Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Il pupillo di Kohl dalle mille vite allo scontro finale con Berlino

BRUXELLES «Ciao, dittatore». Così il presidente della Commissione è solito salutare ironicamente il premier ungherese Viktor Orbán, esponente dell’ultradestra antieuropea accusato di tendenze autoritarie e antidemocratiche. Per gli altri capi di governo sono baci, abbracci, pacche sulle spalle e battutacce.
Al belga Charles Michel, calvo, somministra anche un bacetto sulla pelata. È fatto così, Jean-Claude Juncker. Lussemburghese, democristiano, sessantun anni portati male di cui più di trenta passati al governo del suo Paese e nelle massime istituzioni finanziarie, dal Fondo monetario alla Bers alla presidenza dell’Eurogruppo. Occhiali spessi, studi umanistici dai preti che gli permettono di parlare correntemente in latino, un titolo di avvocato che non ha mai utilizzato. Avrebbe tutto per essere un uomo grigio. Il perfetto prototipo del burocrate conformista e senz’anima che i suoi nemici (e sono molti) vorrebbero dipingere quando parlano del suo ruolo alla guida della Commissione. La realtà però è molto diversa. E l’impennata che sta meditando in queste ore lo dimostra. Perchè Juncker non è soltanto l’unico politico ancora in circolazione che fosse seduto con Kohl, Andreotti e Mitterrand al tavolo in cui si negoziava il Trattato di Maastricht nel ‘90. É anche uno dei leader più imprevedibili, intelligenti, anticonformisti e irrituali che ci offra oggi la paletta, quella sì piuttosto grigia e deprimente, degli statisti europei. Il tutto, per di più, condito da un bruttissimo carattere e da una linguaccia che non sa, o non vuole, tenere a freno. Nato nel ’54 in una famiglia modesta, Juncker è entrato nel governo del Lussemburgo a ventotto anni, nell’82. Ci resterà per trent’anni, ricoprendo a lungo la carica di primo ministro, mantenendo anche il portafoglio di ministro delle Finanze e garantendo al principato uno sviluppo economico che non ha confronti in Europa. È in quel periodo che il Lussemburgo rafforza la sua immagine di paradiso finanziario, capace di attrarre risparmi, capitali, investimenti e imprese. Oggi quella sua politica di spregiudicata concorrenza fiscale gli viene giustamente rimproverata. Ma ai tempi era prassi comune e garantì il passaggio dell’economia del Paese dalla monocultura dell’acciaio a quella di un terziario avanzato e post-industriale. E comunque nessuno ha mai potuto insinuare che lui si sia messo in tasca una benchè minima parte dei miliardi che ha fatto arrivare nelle banche lussemburghesi. Costretto alle dimissioni da primo ministro nel 2013 per uno scandalo legato alle deviazioni dei servizi segreti del principato, Juncker sembra un uomo distrutto. È depresso. Gran bevitore lo è sempre stato, ma ora lo accusano di aver ricominciato ad esagerare. Si parla di lui come di uno dei tanti politici destinato ad un tramonto neppure tanto glorioso. E invece, un anno dopo, risorge. Con l’appoggio di Silvio Berlusconi e Angela Merkel, batte il francese Barnier alle “primarie” del Ppe e ne diventa il candidato di punta per la presidenza della Commissione alle elezioni europee, contro il socialista Martin Schulz. Il Ppe supera il Pse, e Juncker diventa il primo presidente eletto, sia pure indirettamente, dal popolo e non cooptato dai capi di governo. Del resto l’Europa è sempre stata l’orizzonte entro ha costruito la sua carriera politica. Pupillo di Helmut Kohl, già candidato alla presidenza della Commissione nel 2004 ma bloccato dal veto britannico perchè troppo federalista, Juncker come decano dei primi ministri europei è stato il mediatore di tutti i principali accordi e il pompiere di tutte le principali crisi della Ue. Già presente a Maastricht, è stato uno dei registi del Trattato di Nizza e poi di quello di Lisbona dopo il fallimento della costituzione europea. Dal 2005 al 2013 è stato presidente dell’Eurogruppo, dovendo confrontarsi con la crisi finanziaria prima e poi con quella dei debiti sovrani. Quando ha preso la guida dell’esecutivo comunitario ha definito la sua «la Commissione dell’ultima chance». Ma il tentativo di trasformare il collegio dei commissari in un organismo politico lo ha portato spesso ad urtarsi con i capi di governo che contano, a cominciare proprio da Angela Merkel. Ha reso più flessibile il Patto di stabilità, facendo infuriare i tedeschi. Ha cercato di imporre una redistribuzione dei rifugiati, suscitando la rivolta dell’Est europeo. Ha varato un piano di investimenti finanziati dall’Europa di cui l’Italia è stata la massima beneficiaria. È riuscito a tenere la Grecia nell’euro. Ma ha subito lo smacco della Brexit, che ha vissuto come una sconfitta personale. Ora l’idea della Cancelliera di una Europa a più velocità rischia di rendere ancora più irrilevante il ruolo della Commissione, e più centrale quello dei governi. Nella sua ultima intervista ad una radio tedesca, è apparso molto pessimista. «Tutti dicono che l’arrivo di Trump e l’uscita degli inglesi sono una grande opportunità, ma io tempo che acuiscano le nostre divisioni»ha spiegato. «L’Unione evolve in direzioni diverse a seconda dei Paesi, direzioni difficilmente compatibili tra di loro». Sembra quasi un testamento. Ma potrebbe essere anche l’annuncio di un ennesimo colpo di coda.