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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Zigo, il George Best del Bentegodi: «Il calcio? Fumo, alcool e pellicce»

Ferruccio Valcareggi, un padre, mi fa ‘domenica scorsa abbiamo vinto anche senza di te, Zigo. Quindi oggi rimani in panchina’. ‘Metti a riposo il più forte giocatore del mondo? Stai scherzando?”.
L’allenatore non scherzava e allora di giocare si incaricò Gianfranco Zigoni da Oderzo, il dio del Bentegodi, l’artista indolente che quando aveva voglia, per talento, follia e genio ricordava Best, Mario Kempes e Maradona: “Gli altri pensavano fossi arrabbiato, ma io in quelle situazioni mi divertivo. Così aspettai che i miei compagni si fossero cambiati e poi rientrai nello spogliatoio. Misi il Borsalino bianco sulla testa, sopra la tuta indossai la pelliccia di lupo che i miei amici mi avevano convinto a comprare per contrastare lo spietato freddo di Verona ed entrai in campo così”
In quella foto, Gianfranco Zigoni fissa un punto nel vuoto con le gambe accavallate. Ha i capelli lunghi e una certa indifferenza rispetto al contesto: “Tutti cambiamo. Ho un altro spirito, oggi. Meno spregiudicato di un tempo forse, meno spaccone. È cambiato anche il calcio ovviamente. Io lo interpretavo come un’estensione dell’oratorio. Giocavo, mi divertivo e poi tornavo a casa per bere e mangiare senza ritegno. Eravamo liberi in un calcio sicuramente più umano e meno robotico. Nel pallone di oggi e non solo per la mia pigrizia, non potrei stare. Correre non mi piaceva e questi in serie A corrono come bestie. Ma non è solo questo. I calciatori di oggi, lo vedo con mio figlio Gianmarco che gioca nella Spal, sono professionisti veri. Stanno attenti all’alimentazione, non fumano, vanno a dormire presto”.
Un manifesto programmatico che non avrebbe mai potuto fondersi con le 40 Marlboro rosse di Zigoni, il calciatore con la pistola: “Avevo il porto d’armi e la portavo sempre con me. Era strano? Per me confinava con la normalità. Lei mi chiede della pelliccia, ma guardi che io me la mettevo anche per andare ad allenarmi. Con i calzini, i pantaloni, le magliette e tutto il resto avrei perso un sacco di tempo. Con la pelliccia era semplice. La mettevo a petto nudo, sistemavo la pistola nei pantaloni ed ero pronto per la seduta”.
Ai presunti emuli di Zigo, ai maledetti, ai Balotelli o ai Cassano, il maestro del genere imputa soprattutto una mancanza d’animo: “I calciatori di oggi passano troppo tempo a guardarsi allo specchio e si sentono delle divinità. Non credo sia neanche colpa loro. Gli manca proprio la cultura della normalità. Se riflettessero un istante capirebbero che darsi un tono è triste e che in fondo siamo nulla. Tracce passeggere. Pulviscolo e poco più”.
Pausa: “Dio bono, come si fa a essere così narcisi? A non pensare al privilegio di essere pagati per correre dietro a una palla? Quando ero ragazzo andavo a trovare i bambini malati in ospedale e a portare le sigarette nei manicomi”. Il ‘matto’ in visita dai ‘matti’: “Che poi – rimarca – per dire a un altro ‘sei matto’ un po’ pazzo devi essere sul serio”.
Nell’immaginario collettivo, Zigo ne faceva parte: “Ero un po’ ingombrante, lo devo essere stato probabilmente per mio figlio, ma sono sempre stato buono. Potevo perdere la testa per un secondo e magari diventare violento, ma finita la partita, finiva tutto. Un giorno giochiamo con la Spal e il difensore avversario, il capitano, inizia a rompermi i coglioni su mia madre. ‘Stai buono – gli dico – smettila’. Quello non smette e anzi, non appena l’arbitro si gira, mi rifila tre cazzottoni sulla schiena. Non ci vedo più e appena ho l’occasione gli mollo una gomitata. Sangue, casino, discussioni. Io che venivo sempre squalificato quella volta me la cavo perché nessuno mi becca sul fatto. Passa un po’ di tempo e una notte al Casinò, vedo un ragazzo che mi si avvicina: ‘Ti ricordi di me? Sono quello a cui hai spaccato il naso’. Ci siamo abbracciati e abbiamo bevuto un whisky insieme. In fondo volevo bene veramente a tutti”.
