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 2017  febbraio 18 Sabato calendario

La (terza) vita di Tony Blair. Salverà il Regno?

LONDRA La resurrezione? Tony Blair è stato un grande leader. Nel bene e nel male. Nel bene quando ha trascinato i laburisti nel campo del riformismo, fuori dalle secche della demagogia. Nel male quando ha fatto da tappetino a Washington nella guerra in Iraq cedendo alla suggestione di un intervento che è stato anche causa delle distruzioni di oggi e quando si è innamorato di un modernismo incapace di frenare le scorribande finanziarie e bancarie all’origine della crisi economica. Ha prima unito e creato speranze all’indomani della stagione della Lady di ferro Margaret Thatcher, poi ha diviso, cadendo nel lucroso mondo delle consulenze a fior di milioni per governi e regimi di ogni specie. Resta pur sempre un personaggio, per storia e acume, le cui mosse vanno pesate con attenzione.
Il discorsoÈ già capitato di ascoltare suoi sermoni, quasi tutti caduti nel vuoto. Quello di ieri nella sede di Bloomberg segnala qualcosa di nuovo perché dopo tanto tempo di autoproclamata marginalità al dibattito politico con l’insistenza di non volere rientrare nell’arena, Tony Blair mette sul piatto la sua ingombrante e divisiva presenza. Il passaggio è chiaro: «Dobbiamo costruire un movimento che sia trasversale e sappia ideare nuove forme di comunicazione». Pare di capire che il dado sia tratto, a Tony Blair non garba più restare in panchina.
Forse lo aveva in testa da tempo osservando il laburismo targato Jeremy Corbyn navigare lontano mille miglia dal suo New Labour degli anni Novanta, ma la Brexit prossima e ventura gli ha acceso la lampadina. Il divorzio dall’Europa è, nel suo ragionamento, una sciagura che si può e si deve evitare. «Il popolo ha votato senza conoscere che cosa significasse davvero la Brexit, senza conoscerne i termini reali ed è ora suo diritto cambiare opinione. La nostra missione è persuadere a farlo».
Tutto è possibile dire di Tony Blair ma non che gli manchi il coraggio dinanzi a un dato obiettivo, ovvero il 52 per cento dei britannici, la maggioranza, che ha votato per abbandonare l’Unione. Il suo appello agli europeisti di «alzarsi in difesa di ciò in cui crediamo» contiene due obiettivi: il governo che ha nascosto e nasconde le conseguenze della Brexit («andremo a sbattere contro gli scogli») e il suo vecchio partito, «debilitato», che sta agevolando la stessa Brexit.
La strategiaChe si ponesse di traverso ai conservatori del «divorzio» era scontato. Anche in campagna referendaria, Tony Blair ha ripetuto più volte il suo «sì» convinto all’Europa. Che se ne uscisse con un esplicito atto di rottura col laburismo di Corbyn era prevedibile (e non è la prima volta) ma non lo era la rivendicata e pubblica volontà di creare un «movimento trasversale» anti Brexit.
I laburisti sono spaccati, il governo ombra procede a stento fra dimissioni e «licenziamenti» per dissenso e Corbyn, che nella sostanza resta un antieuropeista, ha imposto la linea del «lasciamo fare», nessuna opposizione alla Brexit, gli elettori hanno parlato, prendiamone atto e negoziamo al meglio.
Tony Blair sembra che intenda entrare nelle crepe del partito rinsecchito e dare fiato a qualcosa di nuovo. Forse ritiene che il laburismo sia un’esperienza chiusa. O forse ritiene che vi sia spazio per una nuova rifondazione, così come avvenne alla fine della stagione thatcheriana. La chiama «missione» anti Brexit ma è pure una «missione» anti Corbyn a cui cerca di dare forma e sostanza, non soltanto parole.
I fantasmi delle bugie sulla guerra in Iraq e i fantasmi della «cool Britannia» innamorata delle banche e della City senza freni e controlli sono ancora lì a disturbarlo. Ma Tony Blair è convinto della resurrezione, la sua resurrezione, grazie alla Brexit. Un vero e proprio azzardo.