Corriere della Sera, 20 febbraio 2017
Ragioni e torti
Non è stata una domenica drammatica. Il tono medio era semmai di sollievo. Renzi si sbarazzava di oppositori che gli avevano complicato la vita; gli azionisti di minoranza della ditta si liberavano dell’usurpatore. In realtà, la somma non è zero; è negativa per tutti. In un Paese che va a destra, Bersani e i suoi avranno un risultato residuale. Ma Renzi ha perso quella centralità che aveva conquistato con le due grandi vittorie, le primarie e le europee. Entrambi i partiti, chi resta e chi parte, hanno qualche ragione. Renzi è furibondo con gli scissionisti, ma non perché se ne vanno; perché finora sono rimasti, e l’hanno ostacolato in tutti i modi, sempre più efficaci man mano che la sua presa sul Paese si affievoliva. L’ex premier pensava a un Senato di sindaci; per tenere insieme il Pd ha dovuto peggiorare la sua riforma, aprendola alla classe dirigente più screditata d’Italia, quella delle Regioni; e poi ha visto uomini del suo partito allearsi con gli antisistema e schierarsi per il No.
Gli scissionisti sono furibondi con Renzi, che per tre anni non ha fatto loro toccare palla, e si preparava a epurarli dalle liste elettorali, vera ragione della rottura. All’evidenza, preferiscono essere padroni di una casetta che affittuari nel condominio di un altro. Con il proporzionale, del resto, cresce il potere di interdizione dei piccoli partiti; e quello che nascerà è destinato a restare un piccolo partito, con insediamenti locali in Emilia, Toscana, Puglia, ma con il respiro corto di un’operazione che nasce da uno scontro personale e da una contesa per i posti. Insomma, il nuovo centrosinistra non ha prospettive molto più ampie del nuovo centrodestra di Alfano, vaso di coccio tra i vasi di ferro dei movimenti di protesta. Ma anche Renzi ha poche ragioni per rallegrarsi. A meno di ripensamenti clamorosi, non è riuscito a trattenere i due presidenti di Regione: Rossi che amministra la sua Toscana, ed Emiliano che guida la Puglia, l’unica terra del Sud che – nonostante la ferita sanguinante di Taranto – esprima in questo momento dinamismo economico e fiducia nell’avvenire.
Il futuro del giovane leaderIl giovane leader, cui si era rivolta una quota di elettori che la sinistra non aveva mai raggiunto, si è rivelato più bravo a dividere che a unire. Resta la figura più competitiva che il riformismo italiano possa oggi mettere in campo; ma non tornerà a Palazzo Chigi, almeno non in tempi razionalmente prevedibili. La scissione ha il fiato corto; eppure Renzi non è in grado di recuperare al centro quel 5 o 6% che gli scissionisti gli porteranno via a sinistra. Il suo tentativo di fare del Pd il perno del sistema è fallito, per il semplice fatto che il sistema non c’è più. Il malcontento popolare è tale che alle forze antisistema viene perdonato tutto; a quelle tradizionali, nulla. Non è un fenomeno solo italiano. Hillary veniva inchiodata alle sue mail private, mentre Trump poteva dire e scrivere ogni sorta di volgarità, sino a presentarsi come evasore fiscale e molestatore sessuale, senza perdere un voto: «Potrei mettermi a sparare sulla Quinta Strada e non scenderei nei sondaggi» disse; sembrò un’enormità, era una metafora del reale. Fillon si ritrova azzoppato da uno scandalo familista, mentre nessuno rinfaccia a Marine Le Pen di aver versato il denaro pubblico dell’Europarlamento al fidanzato e alla guardia del corpo. «Mi mangio le mani al pensiero che ci scanniamo tra noi, mentre a Roma i Cinque Stelle affondano nella cattiva amministrazione e nelle polizze vita» dice Renzi; eppure se si votasse oggi i Cinque Stelle supererebbero il Pd, e a Mattarella non resterebbe che affidare a loro l’incarico di formare il nuovo governo.
La politica senza il PdMolte cose sono ancora possibili, seppure improbabili; anche che Renzi ritrovi il tocco che ha perduto, il polso del partito e del Paese. Ma senza gli oppositori interni, senza Emiliano Rossi Speranza, le primarie e il congresso perdono di significato. E in gioco non c’è soltanto il destino personale del segretario. Il Partito democratico aveva presentato se stesso come l’unico approdo possibile nel mare in tempesta della politica italiana. Ora non ci crede più nessuno; neppure Berlusconi, che avrebbe preferito un’intesa con i vecchi nemici della sinistra, piuttosto che negoziare in condizioni difficili un’alleanza con il detestato Salvini. Con la fine del Pd finisce il tentativo di semplificare la politica e avvicinarla ai cittadini, inaugurato 24 anni fa dal referendum che abolì il proporzionale e dalla riforma maggioritaria che porta il nome dell’attuale capo dello Stato. Ricomincia un’epoca in cui nessuno vince o perde davvero, e il potere di fare e disfare governi torna a una classe politica che si illude di essere stata rilegittimata dalla vittoria del No al referendum. Renzi oggi è sconfitto; ma all’orizzonte più che soccorritori si intravedono solo altri naufraghi.