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 2017  febbraio 19 Domenica calendario

Il grande inganno sul bronzo del Pantheon

L’abside è nel mistero raccolta. / Un’ombra rossastra / Occupa il vano. Al fondo, luce il metallo, enorme. / Sorgono scintillando per l’ombra le quattro colonne / che nel pagano bronzo torse il Bernini a spire. Anche per il D’Annunzio delle Elegie romane (1892) il colossale Baldacchino (1624-1635) di Bernini che appare in fondo alla navata di San Pietro era stato fuso in un bronzo pagano, quello ricavato dalle antiche carpenterie metalliche che Urbano VIII Barberini aveva sottratto al soffitto del portico del Pantheon.
Così diceva la tradizione, così hanno sempre confermato gli studi: ma le ricerche di una delle migliori specialiste del Seicento romano – la storica dell’arte americana Louise Rice, che insegna alla New York University – hanno dimostrato non solo che le cose andarono diversamente, ma che questa versione dei fatti fu appositamente confezionata dalla propaganda papale. Si trattò, insomma, di una falsa notizia costruita ad arte: di un precoce caso di storytelling applicato al governo del patrimonio culturale.
Oggi il Pantheon è di nuovo al centro di una battaglia di narrazioni contrapposte, anche se la polemica è assai più modesta. Solo pochi giorni fa una nota del Vicariato di Roma ha ricordato che è proibito far pagare il biglietto nelle chiese della Città Eterna, ma ha poi aggiunto ( con logica non impeccabile) che per il Pantheon si può fare un’eccezione, purché il prezzo sia basso ( al massimo tre euro ). Era stato il ministro Dario Franceschini a proporre una forma di pagamento, assicurando che sarebbe servito a mantenere il monumento. Ne è nata una discussione, anche sulle colonne di questo giornale, sull’opportunità e sulla necessità di fare cassa sull’ingresso di un luogo di culto da sempre gratuito: il sospetto è che quei soldi servano a colmare il buco creato dalla separazione del Colosseo, destinato a tornare location di eventi spettacolari, dal resto del patrimonio romano.
Anche quattrocento anni fa la polemica riguardava un metallo: non quello degli euro, ma quello delle antiche carpenterie bronzee del monumento. Ma in fondo sempre di cassa si trattava. Ecco come è nata la grande bugia di papa Urbano VIII.
È l’agosto del 1625 quando a Roma si diffonde la voce che il papa stava per smantellare le giunture bronzee delle travi del Pantheon per fare pezzi d’artiglieria per Castel Sant’Angelo. Quando, all’inizio di ottobre, lo smontaggio iniziò davvero, il popolo – scrive un testimone oculare – andava curiosamente a vedere disfare una tanta opera, e non poteva far di meno non sentir dispiacere, e dolersi che una sì bella antichità, che sola era rimasta intatta dalle offese de’ barbari e poteva dirsi opera veramente eterna, fosse ora disfatta. La questione non era solo culturale, perché la custodia dei grandi monumenti antichi era prerogativa simbolica di ciò che restava delle autorità municipali, cioè del Popolo Romano ( è la lunghissima tradizione che spiega l’attuale esistenza di una Soprintendenza capitolina, che si affianca a quella statale): perciò, saccheggiando il monumento simbolo dell’identità di Roma, Urbano VIII umiliava la dignità civica dei romani.
La protesta iniziò a serpeggiare, nei limiti in cui poteva succedere in tempi di potere assoluto. Un appello, che circolava manoscritto, rinfacciava direttamente al papa che a molti buoni e pii è doluto grandissimamente che quel santissimo tempio… l’abbi Vostra Beatitudine rovinato e disimbellito per convertire quei metalli in artiglieria. Conciosiacosaché non ebbero principio con quei metalli le ricchezze della Chiesa, né l’autorità de’ papi con la forza delle armi, e dell’artiglierie. Immancabilmente, la fronda imboccò la strada dell’ironia, e così nacque la pasquinata più famosa di tutti i tempi: Quel che non fecero i barbari, han fatto i Barberini. Una battuta così fortunata da circolare anche in ambienti vicinissimi al papa, finendo con l’essere attribuita al suo medico, il coltissimo amatore d’arte Giulio Mancini.
Urbano VIII tirò diritto, e qualcosa come centosessanta tonnellate di bronzo lasciarono il Pantheon per dirigersi verso le fonderie papali: l’equivalente di quattro autotreni di oggi. Ma papa Barberini era troppo avveduto per non preoccuparsi di conquistare l’opinione pubblica: e così, due settimane dopo l’apparire della pasquinata, ebbe la luciferina idea di annunciare che quel bronzo non sarebbe servito solo ai cannoni, ma anche (anzi, soprattutto) alla meravigliosa copertura della tomba di san Pietro che il suo Gian Lorenzo Bernini stava progettando. Questa pia versione fu affidata agli estensori dei quotidiani avvisi di Roma, fu fatta divulgare dalla diplomazia pontificia e venne addirittura scolpita nel marmo della grande epigrafe che Urbano fece apporre nel portico del Pantheon. La grande abilità fu non negare che una parte del bronzo sarebbe servito ai cannoni (“bellica tormenta”). Probabilmente era impossibile cancellare l’evidenza. Ma l’aggiunta della destinazione – indimostrabile – del prezioso metallo per le “vaticana columnas” fu il vero colpo genio: una vera operazione di spin ante- litteram, degna del migliore manipolatore della comunicazione moderno, che bastò ad abbagliare le folle e sedare il malcontento. La macchina della propaganda girò a dovere: e se oggi leggete la voce di wikipedia sul Baldacchino e sul Pantheon ne potete constatare l’incredibile efficacia.
Ma si trattava di una falsa notizia: le carte dell’Archivio della Fabbrica di San Pietro attestano che il 98,2 per cento del bronzo ( tutte le travi) finì in cannoni, e che solo l’1,8 per cento (probabilmente solo i chiodi) fu consegnato a Bernini. Non solo: quest’ultimo, poco dopo, lo riconsegnò intatto. Probabilmente Gian Lorenzo non volle includerlo nella fusione perché ne ignorava la lega ( si favoleggiava che essa comprendesse oro e argento), mentre aveva bisogno di controllare con la massima esattezza le proporzioni dei metalli che avrebbero dato forma alle sue audaci colonne tortili. D’altra parte, non gli mancavano né il rame (in gran parte ricavato dalla copertura della cupola di San Pietro), né lo stagno, appositamente ordinato alle miniere della Cornovaglia ( e arrivato a Livorno, perché – capolavoro di gesuitica ipocrisia – nel porto papale di Civitavecchia non potevano sbarcare le eretiche navi inglesi). La verità è che nemmeno un’oncia del bronzo sottratto al Pantheon vive ancora nel Baldacchino di Bernini: andò tutto perduto in strumenti di morte.