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 2017  febbraio 21 Martedì calendario

Ricatti, spie e omicidi. La saga familiare dei dittatori coreani ora spaventa l’Asia

PECHINO L’appartamento da un milione di dollari alle porte di Pechino adesso è vuoto e chissà se la cameriera continua a portare fuori i suoi amatissimi huskies. Ai cani, lassù a Pyongyang, il dittatore Kim Jong-un diede in pasto perfino lo zio diventato troppo potente: o almeno così racconta il mito dell’orrore della Corea del Nord. Kim Jong-nam, il fratellastro, non ha fatto quella fine: ma la morte per avvelenamento sarà mica più pietosa? La polizia di Kuala Lumpur, dove Kim è stato assaltato lunedì scorso da due donne che gli hanno spruzzato addosso un liquido letale – come si vede nelle immagini della tv a circuito chiuso dell’aeroporto diffuse proprio ieri – ora è quasi certa di avere messo le mani almeno sul “chimico”, l’uomo che potrebbe avere procurato o prodotto il veleno. Un altro giallo. Perché Ri Jong Chol, nordcoreano, laurea in scienze e medicina a Pyongyang, si è spinto a lavorare in un misterioso laboratorio di Calcutta, India, prima di rinchiudersi in una compagnia medica di Kuala Lumpur, Tombo Enterprises, grazie all’intercessione di uno zio del Nord: specializzato nell’estrarre sostanze – dio sa che sostanze – dai funghi.
Il tam tam dei media dava fino a ieri sera in arrivo anche Kim Han-sol, il figlio 21enne di Kim rimasto finora nascosto nel timore di nuovi attentati: gli investigatori vorrebbero confrontare il suo Dna con quello della vittima e hanno già stabilito che consegneranno il cadavere a un parente e non al governo nordcoreano che lo reclama. Anche su questo tra Corea del Nord e Malesia, che ha identificato almeno 9 coreani coinvolti, è guerra più che fredda: con tanto di ritiro degli ambasciatori. Tutti gli indizi portano a Pyongyang, ma finora solo Seul accusa: il mandante è il regime del Nord e il movente è nella paura che intorno a Kim il fratellastro potessero coalizzarsi gli oppositori di Kim il Bombarolo. Nordcoreani sono del resto anche gli altri quattro latitanti che si aggiungono alle persone già in arresto. Ri il Chimico. Le due donne assalitrici: la vietnamita Doan Thi Huong, fotografata con la maglietta LOL, abbreviazione di “che ridere”, che adesso si scopre aveva studiato anche lei chimica, e l’indonesiana Siti Aishah, che nelle foto della polizia indossa una maglia Diadora come quelle della Roma, e la mamma giura arrivata fin lì solo per fare la modella e sfamare il figlio piccolo. Infine il fidanzato di quest’ultima, Muhammad Farid Bin Jalaluddin: sarebbe stato proprio lui, tassista, ad avere aiutato le due donne a fuggire dall’aeroporto, e sempre lui è quello che avrebbe difeso la fidanzata sostenendo che lo scherzetto dell’assalto col liquido facesse parte di “un reality show” – le ragazze, cioè, non sapevano ciò che facevano, assoldate da qualche agente del male.
L’unica cosa certa è che Kim Jong-nam sapeva invece di dover morire. «Sono un sopravvissuto», aveva confidato agli amici che martedì scorso lo aspettavano per cena a Macao e hanno ricevuto la telefonata che avvertiva che no, “John”, come lo chiamavano loro, non era riuscito a imbarcarsi. Diceva di essere un sopravvissuto – ricostruisce il South China Morning Post – perché sapeva «di stare vivendo oltre il suo tempo massimo». Lui stesso si era inutilmente appellato al fratello qualche anno fa perché lo risparmiasse. Ok, la condanna a morte non gli aveva impedito di farsi vedere con ragazze sempre diverse ai casinò di Macao, dove era un assiduo frequentatore di saune e slot machine, e di volare a Parigi in quelle feste dove inseguiva, oltre alle donne, gli amatissimi vini francesi e portoghesi. L’amore per la bella vita, del resto, è una tradizione di famiglia. Già suo padre, Kim Jong-il, dovette sopportare l’ira del nonno per essersi invaghito di Song Hye-rim, un’attrice non solo del Sud ma pure sposata: fu da quella relazione che nacque Jong-nam, il favorito di papà fino alla caduta nel 2001, quando fu sorpreso mentre tentava di entrare con un passaporto falso a Tokyo per andare a Disneyland. Da allora, l’eredità del regno del terrore passò al fratellastro minore, Kim Jong-un, nato dall’unione con Ko Yong-hui, salutata lassù come “La Rispettabile Madre che è la più Fedele e Leale Suddita dal Caro Leader Compagno e Comandante Supremo”. Nel pendolarismo tra Macao e Pechino, dove davanti all’appartamento nel compound di Dragon Villas – dice il Wall Street Journal – stazionava ogni giorno la scorta, si nasconderebbe oggi la prova che il maggiore dei Kim era protetto dalla Cina, e che il Dragone pensasse a lui per rimpiazzare il dittatore. Proprio domenica sono scattate le sanzioni più dure mai varate verso la Corea del Nord: lo stop all’import di carbone ormai fondamentale per la sopravvivenza di Pyongyang. Pechino giura che il provvedimento è solo l’attuazione della risoluzione Onu di novembre: approvata perché Kim la smetta di giocare con l’atomica. Ma ieri un editoriale del giornale di partito Global Times tuonava come un’excusatio non petita: è «ridicolo» sostenere che lo stop al carbone sia «una risposta all’assassinio». Peccato che di ridicolo, in questa storia di ricatti e morte, non ci sia proprio nulla.