Il Messaggero, 19 febbraio 2017
Svezia e Danimarca sfida all’ultima card
Un mondo senza contanti. Dove non circolano più monete e banconote, dove la fila allo sportello di una banca per ritirare soldi diventa un video da antiquariato finanziario, dove qualsiasi acquisto, anche un pacchetto di sigarette, passa su piattaforme elettroniche. Non è il mondo del futuro, ma l’attualissimo cambiamento che vede un testa a testa tra Paesi scandinavi, Svezia e Danimarca, per stabilire quale sarà la prima nazione del Pianeta totalmente cashless.
PROVVEDIMENTI
La Svezia, primo Paese europeo nel 1661 a lanciare la cartamoneta, potrebbe essere il primo a lasciarla. La Banca centrale è pronta a lanciare la e-corona, ovvero la prima valuta elettronica nazionale, ma già adesso soltanto il 2 per cento delle transazioni commerciali avvengono senza contanti, 900 sportelli bancari (su un totale di 1.600) non distribuiscono più contanti, i bancomat stanno scomparendo, stipendi e pensioni nella pubblica amministrazione si distribuiscono solo con modalità elettroniche. E il 90 per cento dei giovani utilizza Swish, pagamenti attraverso app e smartphone perfino per offerte di beneficenza.
Quanto alla Danimarca, l’obiettivo è di raggiungere il traguardo di una cashless society entro il 2020, ma anche in questo Paese l’accelerazione dell’ultimo anno è stata molto forte. Il 40 per cento della popolazione danese si serve delle piattaforme per i mobile payment, pagamenti elettronici senza che si veda circolare una sola moneta. Metti lo smartphone su una piastra elettronica e, zac, hai pagato il biglietto dell’autobus, la spesa al supermercato, il conto al ristorante. Come le bollette di gas, luce e acqua che, grazie ai pagamenti elettronici, puoi anche controllare in diretta, riducendo gli sprechi energetici.
Tutto viaggia per le autostrade dell’universo digitale, e tutto viene ben scortato e supportato dalle innovazioni che arrivano dai grandi player di questo nuovo mercato, in prima fila i colossi americani come Amazon, Apple e Google. Amazon, per esempio, ha già introdotto la spesa domestica, elettronica ed automatica, attraverso dei sensori piazzati nel frigorifero. Manca la carne? Sta finendo il parmigiano? Il latte è sotto il livello di guardia per la prima colazione dei bambini? L’app di Amazon trasmette l’ordine di acquisto direttamente al fornitore e la nuova spesa arriva a casa. In tempo reale, un aiuto per ridurre gli sprechi alimentari. La tendenza del cashless non è però un fenomeno concentrato al club esclusivo degli evoluti Paesi scandinavi. È un fenomeno mondiale, come dimostra il fatto che il contante in circolazione, negli ultimi anni, sta diminuendo a un tasso globale di circa il 7,5 per cento, con punte del 20 per cento nei Paesi emergenti dell’Asia. Le nazioni anglosassoni sono decisamente più avanti, e la moneta elettronica è entrata negli stili di vita di questi popoli già da molti anni. In America, per esempio, senza la garanzia di una carta di credito non puoi neanche mettere piede nella stanza di un albergo. Ricordo in proposito il racconto di Guido Carli che, da Governatore della Banca d’Italia, fu respinto al desk di un albergo di Philadelphia per il solo fatto di non avere presentato una carta di credito. Problema risolto grazie al consolato italiano.
In questa marcia universale, diventata una vera corsa di mezzofondo, verso la cashless society l’Italia, purtroppo, è nelle postazioni di coda, innanzitutto in Europa. Con uno spreco enorme per la collettività. I contanti nel mondo diminuiscono? Da noi aumentano. Secondo i calcoli della Banca d’Italia ancora l’83% delle transazioni avvengono con carta moneta, 16 punti in più rispetto alla media europea (ora al 67%). E il cash in circolazione nel nostro Paese (180 miliardi di euro a fine 2015, 10,6% del Pil, rispetto all’appena 3,6% del Regno Unito. Uno dei motivi che spingono le nazioni di tutto il mondo ad andare verso la circolazione esclusiva di monete elettroniche è il risparmio, in termini di costi della carta moneta.
MOTIVAZIONI
Per dare un’idea: il contante costa 133 euro l’anno per abitante, le carte di credito non arrivano a 11 euro. Un secondo vantaggio, forse il più importante per ciascun sistema Paese, è legato al fatto che le società cashless, per loro natura, riducono l’evasione fiscale, l’economia sommersa, e rendono tracciabili tutti i pagamenti, disincentivando il riciclaggio del denaro sporco, frutto della corruzione o dei traffici malavitosi. Se pensate che in Italia abbiamo record mondiali ed europei di evasione dell’Iva, della quota di economia sommersa sul Pil e dei livelli di corruzione, avete un quadro di quante sono le opportunità che sprechiamo. Ma forse, ragionando con una punta malizia, è proprio contro gli interessi, saldati attorno a questi fenomeni di distorsione sociale, che si blocca il cammino dei pagamenti elettronici in Italia. Secondo i calcoli di una ricerca curata da Ambrosetti soltanto in termini di recupero del gettito grazie al riemersione di un pezzo dell’economia con l’aumento della quota dei pagamenti elettronici a livello della media Ue, i conti pubblici italiani vedrebbero un recupero di entrate pari a 40,8 miliardi di euro l’anno. Almeno due manovre finanziarie pesanti.
INNOVAZIONE
La cashless society è innovativa e competitiva per definizione. Azzera i costi della carta moneta e riduce l’evasione e aumenta la capacità tecnologica e la concorrenza. Tra i motivi del successo universale di Uber c’è la semplicità e la trasparenza dei pagamenti di ogni singola corsa: tutto avviene senza che circoli una sola moneta. In molte grandi città italiane, penso a Roma, Napoli e Torino, la semplice introduzione delle carte di credito per pagare le corse, è ancora un tabù. Infine, il sistema cashless incentiva il rilancio dei consumi. Ci sono alcune statistiche che parlano di aumenti a due cifre, tra il 10/15 %, degli acquisti nei circuiti della grande distribuzione o nei centri commerciali, grazie alla diffusione capillare del pagamento elettronico. In fondo, rinunciare alla carta moneta, sommando i fattori in campo, significa meno sprechi e più risparmi. Meno spazi per i furbi, e più opportunità per la sana concorrenza. Più tutele per il consumatore, meno margini per chi vuole approfittare di una posizione di rendita sul mercato. Non male, in tempi in cui ancora non abbiamo capito come e quando si esce dal tunnel della Grande crisi.