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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Ora rischio in Toscana? Qualcuno si assumerà la responsabilità di spaccare tutto. Intervista a Enrico Rossi

ROMA Stato d’animo, presidente Enrico Rossi? 
«Molto pesante. Renzi ha alzato un muro e ci ha dato solo bastonate. La scissione è una sua scelta, non ci resta che prenderne atto».
Renzi non ci ha provato?
«No, è venuto con l’idea di darci una spinta. Non ha fatto neanche la replica, tutto il dibattito è stato organizzato per bastonarci e pure l’ultimo tentativo di Emiliano è stato stracciato».
Lei si fida del presidente della Puglia?
«Ognuno ha il suo profilo e la sua storia. Michele ha deciso di parlare e ci ha detto che sarebbe intervenuto dal palco, ma poi Antonello Giacomelli ha chiuso il quadro».
Non è la scissione della scissione? 
«I renziani hanno fatto un po’ di propaganda, ma c’è un comunicato congiunto che rende giustizia a Emiliano».
Renzi ha minacciato di far cadere la sua giunta?
«Se dovesse esserci una verifica mi presenterò in consiglio con un programma di fine legislatura e, se ci sarà una maggioranza, continuerò. Altrimenti qualcuno si assumerà la responsabilità di spaccare tutto».
Alle elezioni puntate a un risultato a due cifre?
«C’è una bella fetta di popolo di sinistra che ha guardato a Grillo e che potrebbe votare per noi. Perché dobbiamo essere piccoli? Puntiamo a diventare un grande partito».
Avete scelto il nome?
«Penso che la parola socialismo debba funzionare come riferimento e che uguaglianza sarà il tema chiave».
Chi sarà il leader, tra lei, Speranza ed Emiliano?
«Mi giocherò la mia battaglia, voglio stare dentro questo processo e condizionarlo. Mi aspettavo che generosità e intelligenza politica potessero aprire uno squarcio, in cui le nostre posizioni venissero discusse e legittimate. Invece non ho mai visto un’assemblea così arroccata».
La distanza è sulle idee o sui capilista?
«Quello dei posti è l’aspetto di cui mi sono occupato di meno, perché io ho un mestiere. Mi sono preoccupato di mettere in campo alcune idee e non sono stato ascoltato. Abbiamo subìto una sequela di sconfitte eppure si è rifiutato di aprire la dialettica interna». 
Lei non è più candidato alla segreteria del Pd?
«Se non ci saranno cose imprevedibili e improbabili, il mio lavoro sulle idee continuerà».
I renziani mirano ai vostri posti nelle liste?
«È possibile che ci sia questa spinta e che il segretario punti subito a rimettersi alla guida del Pd, accentuando le caratteristiche del Partito di Renzi. Altrimenti, perché non ha aperto? Quando un segretario si ricandida e parte avvantaggiato, le regole devono essere condivise»
Perché i capicorrente, al di là di qualche mozione degli affetti, non hanno provato a scongiurare la scissione?
«Damiano e Orlando hanno aperto un pertugio. Ma da Franceschini non è arrivata alcuna mediazione e Veltroni ha criticato il mio libro, senza aver letto neppure la quarta di copertina. La maggioranza si è chiusa per proteggere Renzi, ma da cosa? Noi eravamo una minoranza».
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Sospetti e tensioni tra i ribelli. Alla fine regge il patto a treROMA «Ho dormito da dio...». Pier Luigi Bersani arriva in direzione col sorriso e se ne va ben prima della fine, lasciando cadere un’ultima parola di apertura tattica: «Vediamo, aspettiamo la replica». Ma la replica di Renzi non c’è e la telecamera che inquadra le spalle dell’ex segretario mentre lascia il Parco dei Principi riprende la scena finale di questo dramma infinito: «Renzi ha alzato un muro, se il Pd è il partito di uno solo non è più casa mia».
I pronostici
A dispetto dei pronostici e degli auspici interessati dei renziani, il patto tra Speranza, Rossi ed Emiliano sembra reggere al pressing del Nazareno. Dopo una giornata di spifferi, veleni, sospetti e timori, alle sette della sera una nota congiunta suggella l’impegno ad abbandonare la nave ammiraglia. La «responsabilità gravissima della scissione» è tutta sulle spalle di Renzi, accusano i tre candidati alla segreteria, che candidati ormai non sono più. La battaglia per la leadership, se le cose andranno come quel comunicato lascia prevedere, si sposterà fuori dal Pd: chi sarà il segretario del nuovo partito, ora che gli ex sfidanti di Renzi hanno deciso di disertare le primarie?
Domani, nella direzione nazionale che dovrà insediare la commissione per il congresso, le sedie di Bersani, Speranza e compagni resteranno vuote. È il primo strappo ufficiale, visto che il documento progettato per l’addio è rimasto nel cassetto. Prime crepe nel «patto» del Teatro Vittoria? Quando Guglielmo Epifani è salito sul palco annunciando «altre scelte», Speranza ha chiarito che l’ex segretario parlava a nome del terzetto. Ma poi Emiliano, corteggiato da Renzi, Franceschini e Guerini, ha chiesto la parola. Una sorpresa che ha scatenato il panico tra i bersaniani, già parecchio in ansia per l’imprevedibilità dell’ingombrante alleato. I renziani ci hanno visto la prova del tradimento. «Poveri Rossi e Speranza lasciati da soli», annota su Twitter un perfido Ernesto Carbone.
Il ruolo di Emiliano
In effetti il governatore fatica a mollare gli ormeggi. «C’è sempre tempo per fermarsi», è il suo leitmotiv in questa giornata storica. Dal palco Emiliano confessa la sua «sofferenza bestiale» all’idea di lasciare il Pd, prende in giro il segretario tra i boatos dei renziani e poi, colpo di scena, assicura che «la soluzione è a un passo». Delegati e giornalisti si interrogano: a che gioco sta giocando?
I vertici del Nazareno sussurrano ai cronisti il «piano segreto» di Emiliano, «far fuori Rossi e Speranza e ritrovarsi da solo a sfidare Renzi». Ma il pupillo di Bersani, che sta lavorando duro per placare le ansie di protagonismo del presidente della Puglia, si mostra tranquillo: «Michele ha tentato un’ultima mediazione a nome di tutti. Se non accade nulla, andremo avanti». Lo stesso Emiliano rassicura i compagni: «Noi restiamo uniti». Sarà. Ma allora perché Francesco Boccia, suo braccio destro in Parlamento, semina dubbi? «Non abbiamo rotto il patto, per ora...».
Il clima
Gli esponenti della sinistra hanno parlato in un clima di tensione fortissima. Tra mormorii e insulti, la platea ha sfogato tutta la sua ostilità. «Un clima che fa paura», denuncia un ribelle. La parola fine ancora non c’è. I bersaniani si ostinano a pronunciare un «se», studiato per lasciare a Renzi «un piccolo margine di ripensamento». Ma in settimana nasceranno i nuovi gruppi parlamentari. Al vertice del Pd temono che potranno essere persino più larghi del perimetro della minoranza, perché tanti sono deputati e senatori certi di essere fuori dalle liste di Renzi.