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 2017  febbraio 19 Domenica calendario

Un rebus bello e impossibile. Il reddito di cittadinanza beffa le migliori intenzioni

Le definizioni sul reddito di cittadinanza, o basic income che si voglia, si sprecano. C’è chi lo considera addirittura il Santo Graal delle politiche pubbliche per l’assistenza, ma nessuno era arrivato a saccheggiare Gianna Nannini per etichettarlo come «bello e impossibile». Lo ha fatto Stefano Toso, docente di Scienza delle finanze a Bologna e autore di un libro – Reddito di cittadinanza uscito dal Mulino – che si fa apprezzare sia per la preziosa ricognizione storica sia per le valutazioni tecniche di ordine economico.
«Bello e impossibile» si giustifica con la semplice constatazione che nonostante il basic income sia stato proposto e sponsorizzato da molti, alla fin della fiera l’unica amministrazione dei Paesi avanzati ad averlo adottato è quella americana dell’Alaska. Dove è in vigore da circa trent’anni il Permanent Fund Dividend, un programma di redistribuzione degli introiti derivanti dalle concessioni petrolifere. Una quota di questi proventi è pagata a ogni cittadino alaskano, compresi i minorenni, e oscilla tra i 900 e i 2 mila dollari l’anno. Varrà la pena ricordare come gli alaskani siano 740 mila, di cui circa la metà vive ad Anchorage.
In Italia di reddito di cittadinanza si discute e si discuterà ampiamente, perché in fondo è la vera proposta-bandiera del Movimento 5 Stelle e di conseguenza si presta a rappresentare un test della sua candidatura a governare il Paese. Toso non ha alcuna intenzione di sottovalutare la proposta (anzi) e ci racconta come prima di Beppe Grillo a simpatizzare con questo provvedimento di welfare e a rompersi il capo per studiarne la fattibilità siano state alcune delle menti migliori della scienza economica e non solo.
Si inizia dal filosofo inglese Thomas Paine, che lo propose nel lontano 1797 nel suo La giustizia agraria e si continua nel tempo con premi Nobel come Milton Friedman, George Stigler, James Meade e James Tobin che lo hanno studiato o ne hanno messo a punto addirittura delle varianti. Le forme di reddito garantito sono molteplici e occorre distinguere, perché spesso è facile passare da una confusione lessicale a un fraintendimento politico. Redditi minimi sono già presenti in quasi tutti i sistemi di welfare statale – tranne purtroppo Italia e Grecia – e sono diretti sostanzialmente a sorreggere la condizione di vita di platee ben delimitate di cittadini, in primo luogo quelli ridotti in povertà assoluta. Il reddito di cittadinanza si differenzia però dalle forme già esistenti: è un trasferimento in denaro (e non in servizi) da finanziarsi tramite la fiscalità generale «da erogare periodicamente a tutti i singoli cittadini adulti a prescindere dalla loro condizione economica o dalla disponibilità – se disoccupati – ad accettare un lavoro».
Il pagamento dovrebbe avvenire con periodicità mensile o annuale e accompagnare ciascun cittadino nell’arco della vita a partire della maggiore età. Lo potremmo definire, se vogliamo, un esempio di welfare incondizionato, mentre il reddito minimo è di sua natura selettivo ed esige il soddisfacimento di requisiti a monte, correlati al reddito già percepito e al patrimonio.
La chiave della querelle che divide da anni gli studiosi è dunque dentro il derby «universalismo contro selettività», un dibattito che Toso fa iniziare addirittura tra il XVIII e il XIX secolo in Gran Bretagna con l’adozione della Speenhamland Law, sistema generalizzato di integrazione del reddito parametrato al prezzo del pane e alla numerosità del nucleo familiare. La misura finì nel mirino di due intellettuali e figure chiave dell’epoca come Thomas Malthus e Jeremy Bentham, che lo accusarono di rallentare l’inurbamento e di incentivare la crescita demografica, ritenuta allora la causa prima della povertà. Finì con l’adozione, qualche lustro dopo, di una misura di segno opposto: il Poor Law Amendment Act, che tutelava i poveri solo all’interno di case di lavoro rigidamente disciplinate da obbligo di indossare la divisa, divieto di visite e separazione uomini/ donne.
I sostenitori accademici del reddito di cittadinanza nel tempo hanno sempre vantato numerosi vantaggi connessi che elenchiamo: l’affermazione piena del diritto di cittadinanza, la coesione sociale e la mancata invasione della sfera privata del singolo, la maggiore generosità di spesa, l’incentivo alla mobilità sul mercato del lavoro e persino lo stimolo ad assumersi il rischio imprenditoriale. A questa lista gli avversari hanno sempre opposto critiche radicali come il costo proibitivo di finanziamento, la necessità di alzare le imposte, una diminuita efficacia nella lotta alla povertà, il disincentivo all’accumulazione di capitale umano e infine la riduzione dell’etica del lavoro. Il filosofo americano John Rawls, nel suo famoso Una teoria della giustizia, arrivò a usare l’allegoria dei surfisti a tempo pieno della spiaggia californiana di Malibu per sostenere che chi ha scelto di oziare tutto il giorno «deve trovare un sistema per mantenere se stesso e non ha diritto ad accedere a risorse pubbliche».
Un tentativo di operare una sintesi tra universalismo e selettività lo dobbiamo a Anthony Atkinson, il pioniere dei moderni studi sulla disuguaglianza scomparso di recente. La mediazione elaborata dallo studioso inglese conservava il carattere universalistico del reddito di cittadinanza, ma lo condizionava a un principio di partecipazione al mercato del lavoro, anche nel senso di lavoro non pagato. «Il participation income – scrive Toso – è da molti considerato il compromesso più onorevole tra i sostenitori del modello di reddito di base puro e chi invece propende per il workfare, ma tuttavia non è esente da aspetti controversi». Tra i quali fa capolino un argomento che in Italia dovremmo considerare con grande attenzione, ovvero la necessità di creazione di un sistema di gestione molto complesso e costoso sul piano amministrativo e per di più foriero di applicazioni distorte e/ o di abusi.
L’autore chiude riportandoci all’Italia dell’anno di grazia 2017 e ci fornisce un tentativo di simulazione del costo di un provvedimento di basic income. Limitandosi a calcolare un esborso di 400 euro al mese pro capite per i residenti in Italia la spesa annua per le casse dello Stato, secondo Toso, può arrivare alla cifra monstre di 300 miliardi di euro, un ammontare che solo in minima parte potrebbe essere mitigato dall’assorbimento degli attuali trasferimenti ai cittadini indigenti e che resterebbe quindi da finanziare con maggiori imposte e con il conseguente aumento della pressione fiscale.