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 2017  febbraio 19 Domenica calendario

I tre valzer in chiesa del giovane Puccini

Era già lui? Quando quattordicenne, a Lucca, si sedeva all’organo della chiesa di San Girolamo per portare a casa lo stipendio, Puccini stava già coltivando i semi delle opere che lo avrebbero reso celebre nel mondo? Oppure in quei dieci anni (1872-1882) aveva svolto semplicemente un servizio liturgico, componendo i brani che la sua formazione di organista e di maestro di cappella lo metteva in grado di scrivere?
La pubblicazione della produzione organistica pucciniana, che uscirà entro l’anno nell’ambito dell’Edizione Nazionale delle sue opere presso l’editore Carus di Stoccarda grazie alle cure di Virgilio Bernardoni, offre una duplice risposta. Da un lato è un no, secco: quelle composte da Puccini per il proprio autoconsumo nel servizio sacro sono pagine funzionali, che qualunque suo collega avrebbe potuto scrivere. E infatti il Puccini più esperto, ormai trasferitosi a Milano, non farà mai cenno a questa produzione giovanile, né muoverà un dito per farla pubblicare, come sarebbe stato facile fare. Ma dall’altra sì, c’era già qualcosa del futuro autore della Bohème. Perché tra i fogli ritrovati si trovano ben tre valzer. Senza dubbio destinati all’organo – vi figurano in margine le indicazioni sul tipo di registri da usare – ma alquanto bizzarri nelle consuetudini della musica sacra. In chiusura della liturgia, alla fine dell’Ottocento era infatti d’uso eseguire una marcia. E lui, invece, scrive dei valzer. Semplici, eleganti, che a noi rimandano inevitabilmente a quello di Musetta. E che, suggerisce qualcuno, forse erano il vero motivo per il quale, come raccontano le biografie del compositore, le monache trasalivano impallidendo: il ritmo della più frivola e borghese delle danze non era certo quello che ci si aspettava alla fine di una messa.
Volendo insistere nel cercare un Dna pucciniano tra questi fogli sparsi, ci si imbatte anche, a un certo punto, in una scala di accordi discendenti che ha il sapore del Puccini a noi noto. Sono poche battute, segnate dal nuovo gusto armonico fin de siècle, che effettivamente potrebbero trovare spazio, ancora, nella Bohème. E così ascoltarle all’organo, come accadrà in maggio al festival Lucca Classica (dove è in cartellone anche un mio brano), sarà molto curioso.
Nicola Campogrande
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Aste, segreti, fotocopie Il genio da piccolo in un puzzle di inediti 
Ventuno brani per organo, inediti. Un’ora di musica in tutto. L’esecuzione affidata al clavicembalista e organista olandese Liuwe Tamminga, fine conoscitore di Giacomo Puccini. Il luogo scelto per il concerto del 5 maggio: la chiesa di San Pietro Somaldi, a Lucca, una di quelle dove, in giovanissima età, il compositore fu organista.
La semplicità di questa «prima» è solo apparente. Perché gli inediti non sono arrivati sotto i riflettori per caso. Bensì sono il risultato di un tenace e certosino lavoro d’investigazione. Sono stati ricostruiti da fotocopie, che l’avveduto e fortunato possessore aveva fatto prima di vendere all’asta il prezioso materiale. Sull’autenticità del materiale non vi sono dubbi: la grafia è quella di Puccini. Su una partitura, inoltre, appare chiara la firma del grande compositore lucchese. 
Non è il primo ritrovamento di lavori di Puccini. Due anni fa, frammenti musicali riemersero mescolati a oltre cento lettere autografe della collezione Porciani. Ne è testimone privilegiata Gabriella Biagi Ravenni, musicologa e docente all’Università di Pisa, tra i fondatori del Centro Studi Giacomo Puccini. «Sono più di vent’anni che i miei studi si sono concentrati su Puccini. Ed è una continua scoperta. Sia sul fronte degli epistolari sia su quello dei testi musicali. Si trovano materiali autografi di continuo. Noi seguiamo l’andamento del mercato antiquario e da un paio d’anni ogni casa d’aste espone una collezione pucciniana. Un’emorragia incredibile. Non possiamo acquistare nulla ma ci è consentito di visionare le testimonianze». 
