la Repubblica, 19 febbraio 2017
Eleggete Miss Museo
L’idea è divertente e provocatoria. Quanto più siamo disorientati e confusi, orfani di criteri e parametri, tanto più lievita l’ossessione di stilare graduatorie. Sui giornali, sul web, alla televisione, siamo perseguitati dalle classifiche. Il più bravo, il più venduto, il più cliccato, il più twittato: è il trionfo del grado superlativo della comparazione. Alberghi, ballerini, ristoranti, libri, cantanti, chef. Mostre, articoli, foto. Tutto compete, tutto può essere votato – e perciò valutato, e con la stessa effimera scriteriata leggerezza promosso o distrutto. Perché allora non bandire un concorso di bellezza per quadri, anzi, un Beauty Contest visto che nel mondo globale solo l’inglese sprovincializza?
È questa l’idea dell’artista Paco Cao, asturiano trasferito a New York, i cui progetti “sfidano i confini tra alta e bassa cultura” e i cui lavori si propongono di far interagire “arte, contesto e pubblico”. Non c’è niente di più pop di un concorso di bellezza, niente di più elitario dei ritratti appesi sulle pareti di un museo. Farli selezionare dalla cosiddetta giuria di esperti (tutto lo staff della Galleria Nazionale di Roma, dai curatori ai restauratori, agli assistenti di sala), farli votare ai visitatori, sottraendoli alla loro intangibilità di opere d’arte, come fossero miss o mister che sfilano in passerella, è un’eresia e insieme uno spasso. E anche un atto estetico (Cao in verità la definisce: un’opera d’arte politica). Perché in fondo ti spinge a chiederti cosa vedi davvero in un quadro. E ti fa meditare sul fatto che alla fine può rivelarsi del tutto secondario ciò che dovrebbe costituire l’essenza stessa dell’opera: lo stile, la tecnica d’esecuzione, la tipologia. Il godimento estetico ignora tutto ciò, anche se talvolta lo presume.
I visitatori di Time is Out of Joint hanno scoperto il concorso vagando per le sale. I telespettatori al programma Rai dove Cao lo ha lanciato, per coinvolgere quanti più elettori possibile. Con successo: dal 10 ottobre, l’affluenza alle urne è stata alta. Si vota fino al 27 marzo, giorno della proclamazione dei vincitori. Domani si conosceranno i nomi dei trentasei finalisti (diciotto ritratti maschili, diciotto femminili). Con qualche sorpresa.
Mi permetto di anticipare che tra gli uomini in gara ci sono quattro personaggi che più diversi tra loro non potrebbero essere. Il giardiniere di van Gogh (solo ottavo), il principe Barjatinskij (sesto), l’Apollo di Pietro Galli (quinto) e il celebre Giuseppe Verdi di Boldini, che finora è il più votato. Considerando troppo scontata l’assegnazione della palma al dio che è di per sé sinonimo di bellezza, nonostante la mia simpatia per il lavoratore manuale, e per il sommo musicista, spenderei qualche sguardo per il ventiduenne Aleksandr Ivanovic (dipinto da Horace Vernet nel 1837). Il biondo principe dai baffetti malinconici, seduto con le gambe accavallate su sfondo tenebroso, sembra in romantica attesa, il che lo predispone a far coppia con la sua affascinante compagna di gara. Perché, tra le donne, il concorso dovrebbe essere meno incerto. Come Paride non esitò ad assegnare a Venere il pomo della discordia, la più bella della Galleria, la bella tra le belle, e la più votata, è indiscutibilmente la modella di Sogni, dipinta da Vittorio Corcos. Del resto porta il nome ominoso di Elena.
Se ne sta seduta su una panchina, pure lei, come il principe, con le gambe accavallate – postura che per una donna, all’epoca in cui fu dipinta, veniva considerata sconveniente. Senza cappello, coi capelli arruffati e le palpebre stanche, guarda dritto verso di noi. Ma non ci vede perché, come recita il titolo, sogna. È una ragazza di ventitré anni, sicura di sé, moderna, consapevole. Una lettrice di romanzi francesi – ben tre, impilati sulla panchina, unico squillo di colore in un quadro giocato su toni tenui. Ma è anche una musa pensierosa – perché posa classicamente da Polymnia, la mano a sorreggere il mento. E un’amante. A terra infatti sono sparsi i resti di una rosa. Quei petali gualciti riscattano il trito simbolismo della rosa/sesso femminile. Il nome del pittore che l’ha dipinta – Vittorio Corcos – non suscita grandissimi ricordi. (Del resto Sogni è il suo capolavoro, insieme a un altro ritratto che non vincerebbe nessun concorso di bellezza, essendo l’effigiato uno scrittore argutissimo ma di rara bruttezza: Yorick). Non è griffata Boldini, Rossetti, De Chirico o Modigliani, insomma. E il quadro non può vantare l’effetto metafisico della Ragazza di Cagnaccio di san Pietro (sedicesimo posto), il virtuosismo supremo della Donna in bianco di Van Dongen (quindicesimo), il cui abito niveo illumina da solo la stanza che la ospita. La modella non è famosa come Palma Bucarelli dipinta da Savinio (tredicesimo), o Hanka Zborowska, la moglie del mercante di Modigliani, che entra per un pelo tra le diciotto finaliste, all’ultimo posto. Sua madre era contessa, ma nel quadro ha per emblema un parasole. Si chiamava Elena Vecchi, ed era figlia di uno scrittore di storie di mare che si faceva chiamare Jack La Bolina. Nessuno sa più chi fosse, e pochi lo sapevano allora.
Eppure, fin da quando il quadro viene esposto la prima volta, alla Festa dell’Arte e dei Fiori, nella Firenze bizantina del 1896, si innamorano tutti di lei. Gli uomini, intrigati dalla natura misteriosamente erotica dei suoi sogni. Le donne, perché si riconoscono, o vorrebbero riconoscersi, nella sua indipendenza, nella sua fierezza, nella sua libertà. Votatela: i vincitori del concorso diventano testimonial della Galleria Nazionale. Così Elena tornerà a mostrarsi nelle auguste sale e ci resterà.