Libero, 20 febbraio 2017
Trovato l’interruttore che riporta a galla i ricordi
Il problema è che ci mancano indizi dell’Origine. Tutte le memorie incamerate nei primi due-tre anni di vita, somma di sensazioni, immagini, conoscenze, nomi e volti, vengono rimosse dalla coscienza e dal serbatoio dei ricordi, fino a rendere l’infanzia una terra di nessuno, un’età mitica che ci piace evocare ma di cui pure non serbiamo traccia. A volte, tuttavia, bastano un colore, un sapore, un profumo, la presenza di un oggetto caro, o una voce sbucata dal passato, per ravvivare quel ricordo, renderlo di nuovo presente e attivo, scatenando il dejà vu di un tempo prima del tempo.
Inoltrandosi su quel percorso, in un viaggio scientifico alla ricerca del tempo perduto, la neuroscienziata italiana Cristina Alberini, docente presso il Center for Neural Science alla New York University attraverso una serie di esprimenti sui ratti è andata a caccia di memorie latenti, esperienze originarie custodite nel pozzo dei ricordi, che era opportuno sollecitare attraverso nuovi stimoli, per non perderle del tutto. In uno studio pubblicato su Nature Neuroscience la Alberini ha dimostrato che, usando i giusti grimaldelli, una sorta di Madeleine proustiane da laboratorio, è possibile risalire alle immagini dei primissimi anni di vita, decisivi nella formazione della nostra identità e della nostra memoria. «Il fatto che ci sia amnesia infantile», ci dice, «dipende da un sistema nervoso che non è ancora maturo, ma sta maturando attraverso l’apprendimento. Le memorie tuttavia non sono completamente perdute, alcune tracce mnemoniche rimangono e infatti, se certi elementi dell’esperienza iniziale vengono ripresentati, quelle memorie possono essere ricordate».
Ciò che resta dif-
ficile da definire è
se quei ricordi riat-
tivati diventino co-
scienti e vengano
subito legati a un’esperienza in-
fantile oppure in-
fluenzino la no-
stra vita adulta in
modo del tutto incosciente. «Purtroppo questo non possiamo chiederlo ai ratti», ammette sorridendo la scienziata. Così come rimane un mistero se possa esserci una memoria pre-natale e un modo per sollecitare il ricordo del periodo che trascorriamo in grembo attraverso una specie di anamnesi platonica. «Alcuni esperimenti suggeriscono di sì», nota la Alberini. «Certo, se parliamo di memorie di cui avere consapevolezza, non so se abbiamo una risposta. Ma potrebbero essere memorie implicite che non giungono a coscienza e che comunque incidono sui nostri vissuti».
Oltre a riattivare il ricordo dell’infanzia, la scienziata opera anche nel recuperare parzialmente il passato di chi ha perduto la memoria per cause patologiche, dovute a malattie come l’Alzheimer o l’ictus. «Somministrando un fattore di crescita chiamato Igf-2 (Insuline Growth Factor 2), prodotto dal nostro cervello», avverte, «abbiamo notato che non solo si impara meglio e si mantengono più a lungo i ricordi di qualcosa di nuovo (nuove memorie), ma si possono aumentare anche memorie di esperienze passate tramite il ricordo: Igf-2 può potenziare il loro riconsolidamento. Naturalmente, per quanto riguarda malattie degenerative, è possibile riattivare funzioni bloccate o rallentare il decadimento della memoria, ma non riprendere quello che non c’è più».
A parte le patologie, è lo stesso meccanismo fisiologico del ricordo a prevedere tante piccole dimenticanze quotidiane, che ci consentono di non sovraffollare la memoria di immagini e informazioni e di scartare il superfluo, in un’alternanza tra ciò che Lucio Battisti avrebbe definito il «Mi ritorni in mente» e l’«eppur mi sono scordato di te». Di questa dialettica di oblio e reminiscenza è fatto anche il sonno. «Non è semplice conoscere i collegamenti tra la memoria e l’attività onirica», rileva la Alberini. «Di solito ci ricordiamo un sogno, se ci svegliamo mentre stiamo ancora sognando, altrimenti lo dimentichiamo facilmente». Come dire, i sogni, che pure sono rielaborazioni e trasfigurazioni dei ricordi passati, a loro volta faticano a essere ricordati.
D’altronde, anche l’esperienza cosciente è connotata da continue amnesie, favorite da un mancato esercizio mnemonico e un processo di delega della nostra memoria a supporti informatici. Per parafrasare il mito platonico di Theuth, non la scrittura ma Internet sta favorendo l’oblio di massa. «Ormai il modo di ricordare», sottolinea la scienziata italiana, «è stato cambiato dalle nuove tecnologie. Si sviluppano altre capacità come la working memory (memoria di lavoro, a breve termine, ndr), ma a scapito di quelle che non vengono più usate. Ci ritroveremo tutti con un’iper-rappresentazione del digito-tastiere». Insomma, con una memoria esterna, come per i pc... Forse allora il segreto per scongiurare l’arteriosclerosi collettiva e custodire il patrimonio della memoria sta nel non intendere più il ricordo come un processo meramente razionale, ma nel recuperare la componente emotiva a esso indistricabilmente legata, che ci consente di avere un’identità piena, unione di mente e anima. «Memorie cognitive e «memorie emozionali non vanno mai da sole», fa notare la Alberini. «Anzi, le memorie a lungo termine di un evento sono tali perché portano con sé un’emozione. Ad esempio, le memorie fotografiche riescono a essere molto dettagliate perché custodiscono una forte sensazione legata a quell’esperienza, fatta di immagini, colori, odori, suoni. Se chiediamo «dov’eri quando hanno abbattuto le Torri Gemelle?», molti sapranno dare una risposta puntuale perché c’era un forte coinvolgimento emotivo relativo a quell’evento». Per sintetizzare, il nostro passato può riemergere dal porto sepolto e non andare disperso solo se smette di essere Memoria, cioè richiamo alla mente, e diventa Ricordo, cioè ritorno al cuore.