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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Trump, i trenta giorni che sconvolsero l’America

NEW YORK «La mia vita è una campagna elettorale!». Donald Trump lo rivendica con orgoglio parlando ai giornalisti sull’Air Force One. Nel weekend ha celebrato il primo mese di governo tornando a fare quello che gli riesce meglio: comizi. Più qualche partita di golf con i ricchi clienti del suo club a Mar-a-Lago (Florida), che pagano 200.000 dollari per il privilegio di avvicinarlo. L’altra America ha “investito” il weekend in manifestazioni di protesta: continuano oggi, nella festività del President Day, ribattezzata a New York e in altre città Not My President Day.
Trenta giorni alla Casa Bianca: solo? Sembrano cento o mille, dall’attivismo sfrenato. O dal caos disseminato in patria e all’estero. 24 ordini esecutivi. Quattro visite di leader stranieri. Un record di follower su Twitter, 25 milioni. Un minimo storico nei sondaggi per un presidente appena eletto, 39% dei consensi. La settimana scorsa si è conclusa su una conferenza stampa ai limiti della sanità mentale, un susseguirsi di raptus aggressivi verso i reporter; con un National Security Council (cabina di regìa della politica estera, militare, anti-terrorismo) allo sbando per le dimissioni da Putin-connection. La stessa settimana si può descrivere come un film molto diverso. L’abbraccio entusiasta degli operai della Boeing nello stabilimento del South Carolina che il presidente ha visitato, prima tappa dei comizi da “rielezione nel 2020” (!). Un pezzetto di quell’altra America che crede nelle sue promesse; che dopo il voto dell’8 novembre ha ripreso a sintonizzarsi solo su Espn (tv di sport 24 ore su 24), occasionalmente sente un anchorman radiofonico delle chiese evangeliche o un commentatore della Fox News tuonare contro la sinistra sabotatrice, “lasciatelo lavorare”. Il New York Times celebra 20 milioni di lettori, record storico, tuttavia sono un decimo dei votanti e sono meno dei follower di Trump su Twitter, che si abbeverano alla fonte della “realtà alternativa”.
Gli insuccessi da incompetenza e presunzione si possono leggere come altrettanti messaggi per rassicurare la sua base: faccio quel che ho promesso, non sono un politico come gli altri, tengo duro e vado avanti, giudici e stampa mi boicottano ma voi sapete il perché, quelli sono l’establishment.
Sull’immigrazione: Muro col Messico, da far pagare ai vicini del Sud. È solo effetto-annuncio. Retate di stranieri senza documenti di residenza: piccoli numeri, dell’ordine delle centinaia, lui li rivendica come una svolta ma sono nella media di quel che avveniva sotto Obama. Il piano poi smentito sull’uso della Guardia nazionale dà il senso di una frustrazione sul dossier cruciale.
Sulla sicurezza anti-terrorismo. Fiasco sul decreto che bloccava gli ingressi da 7 Paesi “a rischio”, bloccato dai tribunali. Oggi lui ne firma una versione riveduta e corretta.
Sul lavoro Trump elenca successi nel convincere multinazionali americane a spostare dal Messico agli Stati Uniti i prossimi stabilimenti (Carrier, Ford, Fiat Chrysler, Walmart, Intel). Sono poche migliaia di posti ma lui ne fa un uso sapiente nella comunicazione: come primo passo di una re-industrializzazione che sarà accelerata quando il Congresso gli passerà i suoi sgravi fiscali. Sempre in favore dell’occupazione, ha varato per ordine esecutivo una deregulation a favore delle aziende. Sul commercio estero ha bloccato il trattato di libero scambio con l’Asia-Pacifico in nome del nuovo nazionalismo economico.
Sull’ambiente ha segnato la netta inversione di tendenza rispetto a Obama autorizzando i due oleodotti XL Keystone e Dakota. Con la nomina del lobbista Pruitt all’Epa inizia lo smantellamento dell’authority per l’ambiente. Felici i petrolieri ma anche un pezzo di classe operaia convinta che l’ambientalismo distrugge posti di lavoro. Sulla Corte suprema ha designato Gorsuch per il seggio vacante, ha soddisfatto la destra religiosa con un giudice ultraconservatore e anti- abortista. Deve ancora passare al vaglio del Senato ma la maggioranza repubblicana farà quadrato per blindare la Corte e riunire i sotto il suo controllo tre rami del potere.
Sulle tasse ha promesso riduzioni poderose a famiglie e imprese ma il suo potere è solo di suggerimento. La riforma fiscale spetta al Congresso. La maggioranza repubblicana è d’accordo per un robusta riduzione della pressione fiscale, i dettagli però sono complicati, soprattutto se non si vuole far esplodere il deficit pubblico. Ha promesso di eliminare la riforma sanitaria del suo predecessore, ma essendo una legge votata dal Congresso solo il Congresso può disfarla e sostituirla con un’altra. Cantiere complesso quanto la riforma fiscale, per i poteri forti con interessi conflittuali (Big Pharma contro assicurazioni). A Wall Street, che lo celebra con nuovi record, regala la retromarcia rispetto alle nuove regole imposte da Obama sulla finanza. La politica estera è il punto più debole, qui regna la cacofonia. Ma per i suoi elettori, il resto del mondo non è una priorità.