Corriere della Sera, 20 febbraio 2017
Giorgio e l’arte del pane insegnata ai detenuti. «Una stretta di mano e capisco tutto di loro»
Ci sono storie apparentemente ordinarie in cui si può scorgere, nel bene e nel male, il carattere di un’esemplarità pur senza luci della ribalta. Anzi, forse proprio per questo. Piccole storie senza eroismi, storie di tenacia quotidiana che aprono spiragli e invitano al coraggio. «Storie parallele» che si collocano in una penombra di sorprendente vitalità.
Istituto penale Beccaria di Milano, zona Ovest. Il forno, uno stanzone tappezzato di mattonelle bianche, è illuminato al neon. Bianco su bianco. Il maestro panettiere, grembiule bianco su t-shirt bianca, gli occhiali pendenti al collo, si chiama Giorgio Fumagalli e ha 67 anni. Parla pacatamente: «Ai ragazzi non voglio insegnare il mestiere, non c’è tempo, il mio compito è abituarli al lavoro e così accompagnarli verso un futuro magari più sano». Magari. Con questa speranza è stato inventato, anni fa, il progetto «Buoni Dentro», ideato da Claudio Nizzetto con un proposito ambizioso: «Far venire fuori dai giovani detenuti il pensiero riflessivo e il pensiero prospettivo». Si tratta di capire dov’è quel «dentro». Nel carcere o nell’animo? Meglio sarebbe fuori dal carcere, oltre le sbarre, un giorno. Magari.
Apprendisti panettieriEcco il senso di questo laboratorio interno di panificazione, battezzato «Pezzi di Pane»: lavorare insieme per costruire, insieme, un’idea di futuro. Fuori. Il maestro Fumagalli è qui per questo dal 2013, con la sua faccia un po’ così, la barba bianca, la calvizie, i suoi silenzi, il suo sorriso timido. Qui si producono ogni giorno pagnotte, panini, pizzette, focacce, biscotti, panettoni non solo a Natale, colombe non solo a Pasqua. Funziona così: i ragazzi, se vogliono, si propongono come apprendisti panettieri; dopo un colloquio vengono selezionati a due a due. Con un principio saldo: il lavoro è lavoro. La bottega artigiana interna sforna una quarantina di «pezzi di pane» al giorno da distribuire all’interno, a pagamento: insegnanti, responsabili, istruttori, agenti, la direttrice. Sono loro a raccogliere gli ordini, poi impastano, infornano, danno una mano al maestro Giorgio, consegnano, gestiscono la cassa.
«In due o tre anni sono stati coinvolti circa quindici giovani», dice Lorenzo Belverato, anche lui anziano maestro dell’arte bianca, amministratore della piccola impresa sociale, che comprende anche la panetteria «Buoni Dentro» di piazza Bettini: anche lì vengono coinvolti i giovani, quelli in libertà vigilata che la sera tornano al Beccaria o a San Vittore, come il marocchino Youssef e l’albanese Samir, o come il senegalese Ibrahim che ha scontato la pena e che ha ancora bisogno di un sostegno. E gli italiani, tanti. Una rete della solidarietà fondata sulla concretezza del lavoro.
Lavorare insieme e stare viciniFumagalli ci mette qualcosa di più: «Lavorare insieme ma anche stare vicini». Lui ha un dono che non avrebbe mai sospettato di avere: riesce a raccogliere le confidenze dei detenuti (i cosiddetti giovani adulti arrivano ai 25 anni), ma senza cadere nel paternalismo: «Ci vuole fermezza, prendono un piccolo salario e se non si adeguano alle regole o non si impegnano, sanno che ci sono tanti altri ragazzi pronti a venire... Quel che conta è il rispetto per se stessi e per gli altri...». Parla di una funzione trasversale: una specie di mediazione tra i ragazzi e gli educatori. «Non è volontariato, è qualcosa di più. Io non chiedo che cosa hanno fatto, se vogliono sono loro a parlare, a raccontare, ma appena li conosco, capisco subito: la prima stretta di mano è un indicatore assoluto, e raramente sbaglio».
