Corriere della Sera, 18 febbraio 2017
Fratello Zuckerberg
Il fondatore di Facebook ha scritto un manifesto politico in cui non si candida alla presidenza degli Stati Uniti, ma direttamente a quella dell’umanità. Con buone possibilità di riuscirci. Mark Zuckerberg incarna il volto presentabile della globalizzazione. Ha poco più di trent’anni, uno sguardo mite, un’azienda che offre servizi piacevolmente gratuiti, una vita che è già un film di successo e un distillato di opinioni illuminate, dove si sprecano parole come pace, ambiente, libertà e progresso. Nulla a che vedere con gli avidi banchieri di Wall Street e i frigidi sacerdoti dell’establishment, che il ceto medio ha smesso di votare perché considera responsabili del suo impoverimento.
Tra le macerie della politica, avanza solitario questo giovanotto indecifrabile. Contro i nostalgici dei confini e delle identità locali, sostiene che l’unica via di salvezza consista nell’unirsi per andare oltre i muri e le nazioni. Verrebbe da consegnargli il mondo, se non ci assalisse il sospetto che se lo sia già preso. Facebook sa tutto delle nostre vite e usa le informazioni per rendere sempre più ricco e influente il piccolo imperatore del Bene. Quando in Brasile hanno chiuso una sua società, gli è bastato scrivere un messaggio perché il giorno dopo ventimila persone si accalcassero sotto la sede del governo. I Trump e i Putin fanno paura, ma nella loro prepotenza arcaica e caricaturale ci sembra di conoscerli. Zuckerberg è un tipo di potere nuovo, indefinito, troppo buono per essere vero. Dice di parlare a nome dell’umanità, ma è nostro fratello o il Grande Fratello?