I ventuno inediti sono quasi sorprendenti, freschi e sfrontati per caratteristiche che al tempo suscitarono anche qualche polemica nel mondo ecclesiastico lucchese. Valzer, citazioni da letteratura musicale varia (come la singolare parafrasi di Questa o quella per me pari son, dal Rigoletto di Giuseppe Verdi). Era noto da varie fonti che Puccini avesse scritto musica per organo in gioventù, prima di partire per Milano. «Nel 1927, poco dopo la sua morte, uno studioso aveva analizzato i brani e dato alle stampe un saggio. Poi, però, nessuno li aveva più visti – prosegue la musicologa – perché erano rimasti nelle mani del nipote di un allievo di Puccini, Carlo Della Nina di Porcari, piccolo Comune vicino a Lucca. E, attenzione, parliamo sempre di un Puccini ragazzino». 
Il nipote in questione, che come il nonno si chiama Carlo e a Lucca s’era diplomato in pianoforte, negli anni Cinquanta emigra negli Stati Uniti. Approda a Chicago dove fa il musicista. E con sé, oltreoceano, porta gli scritti del maestro. «Dalle nostre ricerche – continua Biagi Ravenni – risulta che, forse per ragioni economiche, egli vende questo materiale alla casa d’asta Sotheby’s. È il 1988. Dai cataloghi risulta con chiarezza che si tratta proprio di quei brani visti e analizzati sessant’anni prima».
Rintracciare gli originali, trovare chi se li è aggiudicati, è impossibile. La privacy è legge per le case d’asta. «Non ci siamo arresi e grazie a una serie di combinazioni, all’aiuto di appassionati e di studiosi locali, siamo riusciti a rintracciare il figlio di Carlo che ci ha detto di avere in casa delle fotocopie». Era l’estate di due anni fa quando da Chicago arriva al centro studi di Lucca un primo pacco di fotocopie. «È stato come ricostruire un puzzle. Chi le aveva messe insieme non conosceva la musica. Quando me le hanno portate, mi sono messa le mani nei capelli. Erano di cattiva qualità, non si trovavano l’inizio e la fine. Abbiamo insistito ed è così arrivato un secondo pacco di fotocopie. Non ero sola in questo lavoro di cesello, con me c’erano Virgilio Bernardoni e Dieter Schickling di Stoccarda». 
I casi più eclatanti di inediti del maestro risalgono a molti anni fa. «Nel 1999 Muti eseguì un preludio che è l’opera prima di Puccini, importante ritrovamento nel quale fummo coinvolti». Ora i ventuno brani, «anomali nel panorama della musica per organo di quegli anni, alcuni a carattere meditativo, altri gioiosi, ritmici, e poi i tre valzer che non è frequente trovare per organo, e ancora marce con le quali invece in genere si chiudeva la messa. In casa Puccini, come scrisse Arnaldo Fraccaroli sul «Corriere della Sera» del 13 gennaio 1910, da quasi due secoli si nasceva organisti, per diritto ereditario. Quando muore il padre, molti dei suoi incarichi li prende lo zio. E quando quello se ne andrà da Lucca, daranno a Giacomo il posto che era stato del padre». 
Liuwe Tamminga, organista titolare della Basilica di San Petronio a Bologna, incaricato di far rivivere gli inediti di Puccini, conferma: «È una musica gioiosa, si capisce che si divertiva a scrivere. Inoltre gli organi lucchesi hanno registri, come il cornetto-tromba, il cornetto cinese, le percussioni, che rispecchiano bene il carattere di questi testi». Poteva non trovare ospitalità nella terza edizione del festival che Lucca dedica alla musica classica? «Questa – spiega il direttore artistico del festival, Simone Soldati – è una manifestazione che vuole abbracciare linguaggi diversi e ha l’ambizione di rivolgersi a un pubblico il più eterogeneo possibile, sia per formazione sia per età. È anche il luogo degli inediti. Ma certamente è la prima volta che ne ospitiamo di tale portata».
Paola D’Amico