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 2017  febbraio 21 Martedì calendario

Tifanny oltre il muro. «Ora sono me stessa non mi nascondo più»

PALMI (REGGIO CALABRIA) «Francesca Piccinini, Natália Pereira, Sheila de Castro, Tandara Caixeta, loro sono sempre state il mio modello anche perché, come me, sono giocatrici imponenti». Il nuovo opposto della Golem Palmi, Tifanny Abreu, brasiliana, 37 anni, per diventare donna ha però dovuto affrontare un lungo e sofferto percorso. Clinico, ormonale e psicologico.
Nonostante la Fipav l’abbia regolarmente tesserata e i suoi livelli ormonali rispettino i parametri previsti, dopo l’esordio di domenica in A2 si sono levate voci di protesta. Tifanny sarebbe troppo potente per il campionato femminile, sebbene con il suo metro e 90 per 90 chili non sia troppo diversa da molte colleghe. «Ognuno è libero di dire quel che vuole – mormora con voce calma e pacata – ma senza bugie. Pur di criticarmi, c’è chi ha raccontato che avrei rotto il dito a una compagna di squadra con una schiacciata, ma io quel giorno non ero neanche in campo».
Accarezza pensosa il bouquet che il presidente della Lega Mauro Fabris le ha fatto recapitare, dondola i piedi quasi piccoli per una ragazzona come lei – porta solo il 42 – e continua «quello che più mi ha fatto male è che tutti abbiano usato il mio vecchio nome». Lei non riesce più a pronunciarlo. «È una parentesi chiusa. Se avessi voluto mantenere qualche contatto con la vecchia me, non avrei cambiato nome, ma solo sesso». Una necessità, «non un desiderio» che Tifanny ha avuto fin dall’infanzia. «Ho sempre sognato di giocare le Olimpiadi con la nazionale brasiliana di pallavolo. Ma con la squadra femminile. Io mi sono sempre sentita donna, l’ho dovuto nascondere perché altrimenti non mi avrebbero fatto giocare. In campo ero un uomo, ma fuori mi vestivo da donna, vivevo da donna. E non era ben accetto.
Episodi sgradevoli?
«All’inizio della carriera. Avevo 18 anni, ero ancora in Brasile. Volevo giocare da professionista, ero stata selezionata da una delle squadre di serie A, i Pinheiros. Mi hanno rifiutata perché per loro ero troppo donna. C’è voluto tempo per trovare una squadra maschile che mi accettasse».
Com’è stato giocare con gli uomini?
«Complicato, per il mio aspetto. Ricordo che i bambini a bordo campo chiedevano come mai una donna giocasse in una squadra maschile. Per molti anni ho sopportato, ho fatto di tutto per tenere a freno la mia femminilità: non volevo rinunciare alla pallavolo».
C’è un paese in cui sia stato più difficile vivere?
«Probabilmente il Brasile. Sia perché ero più piccola e più attenta ai giudizi della gente, sia perché per le donne transessuali vivere lì è complicato. La gente è aperta, solare, ma talvolta ti trovi a combattere con l’ignoranza. Per molti, trans equivale a prostituta, solo da qualche anno si intravede qualche cambiamento».
Per la sua famiglia è stato difficile accettarla come donna?
«Meno di quanto temessi. Io temevo molto la reazione di mio fratello, immaginavo che – essendo un fervido credente – non avrebbe accettato il cambiamento. A metamorfosi avvenuta l’ho chiamato e gli ho detto: “Ora mi chiamo Tifanny”. Lui – e questo mi ha sorpreso – non ci ha visto nulla di strano. Mi ha risposto di avermi sempre considerato una sorella. Per lui, ero sempre stata una femmina, fin da bambina».
Quando ha deciso di diventare Tifanny?
«Tra il 2013 e il 2014. Ero stanca di compromessi. Non volevo andare da un medico, mi vergognavo. Copiavo la terapia ormonale da altre amiche che nello stesso periodo si stavano trasfor-mando. Ci è voluto tempo perché capissi che dovevo farmi seguire e iniziassi ad andare regolarmente in Spagna. Tutto il processo però non è stato facile da sopportare».
Perché?
«Gli ormoni mi rendevano nervosa, emotiva, fragile, depressa. Andavo a dormire e mi svegliavo piangendo. Alcune volte ho interrotto la terapia, ma è stato peggio».
Affrontarlo da atleta pensa sia più facile o più difficile?
«Estremamente più complicato. Improvvisamente ho iniziato a giocare male, a ingrassare, non riuscivo più a saltare. Sono sempre stata considerata molto forte in campo, ma quando ho iniziato a prendere ormoni le mie prestazioni sono calate. Ridevano tutti».
I suoi compagni di squadra non sapevano?
«Lo hanno intuito, all’inizio glissavo. Dopo un paio di mesi è diventato troppo evidente e l’ho dovuto ammettere. Ero in Olanda, ma lì non ho mai avuto problemi perché è sempre stato un paese molto aperto. Anche in Belgio non ho incontrato ostacoli, anzi i miei compagni hanno cercato di coprirmi quando le mie prestazioni erano scarse».
C’è stato un momento in cui ha pensato che non ne valesse la pena?
«Non nascondo di aver pensato varie volte di farla finita. Senza l’appoggio della mia famiglia, dei miei amici e del mio compagno forse non ce l’avrei fatta».
Dall’Italia cosa si aspetta?
«Spero di poter fare bene il mio lavoro, di farmi degli amici e di ricevere il calore che mi ha riservato il palazzetto domenica scorsa».
Fuori dal palazzetto sono arrivate anche le critiche.
«Io rispetto le critiche, ognuno ha il diritto di parlare, ma l’attacco personale non è corretto. Ognuno risponde per quello che fa, la cosa importante è andare a dormire con la coscienza tranquilla. Quando i miei ormoni non saranno in regola, sarò la prima a dire di non poter giocare. Domenica abbiamo vinto perché siamo stati una grande squadra».