Un ventenne siciliano, Renato, ha fatto l’esperienza di aiuto panettiere con il maestro Fumagalli. Prima di «prendere male la curva» (come dice), faceva il gommista nel Comasco. Quando l’ho incontrato, il suo sogno era tornare finalmente a Varese dalla sua ragazza («stiamo insieme da due anni e mi manca tantissimo»), ma intanto si è lasciato appassionare dal pane ogni mattina dalle 9 a mezzogiorno: «Sto imparando il trucco dell’impasto, ma mi piace chiacchierare con Giorgio, molto meglio che passare il tempo in cella a giocare alla play, a calcetto o a carte. Con Giorgio, al forno, si impara a stare insieme, lavorando». Teglie che escono ed entrano, pale di legno che adagiano pagnotte sul tavolone al centro della stanza, l’impastatrice, la spezzatrice, la sfogliatrice per la frolla e i biscotti, la raffinatrice per le mandorle e la frutta secca... «Certo, sarebbe ora di cambiare il forno», sospira Giorgio. Forse verrà accontentato.
Giorgio Fumagalli comincia la sua giornata di pensionato prestissimo, attraversa Milano in auto e sale al primo piano del Beccaria verso le 8, apre il laboratorio, prepara l’impasto, aspetta i ragazzi e spiega come fare: «Bisogna sapere che il pane ha bisogno di tempo per prendere forza ed essere lavorato al meglio. Io dico sempre: imparate a muovere le mani». È convinto che «il circolo virtuoso parte dalle farine». Racconta che ha passato buona parte della sua vita a lavorare nella panetteria di papà Ambrogio, «Ambroeus el Prestiné», quartiere Paolo Sarpi, zona «cinese» fin dagli anni 40. Il negozio nasce nel 1956: «Un bel punto vendita, mamma era addetta al banco e alla cassa, papà panificava: a vent’anni, dopo il servizio militare, mi sono messo a lavorare con lui. Ho cominciato a sperimentare nuovi modi di impasto per il pane e per i dolci, vendevo quasi solo prodotti miei. Avevo tanti clienti, anche stranieri, già usavo i cereali, la segale, la soia, il farro... Ero diventato una specie di pioniere del pane, ma la gente entrava anche soltanto per chiacchierare». La giovane fidanzata Roberta, che era commessa in una profumeria, cominciò a lavorare con i «prestiné» Fumagalli nel ’74 e avrebbe sposato Giorgio due anni dopo. Intanto i panettoni di Ambroeus e di suo figlio facevano il giro del mondo. Poi nel dicembre ’99, quando papà Ambrogio non c’era più, Giorgio fu costretto a lasciare, perché la proprietà richiese il locale, e dovette accettare di lavorare in altri laboratori per raggiungere l’età della pensione.
Verso un’altra vitaQuando riceve la telefonata con la proposta di dare una mano ai ragazzi del Beccaria, per Giorgio è una fortuna: «È un modo non per insegnare il mestiere ai giovani e neanche per risolvere i loro problemi, ma per avviarli a una vita onesta quando saranno fuori. Io non voglio dare né togliere niente, chiedo solo che si comportino con correttezza. E loro forse sentono che ho un orecchio diverso rispetto agli psicologi e agli assistenti sociali: con me parlano, sono più liberi, mi prendono per uno zio o per un nonno, si sentono meno abbandonati». La soddisfazione migliore? «Quando mi dicono che dopo una mattinata al forno tornano in cella stanchi, e che la fatica li fa sentire bene, più tranquilli». Ma non tutto funziona sempre: «Alle volte – dice – non hai quel che ti aspetti, specie quando tornano fuori e ci ricadono... Sono ragazzi e si comportano da ragazzi, si sentono compressi e tutto, qui dentro, viene amplificato». E ricorda, con un sorriso, quando il giovane Youssef, per la prima volta, mise il naso fuori dal carcere: «Quasi barcollava, non riusciva a camminare, era senza il confine dei muri e delle sbarre, e aveva perso il senso degli spazi. Adesso lavora in negozio, un’altra vita».