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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

«Così mi hanno fatto fuori per salvare lo sport marcio». Intervista a Alex Schwazer

Alex Schwazer, sono passati sei mesi dalla gara dei 50 km di marcia alle Olimpiadi di Rio. Lei avrebbe dovuto esserci, invece è stato estromesso per una positività al doping ancora dai contorni oscuri. 
«È tutto surreale. Nella mia stagione del rientro, dopo la squalifica di tre anni e 9 mesi, mi hanno fatto 45 test, negativi. Poi, il 21 giugno 2016 mi comunicano la positività al controllo dell’1 ̊ gennaio: 39 giorni dopo che loro lo sapevano». 
Come l’ha presa? 
«È stato difficilissimo, considerando tutto l’impegno che c’è stato per il mio recupero, da parte mia, del professor Sandro Donati e del mio staff. Ogni giorno mi chiedevo e mi chiedo come sia stato possibile: per me c’è un complotto, spero che abbiano fatto qualche errore con le provette e che venga fuori. Però, proprio quelle provette attese dal Ris di Parma per la prova del Dna, non sono ancora state inviate dalla Iaaf, nonostante dovessero arrivare il 31 gennaio scorso dopo la rogatoria internazionale del giudice Walter Pellino». 
Lei non si era comunque dato per vinto. 
«Vero, perché volevo chiudere al top, ne avevo le possibilità. Ho continuato ad allenarmi lo stesso per i Giochi, sono andato fino all’udienza del Tas a Rio, il 10 agosto, dove però mi hanno dato 8 anni di squalifica. Che batosta. E pensare che potevo smettere tranquillamente nel 2012, sarebbe stato il momento giusto». 
Il 6 agosto di quell’anno, prima dei Giochi di Londra, esce la sua positività all’Epo. 
«Ero nauseato da un movimento che non mi voleva più, nel 2011 avevo le mie prime fasi di depressione, il dottor Fiorella mi aveva prescritto dei farmaci: ero in difficoltà con me stesso perché vedevo gli altri che vincevano da dopati e me lo facevano pure capire». 
Dunque tutti sapevano e nessuno diceva niente? 
«Se cercate le mie interviste su Youtube, già nel 2010 sospettavo che ci fosse un doping di Stato, soprattutto per i russi. Ma siccome fa comodo avere qualche dopato per far vedere che tutto funziona, sono stato fatto fuori io. Se andavo a Rio e vincevo da pulito saltava per aria tutto lo sport marcio». 
Quindi nel 2012 scatta qualcosa nella sua testa. 
«Odiavo il mio sport, il mio allenamento, che fino ad allora era vita. Vedevo loro che volavano e mi son detto: forse hanno ragione». 
Non poteva dire stop? 
«Ero il campione olimpico di Pechino della 50 km di marcia, un oro pulito, con 37,8 di ematocrito. Il Palazzo non poteva permettersi che smettessi». 
E decide di prendere l’Epo. Ha fatto tutto da solo? 
«Sì, non è difficile. Per trovarla, se non hai contatti basta cercare su Google nei forum dei culturisti e vedi che loro vanno a fare vacanze in posti esotici: per diventare quasi esperto bastano un paio di giorni». 
E lei cosa ha fatto? 
«Avevo poco tempo per star via, in Thailandia non potevo andare in tre giorni, in Egitto era complesso: ho scelto Antalya, in Turchia, era settembre 2011. A Carolina Kostner, allora la mia fidanzata, avevo detto che andavo a Roma, in Federazione. Arrivi a mentire a tutti». 
Come si è organizzato? 
«Su Google Maps scegli l’albergo dove puoi coprire più farmacie, nel caso non ce l’abbiano. Quando ci ripensi ti accorgi che in quel momento sei come impazzito, un drogato. Ho trovato un hotel ad Antalya Vecchia, si chiamava Argos, non so se c’è ancora. Sono volato là passando per Innsbruck e Vienna e appena arrivato sono andato a piedi a cercare l’Epo, senza prescrizione medica, per vedere cosa succedeva». 
E cos’è successo? 
«Là vivono di turismo, in vetrina hanno pile di Viagra, non si fanno problemi: dopo una mattinata l’avevo già trovata. Non andavo neanche in spiaggia, ero come in trance. Dalla finestra guardavo le coppie che si baciavano mentre io ero sul letto con tutte queste siringhe intorno e cercavo il modo di nasconderle nelle scatole di Voltaren per portarle a casa. In qualche momento di lucidità ricordo di aver pensato “ma che cazzo fai?”. Però sono andato avanti». 
Quanto ha speso? 
«Dipende da quante unità compri, te le vendono in fialette già pronte con la siringa. Per cinque dosi di Eprex2000, che allora era la marca più usata, ci volevano sulle 400 euro». 
E ha iniziato a doparsi nel marzo 2012. 
«Sì, ne ho fatta una in vena». 
Non aveva paura? 
