100. Ma offre anche una chiave di lettura degli acquisti di giacimenti dell’Estremo Oriente, preoccupato di non restare a secco. Abu Dhabi, ma anche gli altri Paesi del Golfo, nel frattempo, fanno cassa nella convinzione che l’epoca dei guadagni faraonici è ormai finita. Anzi, occorre fare presto per anticipare il collocamento sui mercati di Aramco, la gigantesca compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita che, ad una prima stima, vale almeno 2 mila miliardi di dollari. L’operazione, già prevista per il 2018, è stata rinviata di un anno.
Ma perché i signori del greggio sono così ansiosi di far cassa con le riserve del loro petrolio? In parte perché hanno bisogno di soldi, il che non è una novità. Ma, più importante, la ragione sta nell’abbondanza delle riserve disponibili. È una situazione inedita e curiosa. Negli ultimi quattro anni, infatti, sono calate sia le ricerche che le scoperte di greggio. Eppure le riserve, tra il 2005 ed il 2015, sono salite del 24%. Rispetto al 1980 gli stock disponibili di greggio sono raddoppiati per un totale di 1,700 miliardi di barili, sufficienti a garantire, secondo lo “Statistical review of World”, i consumi per i prossimi 50 anni.
CONTRADDIZIONE
L’apparente contraddizione si spiega in due modi: la tecnologia ha permesso di individuare, nel sottosuolo terrestre e marino, giacimenti che non sono stati ancora sviluppati; il boom del petrolio non convenzionale, ricavati da sabbie bitumose e gas di scisto.
Sotto la spinta di queste rivoluzioni il mondo del petrolio è profondamente cambiato: è cresciuto il potere dei consumatori, i produttori, più che sulle riserve puntano a far fruttare di più meglio i loro tesori grazie alla tecnologie occidentali. Anche in Borsa, del resto, sono cambiati i metri di giudizio. Contano di meno le riserve, di più la capacità di generare cash flow.