Libero, 19 febbraio 2017
Pure l’Africa vuol scappare dalla moneta unica
C’è una valuta unica utilizzata da molti Stati che in questo momento sta venendo contestata: il 7 gennaio c’è stata in 20 Paesi una grande mobilitazione contro di essa; l’11 febbraio ce ne è stata un’altra, intellettuali, economisti e politici fanno discorsi, pubblicano libri e scrivono articoli per accusarla di togliere sovranità e deprimere la crescita, anche se altri economisti e politici invece la difendono sostenendo che assicura stabilità e mantiene bassa l’inflazione; e in molti chiedono ormai un referendum. Stiamo parlando dell’euro? No. Ma il franco CFA all’euro è comunque agganciato, in molte cose gli assomiglia, e su certi punti di vista potrebbe essere considerato un suo peggioramento. Avete presente il dibattito tra chi pensa che l’Unione Europea va comunque smantellata e chi obietta invece che un’Unione Europea senza euro potrebbe andare bene? Ecco: il franco CFA corrisponde invece a quel che sarebbe un euro senza Unione Europea.
Che significa franco CFA? Il bello è questo: la sigla è sempre la stessa dal 26 dicembre del 1945, quando la Francia creò questa moneta al momento di ratificare gli Accordo di Bretton Woods. Ma il suo significato è cambiato in continuazione: in origine Franc des Colonies Françaises d’Afrique, nel 1958 quando De Gaulle provò a dare alle colonie una semi-indipendenza in una specie di Commonwealth chiamato Comunità Francese divenne franco della Comunità Francese dell’Africa.
Nel 1960 però la Comunità Francese si sciolse, e CFA passò a indicare sia il Franco della Comunità Finanziaria Africana che il Franco della Cooperazione Finanziaria in Africa Centrale. Perché mentre per l’euro le due velocità sono un’ipotesi, il franco CFA è ormai doppio da 57 anni. Come se l’Ue fosse stata creata dopo l’euro, attorno al franco della Comunità Finanziaria Africana fu costituita nel 1962 l’Unione Monetaria Ovest Africana (Umoa), che nel 1994 è diventata Unione Economica e Monetaria Ovest-Africana (Uemoa). Che ha sede a Ouagadougou, in Burkina Faso: ma il suo istituto di emissione è la Bceao (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), che sta invece a Dakar, in Senegal. A adottare questo franco CFA dal 1960 sono Benin, Burkina, Costa d’Avorio, Niger, Senegal e Togo. Il Mali uscì nel 1962 e la Mauritania nel 1973, ma il Mali ci ha ripensato nel 1984. Inoltre, nel 1997 si è aggregata la Guinea Bissau, che non è ex-colonia francese ma portoghese.
Attorno al franco della Cooperazione Finanziaria in Africa Centrale fu invece cresta l’Unione Doganale e Economica dell’Africa centrale (Udeac), che dal 1994 è diventata Comunità Economica e Finanziaria dell’Africa Centrale (Cemac). Sede nella centrafricana Bangui, dove sta pure l’istituto di emissione Banca degli Stati dell’Africa Centrale (Beac). Questo altro franco Cfa lo adottano dal 1960 Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon e Ciad, ma nel 1985 a queste colonia ex-francesi si è aggiunta la spagnola Guinea Equatoriale. Tutto però è saldamente diretto da Parigi, anche per il particolare che i due franchi CFA non sono intercambiabili tra di loro, ma lo possono essere con l’euro a un cambio fisso, dopo esserlo stato con il franco francese. È il Tesoro francese a garantire questa convertibilità, e presso il Tesoro parigino deve essere depositato almeno il 65% del fondo comune di riserva in moneta estera che dà questa garanzia. Ovviamente, è di fatto il governo francese che definisce la politica monetaria della zona CFA. Fin quando rimase in Francia il franco, il franco CFA mantenne con esso la parità. Il rapporto di cambio con l’euro era invece al 23 gennaio 2017 di 1 CFA = 0,0015 e € 1 € = 661,8756 CFA. Comunque, secondo la maggior parte degli economisti, un rapporto sfavorevole agli africani.
Come per l’euro, dunque, i critici dicono che il valore troppo alto del CFA penalizza le esportazioni. Come per l’euro, gli stessi critici dicono che toglie sovranità monetaria ai popoli. In più, mentre per lo meno l’euro è amministrato da una Bce in teoria rappresentativa di tutti i partner il franco CFA continua a mantenere un pesante rapporto di dipendenza formale con l’exPotenza coloniale. Proprio il franco CFA spinge infatti i Paesi africani a commerciare in euro anche quando sarebbe loro più conveniente farlo in dollari.
Peraltro il franco CFA non ha affatto spinto all’integrazione economica: il tasso di intercambio tra i Paesi che lo adottano è di appena il 13%, contro il 60% dell’Ue. Gli avversari del franco CFA fanno in effetti osservare come in un Continente a rapida crescita come l’Africa il tasso di crescita del Pil pro-capite nel 2013 è stato del 2,5% nei Paesi Uemoa e del 2,8% in quelli Cemac, mentre in Paesi della regione senza franco Cfa si è arrivati al 7,4% della Nigeria e al 6% del Ghana. I difensori obiettano che l’inflazione media nei Paesi CFA è stata tra 2000 e 2015 attorno al 2-3%, contro il 10% del resto dell’Africa. Alle ultime manifestazioni l’ambasciatore francese a Dakar ha risposto che «la Francia non si sgancerà dal franco CFA».