«No, perché dal 2010 ho problemi di ferro e ho imparato a farmi le iniezioni da solo». 
C’è un effetto immediato? 
«No, però l’Epo agisce piuttosto velocemente, in 3 giorni inizia a stimolare l’aumento dei globuli rossi. Poiché avevo un po’ di timore non ci sono andato pesante, volevo vedere come reagiva l’organismo, a qualcuno viene la febbre. Dopo la prova di marzo, l’ho presa per 10 giorni, un giorno sì e uno no, e poi microdosi per 2 settimane per tenere il livello. Poi volevo di nuovo farlo prima di Londra, ma quando ho smesso con le microdosi il valore dei reticolociti è andato molto giù. E mi sono spaventato». 
Chi se ne è accorto? 
«Lo hanno visto
dai controlli, e lì Fio-
rella aveva capito:
prima è venuto a Mi-
lano a vedermi, “mi
devi dire qualcosa?”,
poi ci siamo rivisti an-
che a Parma, noi che
non ci incontravamo
mai. Lui sostiene di non sapere che mi dopavo pri-
ma del controllo che mi ha escluso da Londra, ma io ho ribadito al processo di Bolzano la mia versione, il 16 dicembre 2015. Il giorno che sono cominciati i miei nuovi guai». 
In che senso? 
«A Bolzano, dove io ho patteggiato, il 16 dicembre ho deposto contro il dottor Fiorella, Fischetto e Bottiglieri. All’udienza del Tas di Rio, abbiamo saputo che quel giorno fu ordinato dalla Iaaf il famigerato test antidoping dell’1 gennaio. Con quindici giorni d’anticipo, una tempistica strana». 
Niente di anomalo in quei giorni? 
«Il 31 dicembre, prima di andare al cenone, mi sono allenato come sempre vicino all’autostrada, ho fatto 40 km e in macchina avevo le borracce per bere. Forse hanno messo qualcosa lì dentro, o forse hanno agito sulla provetta nei giorni successivi, quando, a causa del laboratorio chiuso, è stata tenuta in lavorazione per tre giorni, con su l’etichetta “Racines” in violazione alla norma dell’anonimato: lo sanno anche i sassi quale atleta vive lì...». 
Però in quel test il valore del testosterone è 3,46, negativo, e nessuno ordina approfondimenti. 
«Esatto, oltre al fatto che la sera di Capodanno avevo bevuto e l’alcol spiegava il dato. Poi la Iaaf ordina nuovi controlli il 24 gennaio e il 2 febbraio, anche quelli negativi. Solo il 29 marzo, due giorni prima della prevista distruzione del campione dell’1 gennaio, viene ordinato agli specialisti del laboratori di Colonia, molto sorpresi, di svolgere esami ultrasofisticati su quelle urine. Perché?». 
Lei, nel frattempo, l’8 maggio rientra in gara a Roma e vince la 50 km. 
«E 5 giorni dopo Thomas Capdevielle, responsabile dell’Antidoping Iaaf, riceve da Colonia la positività sulla provetta dell’1 ̊ gennaio. Però ce lo comunica solo il 21 giugno, quando inizia la nostra corsa contro il tempo per tentare di arrivare comunque a Rio. Siamo stati intralciati in tutti i modi, pensate che agli atti dell’udienza del Tas risulta che lo stesso Capdevielle abbia detto a nome nostro, senza mai consultarci, che non ci interessava anticipare la data delle controanalisi». 
Le istituzioni sportive italiane l’hanno appoggiata? 
«Mai una telefonata, neanche dal capo del Coni, Giovanni Malagò. Per quell’anno e mezzo in cui mi sono allenato a Roma, con Donati, c’è stato un clima di vendetta impressionante. Ogni 15 giorni partiva una segnalazione al Coni, ma poi risultava che eravamo sempre nelle regole». 
E oggi chi è Alex? 
«Mentre aspetto l’esame del Dna che potrebbe scagionarmi sono uno sportivo distrutto. Non posso frequentare piste o tesserarmi, né fondare una società con i miei atleti. Ne alleno una ventina, tutti podisti per hobby. Con loro sono molto preciso, ma senza stress: a volte sono dispiaciuti per quanto mi è capitato, ma io sdrammatizzo con qualche battuta. In più, fra qualche giorno diventerò papà per la prima volta». 
Un nuovo Schwazer? 
«Il sesso è top secret sennò la mia Kathia mi uccide. È splendida, vivere con lei mi responsabilizza, stare con la gente giusta ti salva. Forse quello che non è successo a Pantani». 
Alex, lei è oro olimpico: cosa si prova ad essere il numero uno al mondo? 
«Forse ho sbagliato perché me lo sono goduto poco. Ero sempre concentrato su quello che doveva venire: vinci una gara e sei dio, quella dopo non vinci e ti rompono le palle. La mia medaglia è in banca, mia mamma l’ha voluta mettere lì, io l’avrò vista dal 2008 non più di 10 volte, senza neanche toccarla».