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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Bolloré, il predatore dell’euroNetflix perduta

Appena conquistate le redini di Vivendi, Vincent Bolloré ha cominciato a pensare al progetto di un gigante europeo dei contenuti. La scorsa primavera, durante l’assemblea degli azionisti, ha parlato a lungo di un «Netflix» europeo, soprattutto rivolto all’Europa del Sud, latina. L’ambizione globale del resto è scritta nei geni di Vivendi, anche se il tentativo del predecessore Jean-Marie Messier provocò quasi il fallimento del gruppo all’inizio degli anni Duemila. «Aver ragione troppo presto equivale ad avere torto», ammise poi Messier, ma Bolloré sembrava immune da quel pericolo. Il finanziere è noto per essere un ottimo e oculato investitore, più che un visionario.
Per un gruppo come Vivendi, che ha nel suo portafoglio tv a pagamento (Canal Plus), video online (Dailymotion), etichette discografiche (Universal) case di videogiochi (Gameloft), servizi on demand (il tedesco Watchever) e partecipazioni in operatori telefonici (la spagnola Telefonica e soprattutto Telecom Italia), sembrava naturale pensare alla «convergenza di contenente e contenuto» in una piattaforma digitale per distribuire film e serie tv. E se il punto di riferimento in questo ambito sono spesso le esperienze americane, ecco la formula della «Netflix europea», con anche una parvenza di missione culturale, un’intenzione tipicamente francese di contrastare il dominio delle produzioni anglosassoni.
L’epilogoOggi di quell’idea resta poco. La squadra che a fine 2015 aveva ricevuto l’incarico di studiare il progetto continua a lavorare ma per adesso non se ne vedono i frutti. Le operazioni europee di Vivendi incontrano non pochi ostacoli – in particolare in Italia con Mediaset – e soprattutto, se c’è un settore dove Bolloré appare in difficoltà, è proprio quello dei contenuti.
In Francia il capo di Vivendi ha cominciato a lamentarsi per la scarsa redditività di Canal Plus, arrivando a minacciare di disfarsene. Il desiderio di risanare il gruppo e il diritto di sottolineare gli sprechi nella pay-tv sono più che legittimi, naturalmente. Ma Bolloré ha finito con lo snaturare e quindi svalutare i gioielli di famiglia.
Canal Plus in Francia ha avuto un ruolo centrale nel costume nazionale, nel bene e nel male. Ha rotto con la tv ingessata del servizio pubblico e del primo canale privato Tf1 arrivando a creare, negli anni Ottanta e Novanta, un ésprit Canal che significava derisione post-68, ironia, e voglia di sbeffeggiare i potenti per esempio nella trasmissione-simbolo Les Guignols de l’Info, con i politici ridotti a marionette. Quell’epoca è finita. In polemica con la nuova gestione Bolloré gli autori del Petit Journal, uno dei programmi più seguiti della tv francese, hanno lasciato Canal Plus per traslocare su TMC cambiando il nome in Le Quotidien. È di questi giorni la decisione di chiudere anche Le Grand Journal, un’altra delle trasmissioni per anni più seguite della tv francese, che veniva trasmessa in chiaro.
È indubbio che la linea editoriale di Canal Plus fosse in crisi già prima dell’avvento di Bolloré. Lui però viene accusato di avere precipitato la situazione, come è successo anche a iTélé, il canale all news del gruppo. Per rilanciare gli ascolti Bolloré ha azzerato i vertici, messo al loro posto persone di sua fiducia ma di scarsa reputazione professionale e ingaggiato Jean-Marc Morandini, un animatore più portato all’intrattenimento che al rigore giornalistico.
I giornalisti hanno fatto settimane di sciopero e infine hanno abbandonato la rete. Anche qui, Bolloré ha esercitato il diritto di gestire il gruppo secondo i poteri che gli sono affidati. Il guaio, però, è che l’obiettivo di allargare l’audience è stato mancato. Vicende poco incoraggianti quando si vuole rispondere a Netflix e ai suoi 93 milioni di abbonati nel mondo.
I contiWatchever, il servizio tedesco, ha interrotto le attività il 31 gennaio 2016. Soprattutto, in Italia è finita male l’alleanza con la famiglia Berlusconi: il pentimento tardivo quanto all’accordo su Mediaset Premium ha provocato un tentativo di scalata a Mediaset fermato da Berlusconi con l’aiuto del governo italiano.
Allo stato attuale, per creare quel famoso gigante europeo dei contenuti, Vivendi non ha a sua disposizione né la sponda tedesca né quella italiana, e gli interessi in Spagna (l’1% di Telefonica) non sembrano sufficienti. Un po’ poco per sperare di fare concorrenza a una Netflix che sta puntando sempre di più sulla produzione autonoma di contenuti costosi – per esempio la serie Stranger Things dopo House of Cards – ma di enorme successo.
A fronte a questa strategia Bolloré ha annunciato, invece che investimenti, un piano di tagli e risparmi di 300 milioni l’anno. Mentre la campagna d’Italia per Mediaset occupa risorse e attenzioni, i concorrenti francesi non stanno fermi. Il gruppo di Patrick Drahi, Altice, che possiede un operatore telefonico (SFR), giornali ( Libération e L’Express ), radio (RMC) e tv (BFM, leader nell’informazione h24), è in grande crescita.
Poi ci sono Matthieu Pigasse e Xavier Niel (co-editori di Le Monde ) che assieme a Pierre-Antoine Capton hanno creato la società Mediawan e acquistato pochi giorni fa il gruppo AB (pay tv e produzione di serie) per 280 milioni, con l’ambizione, anche qui, di fondare un «leader europeo dei contenuti». Bolloré non è l’unico ad avere quel sogno ed è chiamato ora a contromosse se non vuole farsi scavalcare.