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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Come scoprire se state respirando amianto

Si nasconde nelle pareti di alcune scuole, degli ospedali, delle caserme, persino dei cinema. A volte si fa riconoscere nelle coperture ondulate di tanti capannoni, stalle, cucce dei cani. E poi lo puoi trovare in discariche abusive, tubature, fognature, canne fumarie, mezzi di trasporto. L’amianto è stato messo al bando nel 1992. Eppure Legambiente ha calcolato che nel nostro Paese ci sono ancora 32 milioni di tonnellate di questa fibra. L’amianto uccide. E ci vorranno, secondo alcune stime, ancora 85 anni per bonificare completamente la Penisola. Siamo uno dei Paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie correlate a questa fibra killer. 
Il rapporto Inail del 2015 parla di 21mila e 463 casi di mesotelioma diagnosticati tra il 1993 e il 2012. Quattromila persone l’anno. Un numero che potrebbe aumentare di molto. Perché il mesotelioma, come ci spiega Corrado Magnani, docente di Statistica medica all’Università del Piemonte orientale, «è oggi una malattia incurabile, di cui si muore entro l’anno dalla sua insorgenza». Ma può comparire dopo decenni dall’esposizione. Venti, cinquant’anni dopo. Se ti ammali di mesotelioma pleurico, può esser colpa solo dell’amianto. Gli esperti hanno approfondito le modalità di esposizione solo del 78% circa dei casi di tumore. Di questi malati, quasi il 70% è stato a contatto con l’amianto nel corso del proprio lavoro. Il 4,8% ha avuto un familiare esposto professionalmente, il 4,2% è stato esposto alle fibre nell’ambiente. Per ben il 20% dei casi l’esposizione è «improbabile o ignota». 
INTERVENTI MAI FATTI 
Fino agli anni ’90 eravamo il secondo maggior produttore europeo di amianto in fibra dopo l’Unione Sovietica. Abbiamo utilizzato più di 3 milioni e 700 mila tonnellate di amianto grezzo made in Italy e quasi altri due milioni di tonnellate le abbiamo importate. Il materiale usato in edilizia per gli usi più svariati, può provocare anche il tumore maligno del polmone e della laringe, neoplasie a carico di altri organi, tumori maligni dell’ovaio, inspessimenti e placche pleuriche. Secondo alcuni studi pure tumori nell’apparato digerente. Tutte patologie «caratterizzate da un lungo intervallo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia». Si legge nel Piano Nazionale amianto messo a punto nel marzo 2013, ma mai realizzato, che aggiunge: «Le autorità sanitarie devono confrontarsi con un fenomeno grave visto che le possibilità terapeutiche e di diagnosi precoce delle patologie neoplastiche da amianto sono oggi insoddisfacenti». 
LE VITTIME 
Il Piano descriveva alcuni obiettivi: accelerare l’apertura di cantieri di bonifica, individuare siti di smaltimento, finanziare la ricerca. Sarebbe una vera e propria emergenza nazionale, ma quasi quattro anni dopo quelle proposte o restano sulla carta o procedono molto a rilento, come ci dice Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente. «È stato presentato un disegno di legge lo scorso novembre, che definisce un testo unico per l’amianto, per mappare il territorio e censire le patologie senza più discrepanze regionali», spiega. «È ancora un disegno, nonostante secondo Legambiente muoiano di amianto 4mila persone ogni anno». 
Chi non ha lavorato o non vive vicino a queste grandi fabbriche di morte, può ritenersi però al sicuro? Lo chiediamo a Daniela De Giovanni, oncologa di Casale Monferrato. Ha lavorato tutta la vita lì, nel cuore del problema dell’Eternit: «Il rischio è presente ogni qual volta il manufatto d’amianto è usurato dal tempo. Le piogge acide e i fattori atmosferici creano fessure, lesioni da usura. Così le fibre si liberano nell’aria, si depositano in giro, vengono respirate. E a lungo andare l’inalazione può diventare una fonte di rischio importante per chi è esposto». 
«Tutti gli edifici costruiti prima del 1992 sono potenzialmente sospetti. Occorre poi verificare il grado di pericolosità dovuto all’usura», ci spiega Sergio Clarelli, ingegnere, presidente di Assoamianto, associazione di consulenti e imprese private abilitate alla bonifica. 
