Corriere della Sera, 19 febbraio 2017
In morte di Squitieri
«È stato l’unico amore della mia vita: fui io a sceglierlo»: così Claudia Cardinale ricorda per il Corriere Pasquale Squitieri, il regista scomparso, ieri, a 78 anni. «Abbiamo sempre continuato a essere amici, uniti, ci sentivamo spesso. Anche il giorno prima che morisse», racconta l’attrice.
«È stato l’unico amore della mia vita». Claudia Cardinale, la voce calda, suadente, risponde al telefono dalla sua casa a Parigi. «Con Pasquale abbiamo sempre continuato a essere amici, uniti, ci sentivamo spesso. Anche ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr ) ci siamo parlati al telefono e mi sembrava che stesse un po’ meglio. Domani (oggi) vado a Roma per salutarlo l’ultima volta». Un grande amore, quello tra l’attrice e il regista, iniziato nei primi anni Settanta. «Avevo appena girato, diretta da lui per la prima volta, I guappi. All’inizio non è che tra noi ci fosse una grande simpatia». A quel tempo Claudia era legata a Franco Cristaldi ed era già una stella del cinema. «Pasquale era ruvido, mi urtava e mi attraeva fortemente, mi prendeva dentro». E fu galeotto quel sentirsi «presa dentro»: «Lui si trovava a New York per lavoro ed era circondato da tante belle donne. Non avevo il suo numero, ma conoscevo un artista che si trovava con lui in quel momento. Lo chiamai e l’artista mi rispose dicendo “te lo passo, è seduto accanto a me”. Poi presi l’aereo e lo raggiunsi. Pasquale mi venne a prendere all’aeroporto e, accogliendomi, esclamò “Sei venuta a cercarmi!”. Era vero, sono stata io a sceglierlo come uomo della mia vita». Comincia una bella storia, non solo d’amore, durata quasi trent’anni e a tratti burrascosa: «Ho girato con lui dieci film. Poi abbiamo avuto una figlia insieme che proprio lui ha voluto chiamare come me, Claudia, e sapete perché? Non volevo sposarmi, quindi non avrei mai acquisito il suo cognome, sarebbe stata la figlia Claudia a chiamarsi Squitieri, come se mi fossi sposata io». Una storia importante nella vita e sul set: «Non è stato facile conciliare le due cose, ma era eccitante. Lui era molto esigente, ma mi ha sempre lasciato libera. I suoi film erano impegnati nei contenuti, a volte pesanti nelle denunce, ma io gli sono stata sempre a fianco». Squitieri era un personaggio scomodo. «Molto scomodo per alcuni – conferma Claudia – ma con me no. Le sue prese di posizione hanno dato fastidio a tanti. Era uno che non si allineava e l’ha pagata cara. Recentemente gli avevano tolto tutto». Si riferisce al vitalizio dei duemila euro al mese? «Certo. Non aveva più neanche i soldi per curarsi». Insieme non solo sul set, anche in palcoscenico. Quindici anni fa il regista diresse Cardinale in Come tu mi vuoi di Pirandello: «L’ultimo bel lavoro che ho fatto con lui. Ho sempre avuto rispetto e timore per il palcoscenico. Pasquale mi faceva sentire sicura». Ma perché è finita una storia tanto importante? «Io volevo vivere a Parigi: in Italia non avevo pace con i paparazzi. Lui ha vissuto lì per un po’, ma poi...».
Emilia Costantini
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È morto arrabbiato, dimenticato, umiliato e senza mutua, Pasquale Squitieri. Autore di successi come I guappi, Il prefetto di ferro, Corleone, Claretta, fu una presenza scomoda ovunque si proponesse, prima estrema sinistra poi estrema destra, il regista sceneggiatore (e politico) nato a Napoli il 27 novembre 1938, è scomparso ieri mattina in un ospedale di Roma, dove era ricoverato per il tumore ai polmoni mai debellato, summa di migliaia di pacchetti di sigarette voracemente consumati sul set di oltre venti film alcuni dei quali boicottati dal potere nelle sue varie forme.
Se ne è andato curato dal fratello e la seconda moglie, l’attrice Ottavia Fusco, sposata nel 2014: della prima si vantava fosse minorenne e poi ci fu la lunga love story con Claudia Cardinale (che per lui lasciò Cristaldi, il produttore che l’aveva lanciata) iniziata sul set dei Guappi, 1974, finita nel 1999 quando l’attrice, da cui ebbe un’amata figlia, pur mantenendo rapporti cordiali, si trasferì a Parigi.
Duro e proletario di lineamenti, Squitieri era privo di freni inibitori (famosa una lite furiosa con Giovanni Agnelli) felice di suscitar polemiche, con un super io che era il logo del suo cinema d’azione. Gli piaceva fare a pugni con la realtà, tentando di raddrizzarla e comunque di farla conoscere, come insegnava il neo realismo.
Era, in questo, allineato col cinema di sinistra di denuncia, che lo vide sempre come un corpo estraneo; infatti il primo tempo di Squitieri lo vede a fianco di Lotta Continua e sottoscrive una lettera pro Pinelli, ma nel secondo cambia corsia, diventa senatore di An, poi tenta senza successo la fortuna col Popolo delle libertà, passa coi radicali, finisce alla grande insultando Borghezio e la Lega. Ma quando viene fuori una condanna per peculato mentre lavorava da giovane al Banco di Napoli, non gli fanno sconti: 5 mesi di carcere e revoca del vitalizio, oltre all’affronto personale mentre stava partendo in aereo.
Dopo essere stato assistente di diritto penale e giornalista ( Paese Sera ), il debutto sul set avviene con Io e Dio nel 69, e il titolo la dice lunga. Ed ecco la trafila: sotto falso nome, William Redford, gira due spaghetti western, prima di dedicarsi ai temi scottanti della vita reale: il rapporto tra mafia e politica ( Il prefetto di ferro con un bravo Gemma nei panni del prefetto Mori mandato in Sicilia dal fascismo per combatter la mafia, Corleone ), il problema della droga ( Viaggia, ragazza viaggia…, Atto di dolore ), il terrorismo ( Gli invisibili ), la violenza borghese ( L’arma ) e la cronaca giudiziaria ( Il pentito sulla falsariga del caso Buscetta), morti bianche ( L’avvocato De Gregorio ), la storia ( I guappi e Claretta con Cardinale nei panni di Petacci nel finale di partita fascista), il brigantaggio ( Li chiamavano briganti sul lucano Cocco fu osteggiato nelle sale), l’immigrazione ( Razza selvaggia gli costò i rapporti con la Fiat «raggirata» per avere le riprese, Il colore dell’odio ).
Un carnet di denunce, mai una commedia, con a cuore le ingiustizie endemiche del suo Meridione, degno di maestri come Rosi (di cui era stato aiuto e anche attore), Petri o Damiani con le Piovre. Ma Squitieri era un passionale. E come non si tratteneva con le parole (a Radio 24 parlò scandalosamente di sesso e minorenni), così nelle riprese era sanguigno e popolare, senza mezzi toni, gridava in buona fede, con i carrelli, i dolly, le battute, i primi piani, le sparatorie: con alcuni buoni risultati quando univa il cazzotto al melò ( Camorra ) tenendo a freno l’enfasi e il pressapochismo ideologico che gli bloccava i salotti buoni.
Gli va riconosciuto l’impegno a usare il cinema come clava morale per liberare il Paese dai suoi mali radicati e per denunciare i peccati originali soprattutto del Meridione, anticipando l’era di Gomorra.
Maurizio Porro