Anche ai presidenti: “Saverio Garonzi, quello del Verona, era un mio amico. Ciò nonostante a fine stagione ci ritrovavamo in una piccola stanza per discutere il contratto e non di rado c’erano scene da Saloon. Un anno, ero appena stato alla Roma, Garonzi voleva farmi firmare un pezzo di carta in cui mi veniva riconosciuto molto meno di quanto non mi avesse concesso il Marchini romanista: ‘Non si può fare Saverio – gli dico – sono il più forte di tutti, così è troppo poco’. Lui diventa paonazzo, mi prende il braccio e prova a farmi firmare con la forza. ‘Smettila Saverio, non fare il Mona, guarda che ti spacco la faccia’. E lui ‘Monda d’un mona, la faccia te la spacco io’. Alla fine firmai perché estenuato e lui si aprì in uno dei sorrisi più larghi che abbia visto in vita mia ‘Ora che ci sei cascato tu – mi dice – anche gli altri devono prendere pochissimo’”.
A Zigoni, i Garonzi: “Ma anche i Rozzi e i Moratti” mancano tantissimo. “Non credo che potrei mai lavorare per una proprietà cinese, non perché abbia ovviamente nulla contro i cinesi, ma perché mi mancherebbe un contatto reale, una sponda tangibile”.
Il campionato con le ultime tre della classe quasi retrocesse dice Zigo: “Un po’ falsato è, ma Pescara, Crotone e Palermo non hanno giustificazioni per abbandonarsi. Prendiamo il Pescara. Se hanno i coglioni, adesso devono dare ancora di più. Altrimenti che uomo sei? Uno che si impegna soltanto quando le cose vanno bene?”.
A dispetto della mitologia, Zigoni con compagni e allenatori andava d’accordo: “Rispettavo tutti, da Heriberto Herrera che da maniaco del lavoro ci rompeva i coglioni rinchiudendoci in ritiro a Capodanno fino al grande Gigi Simoni. A Brescia gli dicevo: ‘Gigi, dai, torniamo in serie A, oggi in campo voglio darti una mano’ e lui di rimando ‘Torniamoci Zigo e grazie per la mano, ma magari domenica prossima. Hai visto che pancia hai oggi?’ Avevo mangiato uccelli e polenta, aveva ragione, potevo forse prendermela con lui?”.
Zigoni ama la verità: “Anche quando è sgradevole perché rende limpidi i rapporti umani”. Zigoni ama gli ultimi totem: “Sono pazzo di Totti e penso che a proposito di verità – anche se non è semplice – forse Spalletti dovrebbe prenderlo da parte e dirgliela”.
Zigoni non ama abbastanza se stesso per prendersi troppo sul serio: “Come si fa? Senta questa. Una volta a Roma, tecnico Helenio Herrera, vengo tolto dopo una cinquantina di minuti. Vado da Ciccio Cordova nello spogliatoio e gli chiedo lumi ‘Perché proprio io secondo te?’ e Ciccio ‘ È semplice, quando la gara si mette male, il mago toglie il primo che gli passa davanti alla panchina. Non stare mai sulla sua fascia e quando lo vedi nervoso, spostati dall’altra parte’. Sull’altro lato della sponda, Zigo stava benissimo: “Ma non ho mai pensato che il calcio delle grandi fosse corrotto e quello delle piccole un luogo di santità. Gli arbitri per certe squadre avevano un occhio di riguardo, ma non si può dire che regalassero i titoli a nessuno. Alla Juve vinsi un campionato e posso dire che lo meritammo. Sa cosa diceva Gianni Agnelli? Se vengo a sapere che un arbitro mi favorisce, lascio la carica. Piuttosto preferisco spendere un miliardo per Pelè. Diceva il vero? Non lo so. Io ci ho sempre creduto”.