Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Irlanda, fuga dalla Brexit

DUBLINO L’uomo dai capelli bianchi estrae di tasca un fazzoletto e lucida le immagini che adornano il memoriale. “John, Brian e Anthony Reavey, 24, 22 e 17 anni, massacrati in questa casa dai paramilitari unionisti, 5 gennaio 1976”, recita una scritta incisa sul marmo. «Erano i miei fratelli», dice Eugene, interrompendo la meticolosa pulizia del monumento. «Dovevo essere anch’io qui con loro, ma la mamma mi portò in visita a uno zio, salvandomi la vita».
Una strada di campagna solca terreni verdi di pioggia e odorosi di letame. La località dell’eccidio si chiama Whitecross. È nell’Irlanda del Nord rimasta in mano alla Gran Bretagna quando cent’anni fa l’Irlanda conquistò l’indipendenza al prezzo di dividere in due l’isola. Il confine con la repubblica irlandese si trova a una manciata di chilometri. Quella notte gli unionisti fedeli a Londra assassinarono i fratelli Reavey per il solo fatto che erano cattolici, dunque sospettati di simpatie per l’Ira, l’Irish Republican Army, l’esercito clandestino repubblicano che lottava per ricongiungere nord e sud. Il giorno dopo, nella stessa zona, una cellula dell’Ira fermò un bus carico di giovani protestanti e ne uccise dieci per rappresaglia. «Fui accusato di avere orchestrato la vendetta, ma in seguito una commissione d’inchiesta ha stabilito la mia estraneità», racconta Eugene davanti al memoriale dei fratelli. «Le vittime delle due parti si conoscevano. Giocavano a calcio nel campo del villaggio. Così doveva essere e così ci siamo riabituati a vivere negli ultimi due decenni di pace. Ma adesso, a causa della Brexit, questa rischia di ridiventare una frontiera di guerra. E invece che affrontarsi a pallone, cattolici e protestanti riprenderanno a spararsi».
Cinquanta chilometri più a sud, a Dundalk, nella repubblica d’Irlanda, un’ex-caserma restaurata ospita la Intact Software, piccola impresa digitale diventata di medie dimensioni un anno fa con l’acquisizione di una società nord-irlandese. La fusione ha portato più business e raddoppiato la forza lavoro. «Pensavamo di avere un grande futuro, invece ci troviamo a rimirare gli orrori del passato», commenta l’amministratore delegato Justin Lawless. «Eravamo fiduciosi che, nel referendum del giugno 2016, la Gran Bretagna avrebbe votato per rimanere nell’Ue. Invece ha votato per uscirne e i nostri clienti, nell’incertezza di cosa accadrà, non investono più».
Quasi vent’anni fa, gli accordi di pace della Pasqua 1998, mediati dai governi di Londra e Dublino con il sostegno della Ue, misero fine al conflitto che aveva insanguinato l’Irlanda del Nord nei tre decenni precedenti facendo oltre tremila morti. Cardine della pace è stata la scomparsa del confine fra Irlanda del Nord britannica e repubblica d’Irlanda. Quella che fino al ’98 era una linea di 300 chilometri di filo spinato, torrette, controlli di merci e persone, è oggi una barriera invisibile: ci si accorge di passare dall’una all’altra parte dell’isola soltanto perché a un certo punto le distanze sui cartelli dell’autostrada sono segnate in miglia (contee britanniche) anziché in chilometri (contee irlandesi). La Brexit minaccia di far risorgere una dogana.
«E io cosa dico alle mie mucche?», si domanda, ottanta chilometri a nord-est, Gabriel D’Arcy, amministratore delegato della LacPatrick, maggiore azienda irlandese di latte, burro, formaggi. L’anno scorso la sua società ha completato la fusione con una ditta in Irlanda del Nord. La nuova impresa ha stabilimenti, fattorie e bovini in entrambe le parti dell’isola. In certi punti, il confine invisibile attraversa i campi in cui pascolano le mandrie, ignare di vagare tra due Irlande. «Il fatto che Irlanda e Irlanda del Nord fossero entrambe dentro l’Ue ci ha dato l’impressione che l’isola fosse già riunificata», osserva D’Arcy. «E un’economia unitaria ha normalizzato le tensioni politiche. Ora la Brexit risveglia la memoria dei torti subiti e la voglia di saldare i conti».
A Dublino, nell’“All-Island Civic Dialogue”, un forum per discutere il dopo-Brexit nell’isola, il primo ministro Enda Kenny indica le richieste del suo governo: «Abbiamo avuto la lotta per l’indipendenza, la trasformazione da economia rurale a boom economico, la storica riconciliazione in Irlanda del Nord. Per mantenere i progressi serve uno status speciale anche dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Non possiamo tornare a dividerci, non può ritornare un confine. Regno Unito e Ue dovranno riconoscere i pericoli che incombono sull’Irlanda intera».
La strada che porta a Whitecross era “la più pericolosa d’Europa” al tempo dei Troubles, com’è chiamata l’epoca della guerra civile fra cattolici e protestanti. «Se risorgerà il confine, i Troubles torneranno», predice Eugene Reavey accanto al memoriale del massacro della sua famiglia. «La Gran Bretagna metterà una dogana, gli indipendentisti la attaccheranno, allora Londra rimetterà l’esercito lungo la frontiera e questo moltiplicherà gli attacchi. Sarebbe come se le due Germanie ricostruissero il muro». Intanto ricomincia a piovere. Con il fazzoletto, l’uomo dai capelli bianchi asciuga ostinatamente le immagini dei fratelli. Le gocce cadute dal cielo scivolano sulle foto sbiadite dei tre giovani assassinati, come lacrime.