la Repubblica, 20 febbraio 2017
C’eravamo poco amati
ROMA «Le radici le sentiamo tutti noi e sono quello che fa forte l’albero. A condizioni che gli alberi e le radici si mischino e la linfa vitale della pianta nuova possa circolare liberamente». Così parlava Walter Veltroni, nel 2008, ad un anno dalla faticosa nascita del Pd, nella cornice rutilante di luci della fiera di Milano. Fu allora che le due culture riformiste del Paese, quella laica di sinistra, e quella del cattolicesimo democratico, si unirono ufficialmente per creare «una grande forza riformista di massa». Dieci anni dopo, il Pd, così come l’abbiamo conosciuto noi sfogliando l’album di famiglia, incassa una botta tremenda, muore per scissione. Vivrà forse un’altra vita ma non sarà mai più lo stesso.
Nato male, nato forse troppo tardi. «Il Pd avrebbe dovuto vedere la luce dieci anni fa», diceva Veltroni nel 2008. Ma non fu così facile l’avvio del progetto. Ne sa qualcosa Romano Prodi che lanciò il verbo ulivista nell’inverno del 1995, in serena solitudine. Solo 12 anni dopo, nel 2007, i Ds e la Margherita fanno il grande passo: rinunciano ai propri perimetri politici, al loro mondo consolidato. Si sciolgono, non senza patemi, si contaminano l’un l’altro, intenzionati a dar vita alla nuova creatura.
Gli alberi e le radici si mischiano. Comincia una storia diversa, originale, che costringerà la destra ad una affannata rincorsa. Immagini ormai sbiadite di entusiasmo, di energia. Il percorso del Pd inizia di fatto al Lingotto di Torino tra schermi al quarzo e la musica dei Procol Harum. 2007. Fusione allegra, non la scissione di ieri. Un momento di passione calda non «la passione triste» di oggi raccontata dal libro di Miguel Benasayag e Gerard Schmit. Il Pd di dieci anni fa è gioioso e ambizioso: vuol offrire agli italiani «un sogno», diventare «una forza di sinistra capace di pensarsi oltre le colonne d’Ercole di una funzione minoritaria». Èmai stato tutto questo? Oppure, come dice Massimo D’Alema, certo non per valutazione super partes, si è rivelato soprattutto «un amalgama mal riuscito»?
Almeno all’inizio, circola molta speranza. Nell’ottobre del 2007, all’atto costitutivo del partito, primo segretario Veltroni, l’orizzonte dichiarato è alto: «Siamo il partito della vita reale, dei cittadini, il partito che bandisce l’odio per l’avversario, che «punta alla crescita, al lavoro, alla giustizia sociale» e mette in cantina «la vecchia valigia con gli utensili del ‘900». No, non è andata proprio come i fondatori sognavano. È stata, da allora, da subito, una storia piena di ostacoli, sconfitte, incomprensioni interne, vendette a freddo, spifferi e correnti. Nel 2008, la prima botta: battuti alle Politiche da Silvio Berlusconi, l’avversario che, durante la campagna elettorale, non viene nominato mai. Non basta per vincere l’appello al voto utile, mirato a tagliare l’ala estrema bertinottiana. Un anno dopo, sconfitta amministrativa in Sardegna. Veltroni lascia, è finita. Non andrà in Africa ma farà altro, libri, film, televisione. Già segnali di un percorso tormentato. Seguono l’intermezzo di Franceschini, la segreteria Bersani. E il primo addio illustre, quello di Francesco Rutelli, fondatore della Margherita. Le radici, secondo lui, non hanno attecchito, la linfa non si è mescolata, o meglio è più rossa che verde. Spiega: «Vado via subito, con dolore. Il Pd non è mai nato. Anziché creare un pensiero originale, si oscilla tra babele culturale e voglia di mettere all’angolo chi dissente. Non c’è un partito nuovo, ma il ceppo del Pds con molti indipendenti di centrosinistra». Pd-post Pci lo chiama.
L’impianto scricchiola, le correnti prosperano, ognuno tende a coltivarsi il proprio gruppo in una spirale di autoreferenzialità che porterà dritta all’esito mesto di ieri. Il colpo vero, il colpo dal quale il partito non si riprende, arriva nel 2013, Bersani ammette: «Ho non vinto le elezioni». Il giaguaro Berlusconi non viene smacchiato, e 101 franchi tiratori, protetti dal voto segreto, accoltellano Prodi, (candidato alla presidenza della Repubblica alternativo a D’Alema). Una brutta storia, che lascia sospetti e veleni, rancori e divisioni. Il flop di Franco Marini poi la convergenza sulla candidatura di Romano Prodi e l’annuncio di Bersani ai grandi elettori del partito: «Siamo tutti con Romano!». Applausi a scena aperta, acclamazione senza voto. Ma in 101 tradiscono. Il fondatore dell’Ulivo viene giubilato.
Una ferita che non si rimargina, che lascia tracce profonde. Il resto è storia più recente: le dimissioni di Bersani, il governo delle larghe intese con Enrico Letta, lo «stai sereno» di Renzi che liquida il collega e scala il potere. Anche, nel mezzo, il bilancio positivo di cose fatte, l’affermarsi di una nuova classe dirigente necessaria al cambiamento e tuttavia proposta brutalmente all’insegna della rottamazione. Renziani, bersaniani, dalemiani, franceschiniani, giovani turchi. Il corpaccione del Pd è attraversato da spinte uguali e contrarie, dall’individualismo, dall’incomunicabilità interna, dagli insulti, dagli aut aut. O con noi o contro di noi. La pesante sconfitta al referendum, con il partito che si divide tra Sì e No, senza una linea unitaria, porta all’implosione. La bandiera di dieci anni fa ieri è stata ammainata.