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 2017  febbraio 21 Martedì calendario

Occidentalis pirla

Da settimane proviamo a districarci nella jungla pidina fra statuto, regolamento, circoli, sezioni, segreteria, direzione, assemblea, gruppi, conferenza programmatica, primarie, congresso, fusioni a freddo e commenti a caldo, scissione a rate e governo a orologeria, appelli all’unità e mosse in ordine sparso, ma ci arrendiamo: per noi è troppo. Il guaio è che non capisce nulla neppure l’elettorato, evocato da capi e capetti per fargli dire tutto e il suo contrario senz’avergli mai chiesto cosa pensa (le ultime volte che l’ha fatto, alle Comunali e al referendum, se n’è subito pentito). L’unica certezza è che muore un partito che non era nemmeno riuscito a nascere: resta da capire se sia eutanasia, suicidio assistito od omicidio. E per mano (o mani) di chi.
Matteo il Rottamato. Dovrebbe essere il più preoccupato, invece sprizza entusiasmo: “Bene, bellissima discussione, piaciuta la scaletta? E ditelo che stavolta siamo stati bravini. È bastato stare fermi e vedere il bluff. Gli scissionisti resteranno, ma dove vanno? Sul territorio non li segue nessuno” e via sbruffoneggiando. Imbolsito, scarmigliato, tronfio e gonfio come un cappone nel maglioncino usato di Marchionne, Renzi è il ritratto del politico bollito, con tempi di cottura da Masterchef (tre anni appena). Spingendo mezzo partito fuori dalla porta per restare finalmente solo a cantarsela e suonarsela allo specchio, ha la certezza che alle elezioni il suo Pd, se gli va bene, arriva terzo. Quindi il nuovo premier incaricato potrebbe essere Di Maio, o Zaia, o Salvini, sicuramente non lui. Cos’abbia da ridere, lo sa solo lui. A meno che il nuovo brillante traguardo dello statista di Rignano sia perdere le elezioni, ma restare capo di qualcosa per distribuire posti al suo clan, come dice Delrio nel famoso fuorionda (questi dicono la verità solo quando pensano che non li senta nessuno). Giulio Cesare, in un villaggio alpino, disse: “Meglio primo qui che secondo a Roma”. Renzi, furbo, corregge: “Meglio primo in mezzo Pd che primo in un Pd intero”. Occidentali’s pirla.
Paolino il Breve. Gentiloni è sempre sul palco, ma non parla mai. Non muove manco un muscolo: un’increspatura del volto, e casca il governo che deve arrivare al 2018, trovare 3 miliardi subito e 20 o 40 (non s’è ancora capito bene) entro fine anno, proporre la legge elettorale, salvare le banche e altre quisquilie. “Con Gentiloni tutto bene”, ha detto Renzi pensando: “Paolostaisereno”. Auguri.
I cinque ostaggi. Fassino, Franceschini, Cuperlo, Orfini e Orlando restano, il che è un bel vantaggio per chi va.
Chi proverà a rinfacciare agli scissionisti la compagnia dei D’Alema&Bersani si sentirà rispondere: “E Fassino-Franceschini-Cuperlo?”. Quanto a Orfini, la sua collezione di fiaschi da far impallidire una cantina sociale parla per lui. Orlando invece avrà il privilegio di candidarsi a perdere le primarie del PdR (Partito di Renzi), per evitare che Matteo sia il candidato unico, il che non sta bene. Nel loro piccolo, i cinque si credono protagonisti, invece sono ostaggi. Anzi ortaggi: come diceva Giancarlo Pajetta della sinistra Psi, “qualche testa di cavolo nel minestrone può sempre servire”.
I tre tenori. Emiliano, per stazza e qualità, fa il Pavarotti. Enrico Rossi e Speranza provano a fare il Domingo e il Carreras (con i quali ci scusiamo). Ma al momento manca lo spartito: non si sa che cosa tenga insieme il Trio. Emiliano e Speranza han votato No al referendum, Rossi ha votato e fatto votare Sì ed era pure pro Jobs Act. Emiliano riempie la scena ed è stato abile a lasciare il cerino della scissione in mano a Renzi. Rossi – non bastando il suo slogan portasfiga “Rivoluzione socialista” – ha il carisma di un termosifone spento. E Speranza è la manopola del termosifone spento. Ora comunque il Sistema la farà pagare cara e salata a tutti e tre: si preparino a sparire dalle tv e a parare i manganelli dei giornaloni a suon di calunnie e veleni. Per informazioni, rivolgersi a Raggi e Di Maio.
Max&Pier. Quando poteva, D’Alema le ha sbagliate tutte. Quando non poteva più nulla, ne ha azzeccata una: il No al referendum. Se è furbo, si accontenta, gode e torna nel dimenticatoio. Se è stupido, pensa che i 20 milioni di No fossero suoi, lo rivolessero in campo e lo trovassero anche simpatico; e continua a farsi fotografare coi tre tenori, sputtanandoli. Bersani le ha sbagliate quasi tutte ma, grazie anche a Crozza, risulta simpatico. Però lo sa anche lui che ha fatto il suo tempo: se promette di non ricandidarsi, sarà simpaticissimo.
Pisachi? Siccome è per “l’unità della sinistra a ogni costo”, Pisapia ha appena fondato un nuovo partito, che però non si chiama né partito né movimento: ma Campo Progressista (da non confondere con SI, Possibile, DemA, Prc, Verdi&C.). Tanto progressista da imbarcare l’ex Udc Tabacci e dire sì a Expo, al noto terzinternazionalista Sala e alla “riforma” Boschi. Campo Conformista e Trasformista.
Nanni l’Assente. Il 2 febbraio 2002, 15 anni fa, Nanni Moretti urlava in piazza Navona: “La burocratja che sta alle nostre spalle non ha capito nulla. Con questi dirigenti non vinceremo mai” (alle sue spalle, chi oggi sta con Renzi e chi è contro). “Han fatto vincere B. con una campagna elettorale timida e col mancato accordo con Bertinotti: io non riesco a parlare con Rifondazione, proprio non ce la faccio, ma loro sì, loro ci devono parlare, è il loro mestiere. E invece non sanno parlare al cuore, né alla testa, né all’anima della gente. Facciamo che questa non sia una serata inutile”. Invece lo fu. Oggi i dirigenti che non vinceranno mai non riescono a parlare né alla sinistra, né alla gente, né fra loro. E Moretti non urla più.