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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Farmaci, un affare italiano

È una pattuglia di una trentina di aziende che nell’armadio dei medicinali ha un tesoretto che vale 12 miliardi. In fila, Menarini, Chiesi, Recordati, per citare solo i campioni sul podio, che nel 2016 hanno in media macinato una crescita del fatturato al ritmo del 10%. Ma se si guarda oltre la metrica dei ricavi appare chiaro che il comparto della farmaceutica made in Italy si conferma uno dei motori dell’economia. Produce in casa e vende quasi tutto all’estero, in media l’80% dei suoi prodotti.
I recordNell’anno record delle esportazioni (e dell’avanzo commerciale che ha superato i 51 miliardi) le Middle Pharma tricolori si sono infatti piazzate prime. Hanno aumentato del 6,8% le vendite oltrefrontiera. Più dell’auto e dell’alimentare. E promettono di mantenere il ritmo anche quest’anno. Tutte hanno puntato il radar sulle opportunità di shopping offerte dai mercati internazionali dove si confrontano con i colossi, nomi come Glaxo e Novartis, o altri rivali nordamericani. Quelli che stanno consumando acquisizioni miliardarie. Ultima quella della Allergan, la casa farmaceutica del Botox, che ha comprato negli Usa la Lifecell e ora punta su Zeltiq. Per un valore totale di quasi 6 miliardi di dollari. Ma la logica delle imprese nazionali è ben distante da quel genere di operazioni. Anche perché la quasi totalità delle aziende italiane è controllata da famiglie.
Ma la concorrenza sui mercati internazionali è forte e bisogna investire, crescere ed esportare ancora di più. Lo sa bene Alberto Chiesi, presidente dell’omonimo gruppo farmaceutico con radici a Parma e l’83% dei ricavi fuori dall’Italia e circa 400 milioni di margine operativo che si trasformano in munizioni utili per le acquisizioni. Ha appena battuto in velocità la Glaxo – principale concorrente – depositando per primo alla European Medicines Agency la richiesta di approvazione di un prodotto Chiesi per le malattie respiratorie che combina tre principi. «Non vogliamo diventare grandi per forza, piuttosto puntiamo a essere tra i primi due al mondo nelle nostre aree terapeutiche – spiega Chiesi —. I grandi merger? La corsa alla taglia rischia di diluire gli sforzi e non produrre efficienza. Siamo aperti ad acquisizioni anche in Italia, di attività o marchi da multinazionali».
Come dire che il sistema italiano del pharma deve giocare le carte sulle specialità e meno sul mass market dove quel che conta è la grandezza. Tutti hanno pronte le armi per crescere. Prima fra tutti la Recordati il cui piano industriale fresco di stampa include investimenti di 300 milioni in tre anni dopo un 2016 che l’ha vista protagonista dell’acquisto della svizzera Pro Farma e per 130 milioni della Italchimici, l’azienda del Peridon, dell’Aircort e del Reuflor, un probiotico non rimborsato. «La cifra potrà aumentare se ci saranno occasioni interessanti. Guardiamo a portafogli di prodotti e ad aziende», racconta Andrea Recordati che l’anno scorso ha preso le redini operative dell’azienda di famiglia quotata a Piazza Affari come amministratore delegato e vice presidente, a fianco del fratello Alberto (presidente).
«Puntiamo al settore dello specialty care, quello dedicato per esempio alle cure di malattie come la schizofrenia, e alle malattie rare. Siamo entrati in Sud America, ora il focus è anche su Francia, Polonia e Germania per consolidare la presenza in questi importanti mercati dove siamo già attivi con nostre filiali», spiega Recordati. I mercati hanno sempre guidato la bussola delle aziende. «Nel 1991 l’Italia era al 51mo posto nelle esportazioni, oggi è tra il secondo e il terzo», spiega Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria.
Verso EstLo sguardo di tutti è ora rivolto all’Asia dove Menarini – 3,46 miliardi di ricavi di cui il 10% investito in ricerca – è stata la pioniera. Il gruppo guidato da Lucia e Alberto Aleotti è sbarcato a Singapore sei anni fa con l’acquisto di Invida group. Oggi è un presidio su Cina e Far East che vale 320 milioni di fatturato nella dermatologia, nel cardiovascolare e nelle malattie respiratorie. Ma gli Aleotti hanno colto opportunità anche negli Stati Uniti dove hanno acquistato dalla Janssen diagnostics la Cellsearch nella rilevazioni delle cellule tumorali.
La Cina è entrata nel focus anche della Bracco, presente da 15 anni nel Paese del Dragone dove il gruppo guidato da Diana Bracco, presidente e amministratore delegato, raccoglie ricavi per 100 milioni, in crescita dell’8%. Per questo, il gruppo milanese della diagnostica ha appena rinnovato per altri 20 anni la joint venture (di cui ha il 70%) con Shanghai pharmaceuticals, nella quale investirà tra i 40 e i 50 milioni per servire un mercato dove la crescita della classe media favorisce l’ampliamento del mercato della diagnostica.
Ma anche in Italia c’è spazio per un risiko, con l’aggregazione di aziende più piccole ma innovative che catturano l’interesse di chi vuole crescere. È il caso della Fidia farmaceutici, ex azienda finita in amministrazione straordinaria negli anni Novanta, poi rifondata da alcuni imprenditori tra cui Francesco Pizzocaro che l’hanno portata a circa 500 milioni di ricavi nelle terapie contro le patologie articolari, la riparazione dei tessuti e la dermo-estetica. La Fidia dovrebbe finalizzare a breve l’acquisto della OOGroup, azienda attiva nel settore oftalmico. L’obiettivo è investire in farmaci hi-tech da vendere soprattutto all’estero.
Se da un lato le Middle Pharma nazionali sono grandi esportatrici, dall’altra mantengono un forte presidio produttivo in Italia. Tanto che l’industria manifatturiera della farmaceutica vale 30 miliardi, una cifra che colloca il Paese al secondo posto in Europa dopo la Germania. «Tra il 2010 e il 2015 la produzione manifatturiera ha perso il 7% mentre nello stesso periodo, quella farmaceutica è cresciuta del 15%, svolgendo così il ruolo di motore dell’economia. Larga parte dell’espansione è dovuta alla realizzazione di farmaci innovativi», fa notare Scaccabarozzi.