Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

L’evoluzione della specie

Cosa vuol dire essere un robot? Secondo Ben Russel, curatore della mostra in scena al museo della Scienza di Londra, un robot è una macchina che ha un aspetto realistico o si comporta in modo realistico. Sulla base di questo incipit ha allestito la più grande collezione di umanoidi mai vista prima, seguendo un percorso che sbuca dalle oscurità di fine Medioevo, andando a ripescare un inquietante monaco meccanico che muoveva i primi passi nel mondo degli automi, esibendosi davanti al re di Spagna Filippo II. La marionetta progettata nel 1560 da Giannello Turriani, un matematico, ingegnere e orologiaio di Cremona, colpì l’immaginario perché non era un giocattolo, ma non era neanche un uomo. Però pregava, si batteva il petto e gironzolava su se stesso, insomma, ci imitava e ci liberava dalla preghiera facendolo al nostro posto.
VINTAGE
In questa collezione di tesori, circa un centinaio, spiccano parecchie star direttamente dal retro-futuro. Una di esse è la replica di Eric il robot, automa di latta che sprizzava scintille dalla bocca, preso a pistolettate nel 1929 da un impressionabile guardiano notturno del teatro di New York dove doveva esibirsi. Erano gli anni in cui la meccanica stava esplorando le sue potenzialità, e mentre le macchine filavano km di tessuti sostituendo gli artigiani al telaio con pulegge e ingranaggi, gli animaletti meccanici e i grotteschi automi dell’ottocento si estinguevano in favore di una specie nuova, più vicina all’uomo ma un po’ meno Frankestein. Fritz Lang nel 1927, ispirato dallo skyline di New York, diede vita ad un futuro distopico dove Maria era la seducente eroina meccanica di Metropolis. O Cygan, un gigante di 240 centimetri realizzato dall’ingegnere aeronautico torinese Piero Fiorito, che posò sulle copertine a pinze spalancate con Brigitte Bardot.
L’EVOLUZIONE
In questo viaggio nel passato che sembrava il domani, ad un tratto i robot hanno iniziato a imitare l’uomo non solo nelle apparenze, ma cambiando anche al loro interno. Muscoli e tendini sintetici, sensori e pompe oleodinamiche, sempre più simili al suo creatore. Il modello stile Terminator (presente in mostra) va forte, si progettano prototipi sempre più fluidi nei movimenti che provano a convincerci di essere anche intelligenti, come RoboThespian, che vi accoglie all’ingresso della mostra parlando 40 lingue e dandovi il pugnetto come un vero rapper tatuato. L’androide è anche dotato di sensori di movimento in grado di capire alcune delle intenzioni del visitatore, offrendo risposte coerenti. Però, come tutti suoi fratelli, di fronte a una situazione più complessa deve essere pilotato da una persona. In fondo, poco più evoluto del cigno meccanico del 1700 che affascinava Mark Twain.
LE PAURE
Nella carrellata di modelli in esposizione, si viaggia dall’America al Giappone, scoprendo che molti di loro assistono bambini autistici e anziani, altri eseguono interventi chirurgici o servono sushi. Altri ancora sono minacciosi o inquietanti, come il neonato realizzato dallo studio Nolan, davanti al quale non si può non provare un senso di meraviglia e disagio simile a quello che provò Filippo II davanti al monaco meccanico. Insieme all’aspetto psicologico/ancestrale, c’è quello più materiale, che vede circolare fuori dalle porte del Museo un report del governo inglese che annuncia la sostituzione entro il 2030 di 250.000 posti di lavoro nel settore pubblico con soluzioni robotiche. La paura di diventare schiavi delle macchine, costretti a badare al loro funzionamento per sopravvivere, è uno degli incubi che sprigionano questi non-esseri chiusi in teche di vetro quasi a voler proteggere i visitatori.

TROPPO UMANI
Ma anche i robot hanno i loro mostri. Lo sforzo imitativo ha prodotto negli ultimi vent’anni androidi con spine dorsali e articolazioni, ammaestrandoli a colpi di software ad eseguire movimenti umani. Nel tempo si è scoperto che i modelli antropomorfici soffrono di problemi di usura proprio come le persone affette da artrosi o ernia del disco, orientando la ricerca verso soluzioni più a misura di macchina e meno dispendiose alla voce manutenzione. Il nuovo trend è, come spesso succede, anticipato dalla sci-fi, con il monolitico TARS di Interstellar che risulta efficiente e ironico senza avere bisogno di sorridere. La sfida più impegnativa resta quella della potenza dei processori e dell’autoapprendimento, che ad oggi non si avvicina lontanamente alle minime capacità umane. Creature come il manichino Kodomoroid che recitano le news e muovono le palpebre, hanno la stessa stentata presenza intellettiva dei suoi antenati e resta più facile considerare l’algido assistente Siri che vi risponde dall’iPhone un proprio simile, che un guscio di silicone parlante. La lunga marcia dei robot iniziata con il pellegrinaggio di un monaco sembra ancora in attesa di un big bang, un salto tecnologico che potrebbe essere rappresentato dalla connessione alla rete globale, con un super cervellone che muove tutti i pezzi come fanno le app che dipingono in tempo reale con lo stile di Van Gogh, attingendo alla potenza di calcolo via internet. Tanto, per quanti danni possono fare, alla fine le batterie si scaricano sempre.