Le coperture dei tetti dalla forma ondulata sono immediatamente riconoscibili, ma per rivestimenti, tubazioni e serbatoi serve un esperto per il riconoscimento. 
CHI RISCHIA 
A rischio, quindi, ci sono elettricisti, muratori e idraulici che vengono a contatto con materiali edili datati, dovrebbero prendere precauzioni. Rischiano però pure i normali cittadini. «Se non si bonifica», dice l’oncologa, «non c’è null’altro da fare per tutelarsi. L’unico consiglio da dare è denunciare, tenere le antenne vigili come abbiamo fatto noi a Casale. I cittadini devono farsi sentire, presentare petizioni, battersi affinché l’amianto venga eliminato dalle proprie case e dalle proprie città secondo le norme di legge. Chiedete sempre di analizzare il grado di pericolosità e tenete presente», consiglia, «che di anno in anno si può innalzare: le analisi vanno aggiornate spesso». Il mesotelioma, dice la dottoressa De Giovanni, «è un tumore bizzarro. 
A Casale si è manifestato in soggetti che hanno respirato le fibre per soli 4 anni nello stabilimento Eternit, come pure nei famigliari dei lavoratori, che portavano a casa le tute da lavoro. C’è invece chi non si è ammalato. Dipende, sembra, anche dalla predisposizione del singolo a contrarre la malattia». 
«Chi è più vicino a una fonte di esposizione grave è certamente più a rischio del resto della popolazione, ma lo è potenzialmente anche chi ha vissuto per anni in scuole le cui pareti erano fatte di vernici d’amianto. Ad oggi la miglior prevenzione è non dormire sugli allori e denunciare ogni sospetto», conclude l’oncologa.
 Il presidente di Assoamianto racconta che bisogna distinguere tra amianto compatto e friabile. «Il secondo», dice, «è quello che si sbriciola con le dita. Ed è il più pericoloso». Quello compatto lo trovi nelle coperture o nei pavimenti in vinile amianto. Quello più pericoloso è negli intonaci, copre le tubature, bastano le mani per scalfirlo. «Informatevi quali norme regionali siano previste per la denuncia dei materiali», consiglia Clarelli. Bisogna poi rivolgersi alla Asl o presso lo sportello dedicato del proprio Comune e un tecnico deve effettuare un campionamento. I pezzi di amianto possono essere analizzati da laboratori qualificati, appartenenti a una lista specifica che potete trovare sul sito del ministero della Salute. Il comune cittadino può effettuare da solo il campionamento, staccando ad esempio un pezzo di intonaco? «In teoria sì, ma andrebbe fatto con equipaggiamenti di protezione specifici: il respiratore semifacciale, la tuta in materiale plastico, senza mettere a rischio inutilmente chi non ha adeguata formazione, che potrebbe compromettere il materiale e rilasciare fibre pericolose nell’ambiente circostante». 
LE BONIFICHE 
Il costo della bonifica per i privati dipende dalle quantità. Per l’amianto compatto si va dai 7 euro ai 15 al metro quadro. Per quello friabile occorrono invece operazioni complesse, che possono sfiorare i 100 euro al metro lineare: occorre infatti isolare il cantiere e procedere con determinate tecniche. Per le imprese il governo ha istituito il credito di imposta, nella misura del 50% delle spese sostenute per bonifiche dall’amianto entro il 2016. 
Sono ad oggi finanziati con diciassette milioni di euro solo gli interventi conclusi nelle attività produttive entro il 31 dicembre 2016 e la domanda è presentabile online, entro il 31 marzo 2017, al sito del ministero dell’Ambiente. 
E per gli edifici pubblici contaminati dall’amianto il governo ha istituito qualche mese fa un fondo per la bonifica, con 6 milioni di euro per il 2017 e la stessa cifra del 2018. Privilegerà gli edifici pubblici collocati all’interno, nei pressi o entro un raggio non superiore a cento metri da asili, scuole, parchi gioco, strutture di accoglienza socioassistenziali, ospedali, impianti sportivi, poi si procederà sempre tramite bando su tutti gli altri.