Corriere della Sera, 20 febbraio 2017
Lo spazio da costruire per la scommessa di Macron
Lo spirito del tempo volge dunque al «rovesciamento totale», al dégagisme, la nuova ideologia che invita a cacciare chi è potente promossa da Jean-Luc Mélenchon; e allo slittamento progressivo da una perenne richiesta di autorità verso un’aspirazione all’autoritarismo (stando all’ultima indagine del Centro di ricerche politiche di Sciences Po), nella forma, tradizionale e a un tempo rielaborata, della ricerca di un «uomo della provvidenza».
L’uscita del saggio Napoléon et de Gaulle (Perrin 2017) di Patrice Gueniffey giunge propizia per ricordarci questa costante della storia della Francia, sfociata nell’instaurazione della Quinta Repubblica; un abito tagliato su misura per l’ultimo in ordine di tempo degli «eroi» nazionali francesi, e che si rimprovera ai tre ultimi titolari della carica presidenziale (Chirac, Sarkozy, Hollande) di non aver saputo indossare. Mentre la campagna elettorale per l’Eliseo segna la fine di un ciclo, nel bel mezzo di una crisi universale dell’idea di rappresentanza, quell’«uomo della provvidenza» esiste davvero?
Emmanuel Macron («la politica è mistica», parole sue) aspira a esserlo... In effetti, egli è il frutto «provvidenziale» di una situazione imprevedibile creata dalle sventure di François Fillon. Lo sbriciolamento della sinistra e il suo corollario, l’impopolarità di François Hollande, avevano fatto attecchire l’idea di un’alternanza inevitabile e auspicabile, promessa alla destra di governo. Ed ecco che quell’alternanza, minata dalla rabbia suscitata dai guai giudiziari di Fillon, rischia di cedere il posto alla rottura, quella vera, deleteria su tutta la linea, incarnata Marine Le Pen. Con una sinistra sempre divisa, così mediocremente rappresentata e avversata dall’estrema sinistra, una destra particolarmente indebolita, un’estrema destra in agguato, il voto Macron diventa un bene rifugio. Un voto «provvidenziale» per chi vuole evitare di consegnare la Francia all’estrema destra.
Occorre tuttavia saper mantenere le distanze. Per il momento, Emmanuel Macron ha dalla sua il vantaggio di incarnare, e questo ancor prima della sua uscita dal governo, una potente aspirazione al rinnovamento (la quale si è tradotta, «scusate se è poco», nel ritiro di Hollande e Sarkozy, di Juppé e Valls): è la versione positiva, ottimista, del dégagisme. Ma la sua fragilità è grande: non è ancora stato attaccato e nessuno sa come resisterà. È impiantato in uno spazio politico reale – il centro – ma a tutt’oggi insufficiente; il suo elettorato, per lo meno quello dichiarato, non è stabile (solo poco più di un terzo di coloro che intendono votare per lui sono sicuri della loro scelta); non si è ancora circondato di figure solide, capaci di rassicurare un paese in guerra contro il terrorismo; è dunque suscettibile di essere indebolito dall’assenza di risposte concrete alla questione che, a suo tempo, era stata fatale a François Bayrou: con chi governerà? Il suo modo di procedere, infine, fa pensare più a uno slalom che a un rettilineo.
Eppure, la sua scommessa è audace nella forma e al tempo stesso giusta nel contenuto. Egli rifiuta di trasformarsi in un generatore di promesse, dal quale ogni micro-corporazione ricaverebbe un proprio tornaconto; e, tornando all’essenza del ruolo presidenziale, proporrà di strutturare la sua promessa di trasformazione attor-no a «grandi impegni». E in uno scenario sul quale incombono minacciosi tre nazionalismi – quello cinese, quello russo e quello americano – è l’unico a sostenere la causa di un’Europa forte, fuori della quale non c’è via di scampo.
(Traduzione di Enrico Del Sero)